«Dobbiamo prendere atto che il ‘post-Tangentopoli’ è fallito»

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Crisi della partecipazione e crisi dei partiti? Abbiamo intervistato Damiano Palano docente di Scienza politica alla Cattolica

Per incidere realmente e stabilmente

sulle decisioni politiche, il partito rimane
probabilmente l’unico strumento adeguato

"Per incidere realmente e stabilmente sulle decisioni politiche, il partito rimane probabilmente l’unico strumento adeguato"

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di Daniele Tamburini
I partiti subiscono una vertiginosa crisi di credibilità e di fiducia: lo dice la cronaca, lo dicono i vari sondaggi che si svolgono sull’argomento. Una crisi che affonda le radici non tanto e non solo negli episodi di corruzione, peculato, uso improprio del finanziamento pubblico, ma nel progressivo svuotamento del loro ruolo storico e costituzionale: la mediazione tra la partecipazione politica dei cittadini ed il sistema di governo, a tutti i livelli. Una perdita di ruolo che, insieme alla percezione diffusa di essere ormai luoghi di mero potere, sorta di “cerchi magici” in cui si distribuiscono poltrone e prebende, alimenta la cosiddetta “antipolitica”. Una questione molto attuale, inoltre, è quella del finanziamento pubblico o rimborso elettorale, che dir si voglia. I rischi sono tanti: dal crescente sviluppo del populismo deteriore, ad una partecipazione ai momenti elettorali sempre più scarsa (l’astensionismo alle urne sta crescendo), alla sostituzione della politica da parte della tecnica. Una strada potenzialmente pericolosa. Ne parliamo con Damiano Palano, docente di Scienza politica presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il professor Palano ha partecipato a ricerche sulla riconfigurazione dello spazio politico e sta portando a termine un progetto di ricerca sulle trasformazioni della democrazia. 

Professor Palano, che cosa sono i partiti nel nostro ordinamento repubblicano? 

«In linea generale, i partiti sono associazioni di cittadini che puntano a influire sulle decisioni delle istituzioni di governo. In un contesto democratico come quello italiano, il canale principale attraverso cui i partiti cercano di accedere alle cariche politiche sono le elezioni, e proprio il fatto di partecipare alla competizione elettorale distingue i partiti da altre forme associative che pure hanno un ruolo significativo, come per esempio i sindacati o le associazioni di categoria. A differenza di quanto avveniva nelle costituzioni prebelliche, la nostra Carta costituzionale riconosce esplicitamente il ruolo fondamentale che hanno i partiti come strumento di espressione e di organizzazione della società. L’articolo 49 afferma infatti che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Nel nostro ordinamento, i partiti non sono dunque semplicemente attori ‘privati’, ma in qualche misura anche soggetti ‘pubblici’, perché sono considerati come organi essenziali per la dinamica democratica. Il riferimento al «metodo democratico» è stato però al centro di alcune controversie. I primi critici della ‘partitocrazia’, già negli anni Cinquanta, ritenevano infatti che fosse necessario stabilire controlli pubblici anche sull’organizzazione interna dei partiti, e non solo sulle modalità di propaganda e azione esterna. In realtà, questo tipo di controllo in Italia non è mai stato attivato, per motivi piuttosto comprensibili e in fondo non del tutto deprecabili. Per questo motivi, i partiti si trovano sempre al confine tra ‘pubblico’ e ‘privato’. E la questione del loro finanziamento riflette proprio questa ambivalenza: da un lato, si ritiene che i partiti svolgano una funzione pubblica essenziale, e per questo vengono sostenuti da risorse pubbliche; dall’altro, sono organizzazioni ‘private’, perché rimangono esterne allo Stato (e al suo controllo)». 

La crisi della partecipazione nel nostro Paese è da mettere in relazione con la crisi dei partiti? 

«Crisi della partecipazione e crisi dei partiti sono ovviamente legate, ma è difficile dire quale sia la vera ‘causa’. Si tratta piuttosto di un circolo vizioso, in cui entrambe le crisi si rafforzano a vicenda. Il calo delle iscrizioni ai partiti inizia a registrarsi (in tutta Europa, seppur con differenze tra Paese e Paese) già negli anni Ottanta. I motivi sono al tempo stesso politici e culturali. L’esaurimento delle grandi ideologie novecentesche ha indebolito (seppur non annullato) le identità collettive su cui i partiti di massa si fondavano. E la fine della Guerra fredda ha influito non poco in questo processo. Al tempo stesso, le trasformazioni culturali delle società ‘postmoderne’ hanno favorito forme di mobilitazione diverse da quelle novecentesche. Ma ciò non significa che la partecipazione venga meno. Piuttosto, si tratta di una partecipazione che non si svolge prevalentemente all’interno dei partiti. Al tempo stesso, la fiducia nei confronti dei partiti e della classe politica si riduce a livelli bassissimi. Proprio la sfiducia verso la politica, che in Italia raggiunge punte molto elevate, accomuna d’altronde tutte le democrazie occidentali ». 

