Quell'anima femminile che il mondo sembra negare

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Gli episodi di violenza contro le donne non si arrestano anzi, sembrano crescere in maniera esponenziale. Dopo i fatti di cronaca nera che a marzo, tra Piacenza, Brescia e Verona avevano riempito le prime pagine dei quotidiani, la lista dei femminicidi si è arrichita nei giorni scorsi di un nuovo caso: quello di Lizbeth Zambrano, ecuadoregna assassinata a Trigolo con un coltello conficcato nella schiena dal marito, Daniele Fraccaro, nella tarda serata di mercoledì, dopo che la donna aveva manifestato l’intenzione di lasciarlo definitivamente.
L’ennesimo caso di femminicidio per gelosia: quella gelosia che, sui palchi dei teatri, sui banconi dei bar e sui tavoli d'autopsia, da Palermo a Milano rende amaro l'amore italiano. I dati dell’Eurispes confermano che l’Italia non è un paese per donne: basso tasso di occupazione, tasso di reddito e crescente violenza su di loro. I femminicidi passionali violenti sono compiuti prevalentemente da uomini tra i 31 ed i 51 anni. Il 27% delle vittime è costituito dal coniuge, il 9% dall’ex. Una donna su tre – in una età compresa tra i 16 e i 70 – è stata vittima di violenza. Il 35% delle vittime non presenta denuncia. E le donne uccise da maggio a giugno di quest’anno sono 63. Ma si può definire «passionale» la tragedia in cui l’uomo decide di armarsi per colpire l’oggetto del proprio desiderio? Sono casi originati da una sorta di isteria collettiva crescente?
«Bisogna considerare anzitutto che in ogni episodio di violenza c’è sempre una componente e una responsabilità individuale, una “storia” particolare - spiega lo psichiatra cremonese Roberto Poli. - Questi eventi sono frutto di una dinamica complessa e non va perciò solamente considerato il momento estemporaneo: essi sono infatti preceduti da una cumulazione di frustrazione e di autoaffermazione maturata in un lungo periodo di tempo finché raggiunge un punto di rottura che sfocia, o può sfociare, in queste tragedie. Con meccanismi che, sia chiaro, lavorano sempre dentro tutti noi ma che, in queste persone, sono poco o per nulla “gestiti”. E sullo sfondo c’è sempre l’idea di un potere che deve venire riaffermato. L’aggressività umana si scatena dalla delusione, dalla fuga della persona accanto, che si trasforma in un’estranea, ed allora scatta dentro la banalità del male. Gli psicanalisti fanno solitamente risalire la distruzione dell’oggetto d’amore (dove “oggetto” va inteso in senso reificante) all’impossibilità da parte dell’uomo di padroneggiarlo».
Su di un piano più generale però è anche possibile inserire simili tragedie in una cultura che, più o meno implicitamente, nega la legittimità dell’esistenza di una razionalità femminile differente da quella maschile: una cultura nota nell’ambito degli studi antropologici come “cultura del macchinismo”, che nelle sue linee essenziali si profila come la persistenza nel vedere il mondo non come un organismo complesso bensì come una macchina governabile composta di parti separate e non interagenti tra loro. «Questi episodi di violenza femminicida andrebbero sempre inserite in un contesto culturale più ampio, facente capo ad un determinato sistema di valori che caratterizza il rapporto uomo-donna. Più che una catena di condizionamenti mediatici, si tratta di una cultura di fondo che ha segnato e segna tutt’ora per ampi tratti nostra società. Secondo questa percezione, la diversità biologica femminile viene vista in modo subalterno. Ciò che manca a questa cultura è la consapevolezza della diversità dell’altro: ovvero, il riconoscimento di una “concezione del mondo” femminile differente ma anche interagente con quella maschile. La donna non è solamente la copia biologica dell’uomo ma un essere complementare. Cambiare questa cultura significa dare spazio a quella che si potrebbe definire come una “femminilizzazione” della politica, dei rapporti e delle relazioni. La questione femminile ci pone dunque anche il problema di reinterpretare, ridimensionandolo, l’aspetto guerriero e predatore che ancora si annida al fondo di molte tipologie di rapporti sociali».

LA STORIA

Lyzabeth Zambrano, ecuadoregna trentenne, è morta martedì notte a Trigolo, in provincia di Cremona. Viveva lì insieme al suo compagno, il 40enne Daniele Fraccaro, da quattro anni, in una villetta bifamiliare di loro proprietà dopo il trasloco da Offanengo (Cremona), paese d'origine dell'uomo. I due avevano anche un figlio che farà quattro anni ad ottobre. Ma che non festeggerà con la sua mamma. Alle 23 circa di martedì 10, in seguito ad una violenta lite, l’uomo ha conficcato un coltello nella schiena alla moglie, uccidendola. Ha confessato ed ora è accusato do omicidio volontario. Si trova in cella a Ca’ del Ferro. L’uomo faceva lavori salutari, e, secondo i vicini di casa le liti tra i due sarebbero state frequenti. Nei giorni precedenti la donna sarebbe uscita di casa impaurita e con le sue urla avrebbe richiamato l’attenzione dei passanti: “Mi ha messo le mani a addosso”, gridava. Martedì sera i vicini hanno sentito un’improvvisa invocazione d’aiuto, poi il silenzio. Il dubbio che qualcosa di grave fosse accaduto è stato confermato dall’arrivo dei carabinieri di Castelleone (Cremona). Li avrebbe chiamati lo stesso compagno della vittima. La donna avrebbe avuto un’altra relazione e l’uomo pare lo sapesse e pare non accettasse l’idea di vedere andar via di casa il proprio figlio, Moris. «Le persone a volte sono false, subdole, ipocrite e traditrici...La donna che sto abbracciando nella foto ne e’ la prova»: è il messaggio che il 40enne avrebbe postato sul suo profilo in Facebook. Venerdì l’uomo è stato interrogato dal gip cremasco Maria Stella Leone in presenza anche del pm Aldo Celentano. Secondo l’avvocato Corrado Limentani, legale di Fraccaro, nelle due ore di interrogatorio sarebbe emerso come anche le «maniere brusche» usate dalla donna nei confronti del bimbo sarebbero state all’origine dei dissidi della coppia.

di Michele Scolari
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