Tennis: Sara Errani ha stregato a Parigi

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Sarita ha stregato Parigi. La piccola Sara Errani, solo un anno fa considerata un’onesta regolarista, ha preso coraggio a due mani e con un gioco aggressivo è arrivata sino alla semifinale del Roland Garros. Traguardo raggiunto negli ultimi due anni da Francesca Schiavone (vittoria nel 2010 e finale nel 2011), che ha ceduto il testimone proprio alla Errani. La bolognese, già vincitrice di tre tornei nel 2012, ha prima piegato una Ivanovic in grande ascesa (1-6 7-5 6-3), poi ha demolito la solida Kuznetsova (6-0 7-5) ed infine, ieri pomeriggio, ha avuto la meglio sull’emergente Kerber, numero dieci del mondo per 6-3 7-6. Si annunciava molto difficile il match contro la tedesca, picchiatrice da fondocampo e mancina, quindi avversario indigesto per la Errani, che è pero è partita forte ed ha incamerato il primo set. Chiave del match la varietà di soluzioni sfoderata dall’italiana, che non ha dato punti di riferimento alla Kerber, finita più volte fuori giri. Nel secondo set è arrivato il piccolo calo della Errani, ma la tedesca non è riuscita ad approfittarne: per quattro volte ha servito in vantaggio, arrivando anche al set point, ma la Errari non ha mai mollato e si è guadagnata il tie break, che poi ha dominato  7-2, al cospetto di una Kerber stanchissima. Un traguardo straordinario per l’allieva di Lozano (semifinalista anche in doppio), che però non si accontenta e giovedì proverà a dare l’assalto alla Stosur, vittima in finale nel 2010 della Schiavone. L’australiana si è sbarazzata in due set della Cibulkova, che nel turno precedente aveva sgambettato la numero 1 del mondo Azarenka. Servirà un’altra impresa, ma l’ecletismo della Errani potrebbe mettere in difficoltà la Stosur, che ha un gioco molto simile alla Kerber. Quindi una semifinale aperta a qualsiasi risultato. In campo maschile grande rimonta di Roger Federer, che sotto di due set, ha poi travolto l’argentino Del Potro. In semifinale anche Djokovic, che come contro Seppi ha rischiato molto, ma al quinto ha avuto ragione di Tsonga.

di Fabio Varesi
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