Quali sono le radici di tale crisi? 

«La crisi dei partiti ha molte radici. Alcune sono specificamente organizzative, e non sono certo esclusive dell’Italia. Sono legate alla trasformazione della competizione politica, alla crescente mediatizzazione e alla personalizzazione. Tutti questi processi tendono a cambiare l’organizzazione interna del partito, perché il potere reale tende a concentrarsi verso il piccolo gruppo di vertice (se non nel ‘capo’), e perché i partiti tendono a ricercare nella spartizione di cariche pubbliche le risorse finanziarie per la loro sopravvivenza. Al tempo stesso, tende a indebolirsi molto il rapporto fra il partito e la base dei militanti. Un po’ perché la società cambia, e un po’ perché i militanti (e le loro risorse umane) non sono più così importanti nella strategia comunicativa. Non si tratta soltanto di una degenerazione: è anche un risultato innescato dalle trasformazioni della competizione elettorale e dalla necessità di ottenere ‘visibilità’ nel panorama ipertrofico della comunicazione contemporanea. Anche per questo, quasi tutti i partiti italiani sono oggi, di fatto, ‘partiti personali’. E in questo quadro i controlli diventano molto più difficili. A questi fattori, se ne aggiunge almeno un altro. Negli ultimi vent’anni, per far fronte alla crisi di fiducia nei partiti, quasi tutte le nuove formazioni politiche hanno utilizzato a piene mani la retorica anti-politica. Così, hanno acceso speranze puntualmente deluse. Ma hanno anche compiuto una straordinaria opera di auto-delegittimazione, che ha esteso ulteriormente i margini della disillusione, della sfiducia, del disgusto nei confronti della classe politica». 

La forma-partito è riformabile, o ci dovranno essere sempre di più nuovi strumenti di partecipazione politica? 

«In teoria tutto è riformabile, ma è molto improbabile che i partiti possano mutare in modo sostanziale. Le trasformazioni che hanno subito sono dovute non soltanto alla pessima qualità della classe politica odierna, ma anche alle condizioni strutturali del confronto politico nelle democrazie occidentali. Al tempo stesso, è difficile immaginare che il ruolo del partito possa essere sostituito da altre forme di partecipazione. Certo ci sono margini per un maggiore coinvolgimento dei cittadini, in forme diverse rispetto al passato. Ma per incidere realmente e stabilmente sulle decisioni politiche, e anche per costruire progetti politici di lungo periodo, il ‘partito’ rimane probabilmente l’unico strumento adeguato. Anche se al partito sono legate – inevitabilmente – quelle tendenze degenerative che conosciamo, e anche se i partiti di oggi hanno radici molto deboli nella società». 

E la questione del finanziamento pubblico, o rimborso elettorale che si voglia dire? 

«Le polemiche contro la ‘partitocrazia’ sono vecchie quanto la Repubblica, e quella contro i ‘rimborsi elettorali’ è solo l’ultima variante. È chiaro che siamo dinanzi a un meccanismo perverso, costruito per aggirare le volontà espressa dal referendum del 1993 sul finanziamento pubblico dei partiti. Ma si tratta solo di uno degli aspetti più evidenti di un processo più ampio. Negli ultimi vent’anni, il potere di discrezionalità della politica si è ulteriormente accresciuto, ed è sufficiente pensare al ruolo giocato dallo spoil system a tutti i livelli della macchina amministrativa. Probabilmente, la legge sui rimborsi elettorali verrà modificata, ma per affrontare il problema del ruolo dei partiti sarebbe necessario un ripensamento ben più radicale. Innanzitutto, dovremmo prendere atto del fallimento delle grandi speranze di ‘moralizzazione’ alimentate dal crollo della ‘Prima Repubblica’ e cercare di scoprirne le cause. Ma dovremmo anche riconoscere che le riforme degli ultimi vent’anni, al di là della retorica anti-statalista, hanno implicato soltanto un enorme rafforzamento del clientelismo. Se non prendiamo atto del fallimento del ‘post-Tangentopoli’, e se non cerchiamo di capirne le ragioni più profonde, ogni riforma si rivelerà solo un’operazione del tutto simbolica, ma priva di reali conseguenze. Così, avrà ragione ancora una volta il principe di Salina. Dietro la facciata di un cambiamento radicale le cose continueranno a rimanere immutate, e la classe politica assomiglierà sempre di più a una casta di parassiti».

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