Sport e salute, a rischio sono i dilettanti

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La morte di Piermario Morosini, giocatore dell'udinese, in prestito ai Livorno, che sabato scorso si è accasciato improvvisamente a terra, privo di vita, durante l'incontro Pescara-Livorno, ha riportato l'attenzione sui numerosi infortuni e incidenti che si verificano nel mondo dello sport, a volte con esiti tragici, come in questo caso. Ne abbiamo parlato con il dottor Luigi Mancini, noto medico sportivo cremonese. «Voglio fare una premessa: la medicina non è una scienza esatta, e c'è sempre una percentuale di morti improvvise e soprattutto imprevedibili nella popolazione (intorno all'uno per mille). Così come non sono evitabili e prevedibili, specialmente negli atleti giovani, gli aneurismi cerebrali. Per un problema di questo tipo non si può fare uno screening a tappeto, sia per i costi elevati che avrebbe sia perché il rapporto danno/beneficio non sarebbe affatto positivo, essendo un'esame che può risultare pericoloso».

Secondo lei cosa è successo esattamente a Morosini?

«Difficile farei potesi. Sarà l'autopsia a dirlo. Casi come questo purtroppo accadono, e bisognerebbe valutare anche la possibilità di un disturbo congenito, visto che suo padre è morto piuttosto giovane di infarto e aveva due fratelli disabili. In ogni caso resterei sorpreso se si arrivasse alla conclusione che vi siano responsabilità da parte di qualcuno».

Parliamo degli accertamenti che vengono fatti nelle visite di medicina sportiva: sono sufficienti?

«In realtà quelli previsti dai protocolli in Italia sono i più accurati al mondo. In Inghilterra, ad esempio, gli atleti professionisti non devono fare alcun tipo di controllo cardiologico. Viceversa nel nostro Paese la certificazione di idoneità sportiva prevede dei controlli piuttosto rigidi. Basti pensare che diverse volte è capitato che dei giocatori venissero scartati per problemi di salute. Emblematico è il caso di Khalilou Fadiga, che dovette rinunciare a giocare nell'Inter per problemi cardiaci. E' più facile trovare casi a rischio nell'agonismo non professionistico».

Un discorso un po' allarmante. Si vuole spiegare meglio?

«Purtroppo capita sovente che gli atleti evitino i controlli obbligatori e che le società sportive non li richiedano: la superficialità è fin troppo diffusa in questo settore, e troppo spesso ci si trova di fronte a persone che praticano sport senza essere adeguatamente allenate.

La Lombardia è una delle poche regioni che offre la visita gratuita per tutti i minorenni che iniziano a fare attività agonistica, tuttavia sono molti a non farla. Questo è un problema, soprattutto oggi, che non esistono più neppure le visite di controllo a scuola, come invece si faceva un tempo. C'è poi il problema dei maggiorenni, per i quali la visita è a pagamento: rispetto a qualche anno fa, quando per fare il medico di medicina sportiva si doveva essere accreditati presso la Regione, oggi con la liberalizzazione sono sorti come funghi numerosi centri privati, che spesso fanno concorrenza ai centri accreditati offrendo i controlli a tariffe molto più basse, che invogliano molti sportivi a rivolgersi ad essi. Peccato che un prezzo inferiore corrisponde a visite più scarse, con tutti i rischi che ne conseguono».

Il problema esiste anche nello sport professionistico?

«Assolutamente no. In quegli ambienti i controlli sono frequenti e complessi. Se andiamo a vedere, infatti, il numero di incidenti mortali accaduti in questo ambito sono pochi e si tratta di avvenimenti imponderabili. C'è un'altra cosa che molti tendono a dimenticare: lo sport, visto come attività motoria finalizzata al raggiungimento di un risultato agonistico, è tutt'altro che benefico. La medicina sportiva serve appunto a contenere il danno. L'attività fisica è benefica solo quando viene fatta con misura».

 Quali sono i controlli che vengono svolti?

«Prendiamo ad esempio una visita di idoneità di tipo B1, quella che riguarda i principali sport, come calcio, pallacanestro, tennis, atletica leggera, ecc. Essa comprende un nutrito numero diesami: dalla misurazione del visus all'esame delle urine; dalla spirometria completa all’elettrocardiogramma e all'elettrocardiogramma sotto sforzo. E ancora lo step test e ovviamente la visita completa da parte del medico. Conquesto tipo di controlli si individuano con una certa frequenza i soggetti che potrebbero essere a rischio».

Secondo lei manca qualcosa dal punto di vista delle prevenzione?

«A mio parere quello che si fa è già più che sufficiente: si tratta di uno screening importante. Tra l'altro i protocolli italiani sono stati stabiliti facendo esperimenti per verificare quanto ognuno dei controlli possa realmente aumentare la possibilità di individuazione dei rischi. Forse l'unica cosa che ancora si potrebbe aggiungere è l'ecocardiogramma obbligatorio, da fare una volta ogni tanto».

di Laura Bosio

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