Che fine faranno i contributi delle casalinghe italiane?

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Se al giorno d’oggi è normale che una giovane donna svolga un’attività lavorativa, fino perlomeno agli anni 50-60 del secolo scorso  le cose erano ben diverse. La mentalità comune era che la donna, nel ruolo di moglie e di madre, restasse a casa a badare alla famiglia. Che fosse una scelta, o più spesso un’imposizione,  l'idea corrente era che la donna dovesse pensare a crescere i figli ed a curare la casa.  Sono così moltissime le sessantenni di oggi che hanno fatto le casalinghe, magari dopo un periodo di lavoro,  versando i contributi volontari per raggiungere 15 anni, in modo da garantirsi la pensione, come prevedeva la normativa fino a pochi mesi fa.

Ma la riforma Monti- Fornero delle pensioni ha annullato gli effetti della deroga prevista dalla riforma Amato, secondo cui chi maturava 15 anni di contributi entro dicembre 1992, maturava anche il diritto di percepire la pensione di vecchiaia. «Si tratta per lo più di donne, che secondo la mentalità dell’epoca spesso, dopo il matrimonio, dovevano abbandonare il lavoro» spiega Jindra Rubasova (Fnp Cisl). «Con la riforma Fornero, che estende il requisito a 20 anni per tutti, si annullano di fatto le deroghe previste  dalla riforma Amato. La Fornero si è dimenticata di essere anche ministro delle Pari Opportunità, così come si è dimenticata che non tutte le donne hanno potuto continuare a lavorare per regalarsi una vecchiaia serena. Parliamo di donne, perché a quell’epoca la società per lo più non prevedeva che esse lavorassero, invece di dedicarsi all’attività di cura».

Chi sono queste donne?

«Si tratta soprattutto di impiegate e operaie nate tra il 1950 e il 1952, che non avranno mai diritto alla pensione se non si reintroduce la deroga dei 15 anni. Tra l’altro, queste donne non hanno neppure più la possibilità di versare altri contributi volontari per raggiungere i 20 anni (essendo ormai fuori dai limiti normativi per poter continuare il pagamento di tali contributi). Ma se anche avessero tale opportunità poco cambierebbe: si tratterebbe infatti di mille euro al trimestre, una cifra decisamente insufficiente per vivere. Oggi, queste donne di circa  60 anni non possono certo trovare un lavoro, senza contare che sono costrette ad aiutare i figli, che spesso sono disoccupati, e a curare nipoti e anziani, sopperendo alla carenza dei servizi pubblici. Tuttavia, nonostante il loro impegno, si vedono bruciare ogni diritto acquisito in questi anni, in cui spesso magari hanno fatto sacrifici per riuscire a versare i contributi volontari. E’ assurdo che venga emessa una normativa senza che si consideri minimamente la ricaduta sociale che essa potrà avere. Le donne hanno fatto battaglie e si sono spesso sacrificate per la serenità della famiglia, e ora gli si toglie l’unica opportunità di avere almeno una vecchiaia serena».

E i 15 anni di contributi già versati?

«Verranno automaticamente annullati e “regalati” allo Stato. Anche per questo la Cisl si sta mobilitando, affinché tale errore venga corretto. Purtroppo è un tema di cui oggi si parla troppo poco. E’ giusto dare attenzione agli esodati, ma è assurdo che nessuno parli di queste donne. E’ un tema su cui bisogna porre attenzione, e su cui la Fornero dovrebbe riflettere. C’è una cosa che mi sta particolarmente a cuore: il riconoscimento sociale del lavoro di cura, che è svolto per lo più dalla parte femminile della società. Dalla cura dei bambini a quella degli anziani, a quella dei diversamente abili. Una società che ritiene la famiglia il nucleo fondamentale non può ignorare chi si occupa della cura delle famiglie».

di Laura Bosio

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