Sempre meno iscritti negli atenei italiani

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Sempre meno laureati tra gli italiani: questo il futuro che si prospetta, secondo il XIV Profilo dei laureati italiani recentemente presentato da Almalaurea, sulla base dell’analisi di 215.525 studenti laureatisi in 61 diversi atenei lo scorso anno. Dal 2004 al 2011, anche a causa della crisi, le immatricolazioni sono diminuite del 15% sul territorio nazionale. Ad oggi, solo il 29% dei neodiplomati decide di iscriversi all'università, confermando un trend che vede l'Italia come fanalino di coda dell'Europa nel numero di laureati.

Dal trend si discostano però alcuni percorsi di studio in grado di offrire sbocchi diretti nel mondo del lavoro, come i percorsi di laurea offerti dalla sede cremonese del Politecnico di Milano: «In questi anni non abbiamo registrato un calo di iscritti, al contrario le matricole stanno aumentando di anno in anno in modo lineare, in particolare per il corso di laurea in ingegneria informatica, ma anche per il corso in ingegneria gestionale», spiega il Prorettore  Gianni Ferretti. «A livello nazionale, però, è vero che le iscrizioni ai corsi di laurea sono in calo: questo accade per tanti motivi, in primis la sfiducia nella possibilità di trovare successivamente un impiego. Va detto che molti studenti fanno scelte che non facilitano l'ingresso nella realtà lavorativa. La responsabilità in questo è anche degli istituti scolastici: non tutti gli atenei forniscono dati e informazioni adeguate riguardo alle prospettive occupazionali successive a ciascun corso di laurea». Per l'immediato futuro non si intravedono migliori speranze, soprattutto se si tiene del recente annuncio del ministro Elsa Fornero che ha reso noto il taglio di oltre il 90% dei fondi destinati per le borse di studio. Un intervento che comporterà la mancata erogazione di 145.000 borse per gli studenti aventi diritto. «Per quanto ci riguarda - commenta il Prorettore Ferretti - il calo di borse di studio statali non influenza il numero di iscritti, perché molte restano non assegnate in quanto superano, di numero, gli studenti aventi diritto. Dieci borse di studio sono a disposizione in base alle eccellenze, alle quali si aggiungono quelle comunali e del progetto Municity. Molte sono a disposizione per stage estivi e corsi di inglese professionali, il tutto a fronte di ottanta/novanta iscritti annui. La situazione è però diversa in altri poli, che registrano anche una maggior presenza di studenti fuori sede. Gli studenti potrebbero avere difficoltà a sostenere le spese relative alla propria formazione, soprattutto se fuori sede e in città con costi della vita molto elevati. Tuttavia non credo che i tagli alle borse di studio costituiscano un fattore determinante».

A fare la differenza, invece, è il livello di preparazione offerto dal percorso di studi precedente: molto spesso sono gli studenti stessi a non sentirsi all'altezza di un percorso universitario. Un ambito di intervento che dovrebbe riguardare in primis lo Stato: «Gli studenti arrivano all'università non preparati. I bravi poi ce la fanno comunque, ma sono molti coloro che non se la sentono di affrontare un percorso di laurea, specialmente se particolarmente impegnativo, a causa della mancata solidità della preparazione precedente. A livello nazionale quindi si dovrebbe intervenire in primis sulla qualità dell'istruzione superiore.

Gli atenei invece dovrebbero evitare di proporre corsi accattivanti, che però non offrono una preparazione spendibile nel mondo del lavoro. E' giusto che gli studenti abbiano libertà di scelta, ma devono essere consapevoli delle prospettive. A causa del ridotto numero di iscritti, anche se in crescita,  non riusciamo a soddisfare le richieste delle aziende, perché anche se i nostri laureati sono in aumento, non bastano a soddisfare le richieste da parte delle aziende: sono tanti i neodiplomati che non si sentono abbastanza preparati da affrontare un percorso universitario impegnativo».

di Martina Pugno

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