1944: l’odissea di un aviatore americano

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Precipitato nel mese di gennaio, vagò una settimana tra la bassa bresciana e cremonese ospitato da alcune famiglie di contadini

La vicenda rocambolesca del pilota alleato Wayne Wheeler, in fuga per un’intera settimana tra le gelide nebbie della bassa bresciana e cremonese: questo il frammento ancora sconosciuto di storia dettagliatamente ricostruito dai ricercatori dell’Acpo (acronimo di Air Crash Po), il gruppo di storici soncinesi nato e sviluppatosi con l'intento di raccogliere tutte le notizie relative alle incursioni aeree effettuate tra il Luglio 1944 ed Aprile 1945 nella valle del Po.
LA MISSIONE ED IL LANCIO Secondo quanto ricostruito dai tre specialisti erano circa le 9 del 17 gennaio 1944 quando da Pontedera, a circa mezz’ora di distanza l’una dall’altra, decollarono due formazioni composte ciascuna da 8 cacciabombardieri P-47D Thunderbolts del 27th FG, dirette verso il già martoriato ponte del Cismon del Grappa di Vicenza. Terminato l’attacco sul bersaglio principale, i P-47 della seconda formazione si diressero verso altri obiettivi “occasionali” da colpire ma qualcosa andò storto. Il cacciabombardiere del luogotenente Wheeler infatti venne colpito dal fuoco incrociato di armi leggere e contraerea leggera mentre si apprestava a colpire un autocarro in marcia lungo una strada nei pressi del perimetro dell’aeroporto di Ghedi. L’aviatore americano riuscì a risalire a quota 4000 metri ed a lanciarsi con il paracadute atterrando fortunosamente illeso nei pressi di Castelletto di Leno (tra Gottolendo e Manerbio). Erano le 10.30 e da quel momento iniziò per lui la rischiosa ed incredibile attraversata della campagna bresciana e cremonese che lo portò sei giorni dopo a ricongiungersi alle linee alleate situate nei pressi di Pietrasanta (a sud di Massa).
IN FUGA ATTRAVERSO LA BASSA Liberatosi del paracadute Wheeler si diresse a sud, per la bassa ammantata da una coltre di neve, irrigidita dal freddo e offuscata da una fitta nebbia. Il 18 gennaio, dopo aver trovato un riparo in un cascinale dove alcuni contadini gli offrirono qualcosa da mangiare e dei vestiti civili, riuscì a raggiungere il fiume Oglio nei pressi di Robecco, attraversandolo con un naviglio trovato sotto il ponte della ferrovia. Fradicio e stanco, dopo aver proseguito per una decina di miglia sulla strada principale che da Robecco porta a Cremona, decise di abbandonarla raggiungendo un grande casolare isolato, abitato da una famiglia di contadini. Il pilota venne accolto da un certo Giuseppe, che parlava perfettamente l'inglese: emigrato negli USA e precisamente a Brooklyn, New York, era tornato in Italia nel 1933 insieme alla moglie Sofia, aveva acquistato il cascinale e ora aiutava il fratello Luigi a condurre l’azienda. Nella fattoria vivevano anche Giovanni, con la moglie Maria e la figlia Rosa. L’altro figlio, Antonio, era al momento prigioniero di guerra negli USA. In quella cascina Wheeler si fermò in tutto un paio di giorni, poi all’alba del 20 gennaio ritornò sulla statale per Cremona (impiegando 20 minuti di cammino) deciso a raggiungere e a superare il Po.
IL PRIMO TENTATIVO DI GUADARE IL GRANDE FIUME Aveva percorso circa altre quattro o cinque miglia quando entrò in un piccolo paese e, giunto di fronte ad un incrocio stradale, prese a sinistra, evitando una strada troppo battuta da camion militari tedeschi. Inoltratosi per una sterrata che portava verso una zona boscosa sentì improvvisamente il rumore della corrente di un grande fiume. Nascosto tra gli alberi e il sottobosco, raggiunse la sponda del Po dove svettava una sorta di torre sulla sponda opposta, con un piccolo molo e un basso edificio nei pressi. Sulla sponda cremonese, assistette al cambio della guardia nei pressi di un piccolo molo con una torre sormontata da un proiettore. Barche cariche di materiale da costruzione, con tre barcaioli ed un soldato tedesco, facevano la spola tra le due rive, dove arrivavano per scaricare i carretti trainati da cavalli, muli, asini. Deciso ad attraversare il fiume chiese aiuto ad uno dei carrettieri, un certo Antonio (classe 1895), che, essendo figlio di emigrati in Inghilterra, parlava un po’ d’inglese e lo ospitò a casa sua dove viveva assieme alla moglie Sara. L'aviatore pernottò qualche giorno a casa dei due coniugi e di alcuni loro parenti. Poi, dopo aver sperimentato sulla propria pelle l'esperienza di subire un attacco aereo che rischiò di ammazzare il carrettiere che lo ospitava, ripartì alla volta di Cremona.
IL PASSAGGIO DEL PO A CREMONA Qui venne ospitato in una casa isolata, della quale è difficile secondo gli storici risalire alla posizione, dove viveva una maestra, Clara, assieme al fratello Matteo, e il padre, che lavorava in una officina (mentre la madre era stata deportata dai tedeschi nel ’43). Siamo al 22 gennaio. Durante una messa alla quale Wheeler assistette assieme a Clara in una chiesa posta alla periferia della nostra città, in un quartiere vicino a fiume (verosimilmente potrebbe essere San Pietro al Po), i due uscirono, si diressero prima verso Est e poi verso Sud, superarono un passaggio a livello ferroviario e giunsero in zona Po. Clara precedette Wheeler di una trentina di metri dandosi da fare per distrarre un soldato tedesco di guardia ad una banchina alla quale erano ormeggiate diverse imbarcazioni. L’aviatore allora trascinò una piccola barca fino alla riva, la spinse in acqua e si diresse remando verso la sponda opposta ma, toccata terra e sceso dalla barca, si rese conto di essere approdato solamente ad un isolotto in mezzo alla corrente. Fortunatamente riuscì ad attirare l’attenzione di due legnaioli sulla sponda piacentina, i quali, calate le tenebre, lo traghettarono a riva e lo ospitarono nella loro abitazione. Per Wheeler il peggio era finalmente passato. Ora poteva dirigersi a passo spedito verso Fidenza e Pietrasanta, verso le linee alleate, verso la salvezza, dopo un’angosciante odissea durata quasi una settimana. Odissea rimasta per anni nella memoria dell’aviatore, che nel tempo non ha mai cessato di rivolgere ringraziamenti agli sconosciuti cremonesi che lo hanno aiutato a mettersi in salvo. Proprio per questo gli storici dell’Acpo rivolgono un appello a tutti i cremonesi che siano venuti a conoscenza di questi fatti e voglia condividere informazioni preziose per dare un volto ai generosi contadini che salvarono la vita al pilota americano. Chiunque sia in possesso di informazioni preziose può rivolgersi a Agostino Alberti ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), Stefano Merli ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), Diego Vezzoli (diego.vezzoli@profumerie vezzoli.it) e Luca Merli ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ).

di Michele Scolari

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