«Quei valori oggi sono stati annegati»

+ 40
+ 39


alt
alt
Kiro Fogliazza racconta la “sua” Resistenza: «Dobbiamo recuperare la voglia di migliorare le cose»

di Martina Pugno

Un po' provato nel fisico ma con lo sguardo vivace come sempre e il sorriso pronto, Enrico “Kiro” Fogliazza mi accoglie nell'elegante e luminoso salotto della casa della figlia, con cui vive. «Non ho mai pensato a farmi una casa mia», ammette nel corso della conversazione: «Sono abituato a pensare prima agli altri. C'è sempre qualcuno prima da aiutare che ha bisogno di te. In quegli anni prima dell'io c'era il gruppo, poi c'era il distaccamento, poi c'era la brigata. E solo dopo venivi tu». Il distaccamento e la brigata a cui fa riferimento sono quelli della Resistenza, che Kiro ha vissuto in prima persona in quanto comandante della 17° Brigata Garibaldi e che da anni racconta con trasporto e dovizia di particolari, perché le nuove generazioni non dimentichino. Alla vigilia del 25 aprile, lasciamo che sia uno dei pochi (o forse l'unico) dei protagonisti rimasti a raccontare le lotte che hanno segnato quei difficili anni. Kiro, ai tempi comandante del suo distaccamento, lo fa ripercorrendo ogni passo compiuto dalla pianura cremonese e attraverso valli e monti piemontesi. Non una data, non un nome né un luogo è stato dimenticato, nonostante i molti anni trascorsi. Con il comandante, quindi, ripercorriamo gli anni delle lotte partigiane, partendo da una cosa non semplice: dare, oggi, una definizione della Resistenza per coloro che l'hanno conosciuta solo attraverso le pagine dei libri di storia. «La Resistenza è stata un fatto straordinario e imprevedibile. E' nata dalle difficoltà, è stata il frutto di venti anni di fascismo e di cinque guerre combattute nel mondo, delle privazioni, dell'assenza di viveri, del controllo spietato. A livello culturale, in Italia non c'era il principio della ribellione. E' stato difficile organizzarsi, si aveva paura, il fascismo picchiava forte! Quando io sono partito, non sapevo dove sarei andato: mi era stato detto solo di prendere il treno, andare a Milano e poi a Torino: lì avrei dovuto seguire un giovane con una copia del giornale “La Stampa” arrotolato e piegato in una tasca. Solo quando sono arrivato là ho scoperto che eravamo in tanti di Cremona, tutti delle leve comprese tra il '20 e il '26. Non sapevamo dove andavamo e con chi; non sapevamo nemmeno che dalla città partivano altri, ognuno era convinto di essere solo. Io ho lasciato mia moglie e mia figlia a casa, la decisione è stata difficilissima. Però sono partito; l'alternativa erano i tedeschi ». L'esercito descritto da Kiro è quello visto attraverso gli occhi di un ragazzo di campagna poco più che ventenne, così come la maggior parte delle persone che vanno a comporre le Brigate partigiane. E' un vero e proprio fiume di memorie quello che Kiro ricostruisce, come se di tempo non ne fosse passato affatto, e se un po' stupisce la precisione e l'abbondanza di particolari con cui ogni vicenda viene ricordata, a colpire in modo particolare è la vividezza delle emozioni che si legano a quel periodo di lotte e solidarietà, coraggio e paure. Se da una parte, infatti, la forza dei combattenti partigiani viene descritta da Kiro con queste parole: «Ho paura che in tutta la mia vita non riuscirò mai a trasmettere che cosa è stata davvero la Resistenza, in termini di amicizia, solidarietà, fratellanza e unità", dall'altra i momenti di solitudine hanno avuto altrettanta forza e sferzato l'animo di quei «ragazzi che sono dovuti diventare uomini subito, per forza». «La notte prima dei rastrellamenti del 2 luglio del '44 c'era stato un temporale terribile, con freddo, pioggia, il vento che sradicava gli alberi. Quanti pianti, quella notte! Il mattino dopo però il cielo era terso, l'aria era pulita e tutti erano di nuovo di buonumore. Ero in paese con altri a raccogliere del cibo, quando arriva una staffetta ad avvisarci che bisognava scappare subito, perché i tedeschi stavano arrivando a rastrellare insieme ai soldati italiani: “Di ebrei e partigiani non se ne deve salvare nessuno", erano state le dichiarazioni di Farinacci. Ci siamo divisi in due gruppi; uno senza saperlo è praticamente andato incontro ai fascisti, che hanno commesso quello è che passato alla storia come l'eccidio del Col del Lys, uno dei più violenti. Noi invece ci siamo salvati, ma un ragazzo del nostro gruppo si è slogato una caviglia. Io mi sono caricato sulle spalle il cibo e le poche cose che trasportava mentre altri due lo hanno aiutato a proseguire: non si poteva abbandonare un compagno. Io, però, appesantito dal gruppo, sono rimasto indietro e mi sono ritrovato solo a passare la notte in una buca, senza sapere cosa fare né dove andare. E' stata la notte più dolorosa della mia vita». Un dolore ancora vivo, così come l'orrore provato alla vista dei corpi dei partigiani martoriati e uccisi sul Col del Lys, che ancora oggi fa rabbrividire Kiro Fogliazza. «In alcune zone i partigiani, oggi, non possono tornare, perché la popolazione li caccerebbe con rabbia. I partigiani non avevano niente, e spesso non sapevano come sfamarsi, quindi molti di loro rubavano dalle fattorie e nei paesi. Noi abbiamo sempre cercato di costruire un rapporto di unità e solidarietà con la popolazione, con i contadini e i montanari di quelle zone. Le armi erano indispensabili, ma prima dovevamo avere l'amicizia, dovevamo avere alleati tra la gente. Sapevamo che se eravamo uniti potevamo vincere». Valori che, sottolinea Kiro, dovrebbero oggi essere recuperati, per questo è tanto importante ricordare: «Queste storie bisogna leggerle per non ripeterle. Ai giovani d'oggi, voglio dire che non pensino che sia stata una lotta bella e che sparare sia piacevole. Siamo in tempi difficili, ma di certo non si possono paragonare. Di quei giorni però bisogna recuperare i valori di fratellanza e solidarietà, l'impegno per migliorare le cose, perché, se migliorano per la società, migliorano per tutti, anche per noi stessi». Se guardare indietro provoca non solo orgoglio, ma anche dolore, l'oggi si accompagna a un velo di amarezza: «E' un dolore profondo sapere che abbiamo fatto tanto per cambiare l'Italia, per avere più solidarietà e comprensione, e vedere ora una classe politica che spreca e ruba. Sono porcherie che umiliano l'uomo onesto. Sono venuti meno nei loro impegni nei confronti di tutta la nazione e non è mica facile ora recuperare».

Segnala questo articolo su