Mio zio Italo, morto sul Titanic

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Intervista a Giulio Arnone, che vive in Costa Rica: la nonna era sorella del casalese

«Cercavo il nome Chiara invece era Clelia: ora capisco perché chiamò suo figlio Italo»

di Giovanni Gardani
Cento anni dopo l’Oceano Atlantico ha unito ciò che cento anni prima l’Oceano Atlantico aveva separato. Merito della tecnologia, che nel 1912, magniloquente ed eccessiva, affondava assieme al Titanic contro un iceberg, e che, nel 2012, grazie a Internet costruisce l’approdo di una storia tragica e bellissima. Una storia della quale, la scorsa settimana, vi avevamo narrato solo la prima puntata, partita da Casalmaggiore e che oggi arriva, attraversando il secolo delle illusioni e il più grande mistero della storia degli incidenti navali, in Costa Rica, staterello centro-americano più noto nel mondo come meta esotica. Giulio Arnone oggi ha 54 anni, fa il professore di fisica e potrebbe scrivere un romanzo già soltanto con la sua vita: nato in Venezuela nel 1958, emigrato in Guatemala, studente ad Austin, nel Texas, di nuovo in Venezuela per proseguire gli affari del padre e poi via, scappando “da quel cretino di Chavez” per approdare con la moglie e i tre figli in Costa Rica. «Non mi sento cittadino di nessuna parte» dice Guido, origini italiane tradite da nome e cognome «ma quando sento l’Inno di Mameli mi viene da cantare. Sono fatto a strati: italiano sul fondo, venezuelano in mezzo, con compartimenti laterali dal Guatemala e dagli States». Un motivo in più per essere italiano, anzi casalese, è arrivato in questi giorni. «Da anni - spiega - stavo effettuando una ricerca. Mia madre, Alda Dragoni, mi raccontava che suo zio era morto sul Titanic, prima che lei nascesse. Eppure, per tutto questo tempo, le mie deduzioni, il mio affannoso rincorrere la verità sembrava vano. Poi, con la scusa del Centenario del naufragio, ecco l’illuminazione. Grazie ad internet ho letto la notizia di tale Italo Francesco Donati, nato a Casalmaggiore nel 1894, poi emigrato a Londra, quartiere di Tottenham e morto, appunto, nel 1912 sul Titanic». La stessa notizia pubblicata dal “Piccolo”, che però senza una ricerca approfondita sarebbe rimasta monca e limitata alla suggestione. «La spia s’è accesa quando ho letto che Donati faceva il cameriere: ecco, mia madre mi raccontava che sua madre, dunque mia nonna, era un’albergatrice e che molti suoi fratelli e sorelle lavoravano o in casa o nel ristorante di famiglia. Da lì ho capito che poteva esservi qualche parallelo: Italo Francesco Donati, infatti, era il mio prozio, ossia lo zio di mia madre». Manca però nel puzzle un incastro fondamentale, il nome esatto della nonna, sorella di Italo Donati. Una sbadataggine che aveva inceppato l’intera ricerca. La nonna è Clelia, non Chiara, Donati. E proprio all’Anagrafe di Casalmaggiore Clelia Donati risulta sorella di Italo Donati. «Qui da noi si parla spagnolo e in spagnolo Clara è un nome molto più diffuso di Clelia. Con il tempo e i ricordi offuscati – avrò sentito quel nome 5-6 volte in trent’anni – ho tradotto il nome di mia nonna italianizzandolo in Chiara. E ho sempre cercato una Chiara Donati che in realtà non aveva alcun legame con Italo Donati. E’ stata la desinenza a bloccarmi, quel “cl-” tradotto malamente in “ch-” andava risolto». Lì la soluzione all’enigma. «E’ Clelia Donati, dunque, la sorella di Italo. Era lei la mia nonna: Clelia, non Clara. Ora tutto torna: dall’atto emerso all’anagrafe, infatti, emerge che Clelia Donati si è sposata con Serafino Dragoni il 27 marzo 1913. Lo stesso cognome di mia madre, Alda Dragoni, nata nel 1916, tre anni dopo lo spostamento di Serafino e Clelia da Casalmaggiore a Cremona. Non solo: altri dettagli mi hanno indirizzato sulla retta via. Mia nonna ebbe solo due figli: Alda, appunto, e un maschio, che chiamò Italo. A questo punto devo credere che la scelta non fosse casuale ma volesse “rinnovare” il ricordo dello sfortunato Italo Francesco Donati. Solo due figli, dicevo, perché Clelia fu una sorta di “surrogate mother” e doveva badare, essendo la secondogenita (nata nel 1884, ndr), a quasi tutti i fratelli: forse la spaventava l’idea di avere figli. Mia madre Alda, del resto, non ebbe mai un gran rapporto con mia madre: dice che la costringeva a vestirsi di nero, a lavare i piatti e stare in cucina». Particolari a parte, Guido Arnone lancia ora un appello. «Essendo nato a Caracas, poiché Alda Dragoni lì si sposò con Guido Arnone Petteln, mio padre, non ho avuto modo di coltivare alcun rapporto con il ramo Dragoni: so però che si tratta di un cognome molto diffuso nel lodigiano. Spero, lanciando questo appello, di trovare nuovi legami con i miei avi. Anche se, dopo un’estenuante ricerca, già così mi sento soddisfatto». Chi cerca trova: e il Titanic, nella sua immane tragedia, questa volta ha abbandonato la strada del mistero, per scegliere quella della luce.

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