Lo sviluppo culturale, strategia per la ripresa

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Se mai qualcuno se ne fosse dimenticato, giova tornare a quella frase dell’allora ministro Giulio Tremonti: “di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia”. La frase venne stigmatizzata e assurse a simbolo della china precipitosamente discendente percorsa da una certa Italia: quell’arroganza affaristica che negava alla cultura non solo lo status di cibo fondamentale per l’animo delle persone e dei territori, ma anche una sottovalutazione miope e grevemente ignorante delle possibilità di sviluppo offerte dalla valorizzazione della cultura stessa. Eppure, per parafrasare una frase di Hugh Grant nel ruolo di un fascinoso primo ministro inglese (il film è “Love actually”), siamo la patria di Dante, Leonardo, Michelangelo e Vivaldi, di Pirandello e di Renzo Piano, di Rita Levi Montalcini e di Margherita Hack, della mano di Filippo Brunelleschi e del piede del “Mosè”, dei panorami struggenti, delle città d’arte tra le più straordinarie del mondo, delle biblioteche, delle pinacoteche, dei musei, degli archivi, dei siti archeologici di infinita, splendida, delirante bellezza. Mi fermo qui, perché la meraviglia e la cultura che hanno dimora nel nostro Paese sono, forse, senza pari. Certo non si fanno panini con i calcinacci di Pompei progressivamente sbriciolata e del centro storico de L’Aquila, ancora ridotto a macerie.  Eppure, negli ultimi anni abbiamo assistito a enti culturali decapitati, fondi allo spettacolo decurtati, teatri e cinema sempre più chiusi. Occorrerebbe un volume intero (e qualcuno ne ha scritti) per documentare i veri e propri insulti di cui sono state oggetto, negli anni, la scuola e l‘università, il sistema dell’istruzione pubblica. Ho sempre pensato però che, al fondo dell’ignoranza, si celasse un progetto preciso. Lo ha scritto in un bell’articolo Andrea Cortellessa: l’”egemonia sottoculturale” di cui parla Massimiliano Panarari non può che essere funzionale a un progetto di dominio economico, sociale e, dunque, politico. È appena il caso di accennare al crescere del fenomeno dell’analfabetismo di ritorno, su cui si è fermato più volte Tullio De Mauro.

Ma forse, qualcosa si sta muovendo, e non solo a livello di ristrette élite intellettuali, quasi voces clamantes in deserto. È accaduto che, lo scorso 19 febbraio,  “Il Sole 24 ORE” abbia pubblicato, nel suo inserto domenicale, sempre di grande qualità, il “Manifesto per la cultura”, intitolato “Niente cultura, niente sviluppo”.

Vi si legge che “la cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo”. Altri assunti: l’Italia, e in grande misura l’intera Europa, devono oggi fronteggiare una sfida non semplice, ritrovare la via della crescita. È  una opinione ancora minoritaria, ma sempre più diffusa, che la cultura debba far parte in modo importante del nuovo scenario. Lo sviluppo culturale è strategico non solo per l'Italia, ma per l'intera Europa: numerosi studi dimostrano come il sistema della produzione culturale e creativa sia anche uno dei più grandi settori, superiore per fatturato ai principali comparti del manifatturiero e alla maggior parte dei comparti del terziario avanzato. Ci sono cinque punti fermi: una Costituente per la cultura; strategie di lungo periodo; cooperazione tra ministeri; l’arte a scuola e la cultura scientifica; merito, complementarietà pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale.

Il successo è stato grande, e continua a crescere.  Hanno aderito, tra i moltissimi,  anche tre ministri, Passera, Profumo e Ornaghi; il commissario europeo all’istruzione e alla cultura Vassiliou e il ministro danese della cultura Elbaek. Tutto bene, quindi?

Direi di sì, se questa attenzione, se non altro, servisse a rimettere al centro della scena la questione cultura, l’affaire cultura. Il nostro Paese ha una legge importante, su questa materia: è il Codice dei beni culturali e del paesaggio, decreto legislativo n. 42 del 2004. Vi si legge che “in attuazione dell'articolo 9 della Costituzione, la Repubblica tutela e valorizza il patrimonio culturale” e che “la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura”. Cultura e memoria, in un binomio inscindibile. Senza memoria non potremmo capire il presente né, tanto meno, attrezzarci per vivere il futuro. Ma leggiamo anche l’articolo 9 della nostra Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Come dicevo, riportare all’attenzione pubblica, politica ed amministrativa questi assunti non può che essere positivo. C’è però da dire che, come ha ricordato Tomaso Montanari, la tesi di fondo  portata avanti dal “Manifesto” non è nuova. Già nel 1985, Gianni De Michelis diceva: “le risorse non si avranno mai semplicemente sulla base del valore etico-estetico della conservazione, [ma] solo nella misura in cui il bene culturale viene concepito come convenienza economica”. Molto sintetico, molto chiaro. Ripeto, passare dall’idea che  con  la cultura non si fa un panino, a quella per cui è qualcosa che comunque “conviene” valorizzare, può forse  renderci moderatamente ottimisti, o non totalmente pessimisti, sul presente e sul futuro dei nostri monumenti, dei nostri musei, dei teatri, delle biblioteche e degli archivi. Ma vorrei spendere poche parole, per ora, su un’altra esperienza culturale: quella del Teatro Valle occupato, a Roma. Si sta sviluppando l’idea di gestire il teatro attraverso lo strumento di una fondazione, il cui statuto non preveda il Consiglio di amministrazione, regoli le direzioni artistiche turnarie, premi la gestione partecipata del teatro e l’autogoverno dei lavoratori dello spettacolo. In prospettiva, si vuol “rovesciare l’idea che la misura dello spettacolo in Italia sia il biglietto”. Stefano Rodotà, che vi ha collaborato, ne scrive così: “Non siamo di fronte ad una questione marginale o settoriale, ma ad una diversa idea della politica e delle sue forme, capace non solo di dare voce alle persone, ma di costruire soggettività politiche, di redistribuire poteri. È un tema “costituzionale”, almeno per tutti quelli che, volgendo lo sguardo sul mondo, colgono l’insostenibilità crescente degli assetti ciecamente affidati alla legge “naturale” dei mercati”.

Il tema è ricco e meritevole di approfondimenti, che non possiamo fare qui e ora. Ma io desidererei una realtà in cui non sia del tutto vero il vaticinio di Bernard Berenson, grande critico d’arte, che, nel 1941, prevedeva un mondo “retto da biologi ed economisti, dai quali non verrebbe tollerata attività o vita alcuna che non collaborasse a un fine strettamente biologico ed economico”. La bellezza e la cultura devono stare anche nell’esperienza gratuita del mondo, o non sono. Ne riparleremo.

di Ago Poli

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