L'acciaieria Arvedi non produce diossina

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Alle accuse che vengono rivolte all’acciaieria Arvedi di produrre diossina, risponde, con molta decisione, Paolo Beati, direttore dell’Arpa di Cremona, molto chiaro nel difendere la nota azienda cremonese: è una denuncia che “non ha né capo né coda”. La stessa cosa era emersa da un articolo pubblicato sul “Piccolo” un paio di mesi fa. Indubbiamente, ci vogliono attenzione e certezze quando si lanciano accuse così pesanti; tenendo conto, poi, che si tratta di una realtà produttiva importante per il territorio. Il dottor Beati, durante l’incontro tecnico svoltosi in Prefettura nei giorni scorsi - a seguito di alcuni articoli apparsi sulla stampa locale, da cui si evincerebbe il mancato rispetto delle soglie stabilite dalla normativa comunitaria nelle emissioni in atmosfera prodotte dallo stabilimento in questione - ha spiegato perché è improponibile pensare che la Arvedi possa emettere inquinamento da diossina. «Già la tipologia di impianto e i materiali usati, è quasi impossibile che possano produrre questa sostanza. Oltre a tutto ciò, i nostri controlli hanno evidenziato che i valori delle emissioni riscontrati nel corso dei periodici autocontrolli eseguiti – con personale tecnico dell’Arpa - dal 2008 ad oggi, sono risultati sempre abbondantemente inferiori al limite di 0,50 ng/m3 – limite stabilito dalla disciplina vigente - e quasi sempre anche al di sotto dei limiti di rilevabilità strumentale. In effetti, gli ultimi controlli hanno rilevato concentrazioni inferiori a 0.025 ng/m3».

Il direttore dell’Arpa ha, inoltre, chiarito che il limite di 0.10 ng/m3, riportato, con particolare enfasi, è collegato all’adozione delle migliori tecniche disponibili (Bat), recentemente stabilite dagli organi comunitari competenti e pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale Europea l’8 marzo scorso. Allo stato, in definitiva, risulta che l’azienda in questione rispetta già i limiti di emissioni di diossina che dovranno essere recepiti negli atti autorizzativi emanati nell’arco dei prossimi quattro anni.

«L’impatto ambientale dell’acciaieria è legato esclusivamente al rumore e a qualche odore particolarmente fastidioso, peraltro difficile da eliminare, tipico di certe attività industriali e che dipende dai processi di lavorazione» continua Beati. «Voglio tuttavia rassicurare la cittadinanza: non si tratta di sostanze pericolose. Peraltro anche le emissioni di polveri sottili sono risultate bassissime, pari a un microgrammo per metro cubo, come testimonia anche il fatto che i valori della centralina installata a Spinadesco sono gli stessi di tutte le altre». Anche Asl e Provincia hanno concordato con l'analisi espressa dall'Arpa, sottolineando che l'acciaieria è ben controllata e sicura dal punto di vista ambientale.

«Ci tengo a rassicurare i cittadini» ha detto ancora il dottor Beati. «Devo anche dire che mi infastidisce il fatto che escano sui giornali notizie allarmistiche infondate. Fare del terrorismo mediatico, specialmente in un momento come questo, di forte crisi, è un grave errore». Del resto, si tratta di una cautela comprensibile nei riguardi di una azienda come l’Arvedi, ha un ruolo fondamentale sul territorio. Proprio nel periodo peggiore per l'economia italiana, la Arvedi dal 2008 al 2010 ha investito 661 milioni di euro e ha assunto 700 lavoratori. Sul fronte inquinamento, invece, l’acciaieria cremonese è ritenuta il migliore esempio di siderurgia ecosostenibile, perché riduce del 50% i consumi di energia e l’emissione di Co2 e diminuisce al minimo quelli di acqua e di area dedicata.

«Stiamo parlando di una delle più grandi aziende del territorio, bisogna essere cauti» sottolinea ancora Beati, che aggiunge «L'Arpa ha un rapporto di stima reciproca con l'azienda, dove peraltro siamo sempre presenti» spiega ancora Beati. «Basti pensare che nel giro di 4 anni abbiamo svolto ben 35 controlli, contro i 2 che la legge impone di fare ogni 5 anni».

Al termine della riunione in Prefettura è emersa, peraltro, l’assoluta esigenza di una corretta informazione su tematiche di così rilevante interesse pubblico e, quindi, l’opportunità che, chiunque intenda divulgare dati riferiti alle problematiche in questione, si rapporti sempre preventivamente con gli organi tecnici preposti.

di Laura Bosio

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