Abbigliamento "a norma di legge": come riconoscerlo

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Pochi giorni fa, un’operazione dei Nas ha portato al sequestro, a Torino, di scarpe cinesi “tossiche”: contenevano, infatti, troppo cromo esavalente. Secondo le analisi tossicologiche effettuate dall’Associazione tessile e salute, in quelle scarpe ci sarebbe un quantitativo di questa sostanza - allergizzante e cancerogena - ben superiore al consentito: 15,9 milligrammi, invece dei 3 tollerati per legge.

La sostanza viene utilizzata per conciare il cuoio e il pellame impiegato nella confezione delle calzature. Il rischio per la salute è quello di sviluppare allergie che possono diventare croniche, con una ipersensibilità della pelle alla sostanza.

Quello dell’abbigliamento è un settore ancora poco controllato in Italia, dove i tessuti importati non sono soggetti a verifiche, nonostante la normativa per quelli prodotti nel nostro Paese sia molto rigorosa. Tocca quindi al consumatore prestare particolare attenzione nell’acquisto di vestiti e scarpe, in modo da non incorrere in spiacevoli inconvenienti. Ne abbiamo parlato con Mauro Rossetti, direttore dell’Associazione tessile e salute.

Ci può spiegare quali sono le caratteristiche che il consumatore deve verificare per non correre rischi?

«La prima cosa da controllare è la composizione fibrosa, indicata sull'etichetta che, per legge, deve riportare con quali fibre è stato realizzato il capo che si sta comprando. Le fibre possono essere naturali (cotone, lana, lino, seta…) o man made (acrilico, poliestere, nylon…), ossia ricavate dal petrolio. Ogni fibra ha la sua ragione di essere nel mercato incredibilmente vasto del tessile: ragioni estetiche, di comfort, funzionali, economiche e spesso le fibre naturali convivono con quelle sintetiche nello stesso capo. In un capo possono comparire più fibre e quindi sull’etichetta è indicata anche la percentuale.

E’ anche importante essere certi che nella composizione del tessuto non siano presenti delle sostanze potenzialmente pericolose».

Come si può fare?

«Innanzitutto ricordiamo che i problemi non nascono dalle fibre, ma da ciò che viene utilizzato per colorarle, ammorbidirle e renderle più gradevoli alla vista: sto parlando dei trattamenti chimici a cui sono sottoposte oppure dalla scarsa traspirabilità del tessuto.

L’origine delle patologie dermatologiche da contatto, che negli ultimi anni stanno notevolmente aumentando, è spesso legata alla presenza sui tessili di sostanze

da tempo vietate in Italia ed in Europa. I prodotti di importazione risultano talvolta trattati con sostanze chimiche non a norma: ammine aromatiche cancerogene, coloranti allergenici, metalli pesanti e formaldeide».

Tuttavia sull’etichetta queste indicazioni non compaiono…

«Proprio perché queste sostanze non vengono utilizzate in prodotti realizzati in Italia o in Europa, conviene, se possibile, prediligere quest'ultimi, durante i propri acquisti. Del resto, purtroppo, attualmente non c'è un'etichetta che permetta di riconoscere con chiarezza la composizione e l'origine dei tessuti».

Quali sono i prodotti più a rischio?

«Difficile stilare una graduatoria precisa. Tuttavia è bene sapere che quelli più spesso implicati nelle patologie cutanee sono camicie, abbigliamento intimo, jeans e T-shirt. In linea generale è consigliabile lavare sempre un capo di abbigliamento nuovo prima di indossarlo e, nel caso esso rilasci colore, è bene rilavarlo».

Cosa dobbiamo fare quando compaiono reazioni allergiche imputabili all’uso di un capo d'abbigliamento?

«Innanzitutto, rivolgersi subito al proprio medico. In secondo luogo, chiediamo a tutti di segnalarci l'eventuale problema, in modo da poter monitorare la situazione e magari far analizzare il capo "sospetto"».

 di Laura Bosio

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