Ex dopati alle olimpiadi? Raineri difende l'etica sportiva

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A ridosso delle Olimpiadi di Londra, come se non bastasse l'evento in sé a tener desta l'attenzione nei confronti del mondo dello sport, la recente sentenza del Tas (il tribunale arbitrale dello sport) di Losanna, che garantisce la possibilità di partecipare alle Olimpiadi a tutti gli atleti che hanno terminato di scontare una pena per doping,  è da giorni al centro di discussioni e polemiche.

Se, da una parte, vengono ritenute valide e legittime le ragioni del tribunale arbitrario, che sottolinea come l'esclusione risulterebbe pari ad una seconda punizione per una colpa già scontata, dall'altra in molti si domandano se tali atleti possano davvero rappresentare al meglio lo spirito sportivo di cui le Olimpiadi dovrebbero essere espressione massima. Se tifosi ed appassionati su questo tema si dividono, schierandosi chi a favore dell'ammissione di atleti che già hanno pagato per i propri errori e chi invece si ritiene a favore di una linea più dura, quali sono le opinioni di chi invece il mondo dello sport lo vive dall'interno? Abbiamo chiesto un commento a Simone Raineri, canottiere che si è aggiudicato la medaglia d'oro nelle Olimpiadi di Sydney del 2000 e un argento nelle Olimpiadi di Pechino del 2008.

«Da un lato è vero che bisogna dare a tutti una seconda possibilità per poter rimediare ai propri errori.  Dopotutto sbagliare è umano. Però, se un atleta ha già scontato più di una pena e si mostra recidivo, credo sarebbe il caso di impedire la partecipazione. Magari si potrebbe garantire la possibilità di partecipare agli atleti già condannati sottoponendoli però a maggiori controlli e tenendoli monitorati in maniera più frequente. Il fenomeno del doping purtroppo esiste e in alcuni ambienti è molto diffuso; questo non si può negare. I controlli sono l'unico mezzo a disposizione per arginare il problema».

Quali sono le ragioni che spingono un atleta ad assumere sostanze dopanti? Si è spinti solamente dal desiderio di vittoria?

«Non lo si fa per la vittoria; piuttosto diventa un business, a certi livelli si ha a che fare con grosse cifre. Si ottengono i risultati in maniera non corretta, togliendo soddisfazione ed orgoglio ad alti atleti, ma anche a se stessi. Un atteggiamento del genere  non rientra nello spirito sportivo: si fa sport per stare bene e per confrontarsi con gli altri, ma anche con i propri limiti. In realtà, il confronto viene meno perchè chi assume sostanze dopanti già sa di partire avvantaggiato. E' come partecipare a una maratona in bicicletta. Non si sta nemmeno bene con se stessi, perchè le sostanze che si assumono per migliorare la prestazione sono altamente nocive».

Quali potrebbero essere le soluzioni per arginare il fenomeno?

«I controlli sono l'unico strumento a disposizione; per questo ritengo dovrebbero essere fatti frequentemente e ancor più nei confronti di chi già ha subito qualche condanna. Forse sono troppo rigido, però personalmente imporrei la fine della carriera a chi viene sorpreso a fare uso di sostanze dopanti una seconda volta. In questo modo un'atleta ci penserebbe mille volte prima di assumere qualsiasi tipo di sostanza».

di Martina Pugno

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