E se adottassimo una famiglia?

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Adottare una famiglia, una madre sola, un padre in cassa integrazione che non riesce ad acquistare i libri per i figli, una donna anziana che non ha il denaro per i farmaci... il vescovo Dante Lafranconi ha richiamato la comunità cremonese alla solidarietà concreta, e la Caritas ha lanciato l'iniziativa delle adozioni “a vicinanza”, ossia un sostegno economico che ricalca le modalità di aiuto delle classiche “adozioni a distanza”. Non un "dare dei soldi", magari senza sapere con esattezza dove saranno destinati, bensì una vera e propria presa in carico di situazioni particolarmente difficili.

«Si tratta di famiglie che monitoriamo ormai da tempo e per le quali possiamo offrire garanzie» racconta don Antonio Pezzetti, direttore della Caritas. «Questa idea era già stata lanciata nelle parrocchie durante la Quaresima.  In occasione del Corpus Domini, il Vescovo ha richiamato l'attenzione su questa iniziativa, rilanciandola a tutta la cittadinanza. Abbiamo così deciso di estenderla a livello diocesano, facendo appello a una solidarietà concreta, di vicinanza. In questo modo la crisi può diventare occasione di educare alla carità: non è solo il "dare" fine a se stesso, ma la conoscenza e un interesse diretto nei confronti del prossimo».

Sono tantissime le situazioni che si possono aiutare in questo modo, intervenendo sulle spese sanitarie o di tipo scolastico, aiutando chi ha perso il posto di lavoro o ha subito un ridimensionamento degli orari d’impiego. C'è la storia di una madre sola con tre figli che studiano alle scuole medie e alle superiori, che ha sempre lavorato come precaria e che ora è disoccupata. C'è la famiglia (genitori e tre figli) il cui padre si è visto trasformare un contratto a tempo pieno con uno a tempo parziale, con conseguente dimezzamento dello stipendio, e la cui madre deve prendere farmaci per problemi di salute. C'è la famiglia che ora si trova in difficoltà perché da un po' di tempo a questa parte il padre può contare solo su lavori saltuari e la figlia più grande, che ha finito brillantemente la scuola superiore, non può permettersi di proseguire gli studi all'università. O ancora, c'è la signora invalida che vive con la giovane figlia, disoccupata perché deve curare continuativamente la madre. O ancora, una donna con due figli piccoli che deve lavorare part-time per gestire gli orari scolastici dei figli, e non sempre riesce a far fronte a tutte le spese.

Tante storie difficili, storie di persone che un tempo appartenevano al ceto medio e che improvvisamente si ritrovano piegate dalle difficoltà. Storie di chi non avrebbe mai voluto dover chiedere aiuto, ma che si trova nella situazione di non poter fare altrimenti.

«A volte basta un piccolo aiuto per superare questo momento e ritrovare l’autonomia» spiega don Pezzetti. «L'appello è rivolto a tutte le famiglie, ma anche alle classi di catechismo, ai gruppi sportivi e via di seguito. Si tratta di scegliere di rinunciare a qualcosa per aiutare il prossimo». A volte non servirebbe molto per rimettersi in carreggiata e tornare a vivere dignitosamente, ma, senza un aiuto esterno, la situazione rischia di peggiorare sempre di più, fino a diventare insostenibile. «Non si tratta, purtroppo, di casi isolati e straordinari, ma di un triste quadro che dipinge l’ordinarietà» raccontano dagli uffici della Caritas. «Ad essere maggiormente colpiti sono i più fragili: genitori soli con figli, gente che ha perso il lavoro o non ha più le garanzie economiche di un tempo, persone con una salute precaria. Cremonesi che fino a qualche tempo fa mai avrebbero immaginato di dover bussare alla porta della Caritas». Naturalmente, per tutti i casi che verranno presi in carico sarà mantenuto il completo anonimato, pur garantendo agli “affidatari” un costante e puntuale resoconto della situazione.

Ma come funziona? Chi è interessato a portare il proprio aiuto non deve fare altro che contattare la Caritas e parlare con gli addetti, che illustreranno quali sono le situazioni di bisogno. La famiglia potrà quindi scegliere chi aiutare e come, programmando gli interventi anche sulla base degli importi che sono necessari, risparmiando una certa cifra di denaro da devolvere – mensilmente o annualmente – a una determinata famiglia messa in ginocchio dalla crisi, appunto con lo stesso meccanismo delle classiche “adozioni a distanza”.

«Abbiamo già ricevuto delle richieste da parte di famiglie interessate a partecipare a questo progetto. In questo tempo di crisi è possibile rintracciare un segno di speranza proprio nell’impegno e nella testimonianza della comunità cristiana che si fa attenta alla necessità di chi ha accanto. Tutti siamo chiamati a metterci in gioco».

Secondo il sacerdote, «il beneficio va anche alla famiglia che si impegna nella carità: è un'occasione per insegnare ai propri figli il valore della solidarietà concreta e di una rinuncia fatta per il bene di qualcun'altro».

di Laura Bosio

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