Spending review, è davvero possibile?

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Ha suscitato molte discussioni il fatto che il governo Monti, composto da tecnici, abbia affidato ad un altro tecnico il compito di procedere allo spending review. Si tratta di Enrico Bondi, già commissario della Parmalat, che avrà il compito non facile di tagliare laddove si ravvisano sprechi nella spesa pubblica.

Nonostante la risposta, un po’ piccata, del premier Monti sulla superficialità di tale osservazione, sembrerebbe che i tagli di spesa abbiano bisogno anche e soprattutto di coesione politica: è relativamente semplice parlare di sprechi ed inefficienze, lo è molto meno quando si vanno ad incidere interessi e gruppi di potere. A meno che Bondi non abbia il compito di stilare una lista, all'interno della quale poi qualcuno sceglierà. Ma le cose non sono così semplici. Ne è convinto, e ne ha parlato, il professor Gilberto Muraro, docente di Scienza delle finanze all'Università di Padova, ex presidente della Commissione tecnica per la Finanza Pubblica. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Professore, lei ha dichiarato, recentemente, che non ci si devono attendere risultati immediati nella razionalizzazione della spesa pubblica. Ci può spiegare i motivi?

«Fare spending review significa rivedere la spesa, alla ricerca di come “spendere meno e spendere meglio”, smontare la macchina pubblica – strutture e procedure - e cercare di rimontarla con strutture più leggere e procedure più snelle, e si tratta di procedure che richiedono davvero molto tempo. Guardiamo, ad esempio, la questione dei dipendenti pubblici: non possono essere licenziati, tuttavia non verranno più rimpiazzati nel tempo, fino ad eliminare l’esubero. Perché questo sia visibili, tuttavia, anche dal punto di vista del risparmio effettivo, ci vorranno anni. Fondamentale è poi lo snellimento delle procedure e delle strutture. A conti fatti, i tempi tecnici sono notevoli, ma se il gioco riesce avremo un risparmio per il bilancio pubblico e un guadagno per la democrazia e perfino per l’etica pubblica».

A suo parere, quali sono i gangli dello Stato e, più in generale, della Pubblica Amministrazione su cui puntare per avviare una seria riforma della spesa?

«Quando ero presidente della Commissione tecnica per la Finanza Pubblica, prendemmo in esame cinque ministeri e documentammo come fosse possibile ottenere simultaneamente economie di spesa e miglioramenti del servizio pubblico in materia di scuola, sicurezza, ricerca, giustizia, organizzazione periferica dello Stato centrale, e via dicendo. Se il governo Berlusconi avesse applicato anche solo una parte di quanto era contenuto nel nostro rapporto, avremmo già fatto notevoli passi avanti. I settori su cui praticare i tagli sono numerosi, e si possono ottenere risultati significativi. Si può lavorare sui livelli di decentramento degli apparati statali sul territorio, ad esempio lo snellimento dei tribunali e l’accorpamento delle prefetture, con risparmio di sedi, spese di logistica e via dicendo.

Importante sarebbe poi sfoltire il personale nelle pubbliche amministrazioni al Sud, dove è in netto esubero, spostandolo verso il Nord, dove invece ve ne è carenza. O ancora, si può analizzare la situazione del sistema penitenziario, che necessita di un consistente sforzo di miglioramento, sia sotto il profilo ordinamentale sia come riduzione di spesa corrente per liberare risorse a vantaggio di investimenti nelle strutture di detenzione. Diversi sono i problemi: un ordinamento carcerario obsoleto, l’uso di polizia penitenziaria in compiti amministrativi, con la conseguenza di un numero eccessivo di agenti, ecc.

Allo stesso modo nel settore dell’ordine pubblico e della difesa abbiamo un esubero di corpi delle forze dell’ordine, che svolgono le stesse funzioni.

In realtà i “doppioni” sono tantissimi nella pubblica amministrazione: ad esempio ci si chiede come mai la gestione del comparto automobilistico debba essere divisa tra Motorizzazione ed Aci».

Una seria politica di razionalizzazione della spesa non abbisognerebbe di un chiaro orientamento politico?

«Un chiaro orientamento politico è condizione essenziale, oggi, per poter fare spending review. Naturalmente ci sono dei centri di interesse, e delle persone che rischiano di perdere i propri privilegi, e bisogna dare per scontato che vi saranno delle resistenze. Per questo è particolarmente necessario che vi sia una coesione politica nel compiere queste scelte. Ed è questo il motivo per cui sinora è stato così difficile agire in questa direzione; oggi, tuttavia, diventa necessario, a fronte di una situazione economica talmente grave da rendere tali decisioni non più rinviabili».

Facciamo due esempi: scuola e sanità. Si tratta di due comparti, la cui efficienza dovrebbe qualificare un Paese. Si può fare qualcosa in direzione della razionalizzazione, senza comprimere i servizi, spesso già in sofferenza?

«Il comparto scuola è già stato abbondantemente tagliato da Tremonti, tuttavia ci sono ancora spazi di miglioramento nell’ambito della razionalizzazione. In particolare è necessario dare più responsabilità programmatica alle Regioni, che devono poter accorpare plessi scolastici e mettere in piedi procedure e misure per far quadrare i conti. Per quanto riguarda la sanità, ritengo che il nostro sistema sia già buono. Occorre però far rispettare le regole: se una Regione, ad esempio, ha un deficit, dovrà imporre Irap e Irpef per colmarlo. Se poi essa non riesce a rimediare, dovrà essere commissariata».

Beppe Grillo, ma non solo, insiste sulla necessità di intervenire sui costi della politica .... qual è il suo parere?

«E’ assolutamente necessario ridurre tali costi. A partire da un netto taglio dei benefici dei parlamentari; questo rappresenta un passo indispensabile dal punto di vista del risparmio economico, ma anche in un’ottica psicologica: non possiamo, infatti, chiedere al Paese di fare sacrifici senza dare l’esempio. Tra l’altro ci sono certi privilegi che sono davvero inconcepibili, e che spesso continuano anche dopo il termine del mandato. Il passo più grosso, in ogni caso, sarà ridurre il numero dei parlamentari, ma un’azione simile deve rientrare in un serio progetto di riforma costituzionale».

Cosa si sta facendo, a questo proposito?

«Il Paese vuole andare in questa direzione, ma sarà difficile che i parlamentari decidano di fare un passo simile».

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