Da Cremona a Venezia, le nuove mire della 'Ndrangheta

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La ‘ndrangheta “delocalizza”, si muove sul territorio alla ricerca di nuovi mercati e di nuove opportunità, volgendo l’occhio anche al cremonese. E’ il quadro emerso dalla relazione tenuta il 17 aprile dal sostituto procuratore della Dna Roberto Pennisi in Commissione parlamentare antimafia, già riportata su queste pagine lo scorso sabato 12 maggio (leggi l’articolo) e impulso per una mozione del 23 maggio in cui il consigliere comunale dell’Idv Giancarlo Schifano chiedeva alla Giunta un impegno preventivo contro l’infiltrazione della criminalità organizzata, «affiancando all’azione della magistratura e delle forze dell’ordine una forte iniziativa politica e culturale a tutti i livelli per diffondere la cultura della legalità e della trasparenza». Una sorta di comitato, che a Mantova già esiste, con un protocollo d’intesa tra le varie forze politiche, amministrative e giudiziarie per arginare il fenomeno quando è solo all’inizio. «Di quest’alleanza a Cremona - prosegue il consigliere - se ne sente il bisogno soprattutto a fronte degli sconcertanti casi di usura verificatisi in città negli ultimi tempi».

Al 10 maggio risale il caso di usura scoperto dalla Guardia di Finanza nel centro cittadino (leggi l'articolo), concluso con l’arresto di Francesco F. (49enne calabrese) e di Giuliano F. V. (40enne calabrese ed affiliato a clan “emiliano” dei Grande Aracri). Il 12 giugno viene scoperto dai carabinieri un’altro caso di usura (leggi l'articolo). La vittima era un’imprenditore di Desenzano ma due dei tre usurai arrestati erano di Cremona e Castelvetro, e gli incontri con la vittima avvenivano alla periferia di Cremona. In entrambe le circostanze si parla di tassi fuori da qualsiasi caso di “ordinaria” usura: oltre il 200%.

Per il primo dei casi, aveva scritto il giudice Guido Salvini, le indagini sono ancora in corso, «tenendo presente che il retroscena del fenomeno appare connesso a fenomeni anche pregressi di usura sistematica connessa ad ambienti della criminalità organizzata». E verso la fine di marzo, intervistato da un quotidiano milanese, il gip, parlando di un altro caso di ‘ndrangheta nel cremonese, comunicava la «sensazione che la propagazione non venisse dall’hinterland milanese, ma da altre zone che sono già toccate da altre strutture della ‘ndrangheta». Quali? «Mi riferisco a all’Emilia e a Modena, zone che da un punto di vista geografico-culturale sono più “vicine” a Cremona e Mantova, di quanto non lo sia Milano».

Proprio in queste zone, ha spiegato Pennisi, è attiva «l’altra ‘ndrangheta», quella del lametino e del crotonese (che smentirebbe la teoria della ‘ndrangheta “unitaria”, i cui cordoni ombelicali in realtà si recidono e si riannodano in base ai bisogni). Tracciando una cartina della presenza malavitosa del Nord Est, Pennisi individua due direttrici di sviluppo per l’altra ‘ndrangheta, quelle a cui «bisognerà stare particolarmente attenti per il futuro»: il Veneto, dove «i boss agli occhi degli imprenditori già risultano più affidabili delle banche, perché concedono ciò che non esce dai cordoni chiusi degli istituti di credito»; dall’altro un’area che «parte da Modena e giunge sino a Cremona». Ed è vero che con Cremona siamo già in territorio lombardo, ma «in una parte di Lombardia che sfugge alla “Lombardia criminale” delle maxi inchieste di Milano e Reggio (“Il Crimine” e “Infinito”)». E tra i particolari che caratterizzano quest’altra ‘ndrangheta ce n’è uno che non passa inosservato agli occhi di Pennisi: «Se andiamo a cercare i “classici” reinvestimenti di capitali al Nord - cioè il flusso di denaro che risaliva la penisola - facciamo un passo nel vuoto. Per questa ‘ndrangheta lo scopo è il contrario: creare ricchezza al Nord per farla convergere verso il Sud».

La crisi morde le imprese e la stretta creditizia delle banche e la ‘ndrangheta gioisce investendo sull’usura con il flusso dei prestiti. Ecco perché, spiega Pennisi, «ci sono degli imprenditori soprattutto nel Nord-Est che sono felici di perdere il controllo della loro azienda, pur di consentirne la continuazione di vita. Questo è tipico sia della mentalità di quel territorio che delle imprese che si basano spesso sul rapporto personale che s'instaura fra il datore di lavoro e le maestranze. Tanti – credetemi - si assoggettano all'imposizione mafiosa allo scopo di consentire quella continuità dell'impresa che serve a garantire il mantenimento del posto di lavoro di dipendenti che si conoscono da decenni e che tante volte si tramandano di generazione in generazione. Questo è il pericolo più grosso. Questi soggetti sono in condizione di intervenire, per il grandissimo quantitativo di denaro di cui dispongono, a tutti i livelli dal punto di vista finanziario. È chiaro che così riciclano». E’ un quadro che rischia di conquistare anche la provincia di Cremona? Se due rondini non fanno primavera le analogie però non si fermano qui. «Anche l'acquisto di un qualcosa in perdita - prosegue il magistrato - è un vantaggio per chi acquista nella misura in cui altrimenti non avrebbero a che farsene del denaro di cui dispongono». Ed anche nel cremonese alcuni casi di aziende in perdita acquistate o affittate sarebbero fortemente sospetti.

Senza trascurare neppure i subappalti, che spesso vengono rilasciati dall’impresa titolare a piccole ditte delle quali molte volte non si conoscono i lineamenti e le certificazioni. Per questo la mozione di Schifano, per ora non approvata, chiede di operare il prima possibile, anche attraverso «una verifica accurata dei collegamenti diretti e indiretti tra aziende partecipanti alle gare di appalto e controlli sulle aziende subappaltatrici per garantire un’adeguata trasparenza».

di Michele Scolari
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