L’estate casalese dei musicituristi

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Dici Casalmaggiore International Festival, pensi Alheydis Schneider. Sempre presente: sedici edizioni su sedici. Sempre partecipe: il bastone non ne frena l'entusiasmo. Vive e professa in Germania, ma badate bene: quando parla in italiano, pare scegliere sempre le parole giuste per esprimersi. Un esempio: «Per me - confida l'insegnante - il Casalmaggiore International Festival è come una cura». Una cura, già. Rigenerante a quanto pare: «Torno volentieri a Casalmaggiore. Qui conosco molte persone, che gravitano attorno al festival e non solo. I rapporti coi casalaschi non riguardano strettamente la musica, ma spaziano in più direzioni. È anche per questo che considero Casalmaggiore la mia città adottiva». Relazioni, più che luoghi: i casalaschi hanno sempre un posto speciale nel diario di viaggio di Alheydis Schneider. «Ricordo con piacere quanto accadde il primo anno di Festival. C'era l'opera da organizzare e tutte le persone a cui mi rivolsi mi diedero aiuto. Fu la prima testimonianza della gentilezza e della cordialità dei casalaschi, che si resero disponibili pur senza conoscermi. Tutt'oggi, a distanza di anni, mi saluta anche chi non sa chi sono». In sedici anni, oltre all'indole cordiale dei casalaschi, Alheydis Schneider ha imparato ad apprezzare anche la città: «Mi piace il teatro comunale, il duomo illuminato di notte, gli spazi dell'Istituto Santa Chiara e la disponibilità delle persone che vi lavorano».

È proprio lì, in Santa Chiara, tra aule e foresteria, che il Casalmaggiore International Festival origina un crogiolo di culture senza eguali nel territorio casalasco. È proprio lì che, grazie alla simpatica intermediazione di Alheydis Schneider, è possibile dialogare con alcuni dei tanti musicisti in erba. Come Aurore Montaulieu, 22 anni, nata a Cannes ed oggi studentessa parigina. In sedici anni di storia del Festival, è la seconda ragazza francese a prendervi parte. Timida solo a parole, il talento musicale la rende quasi un'eletta: ieri sera, in San Francesco, da solista, ha suonato il concerto per violoncello in Si minore di Antonin Dvorak. Altro che timidezza... «Non mi aspettavo che questo festival potesse offrirmi così tante possibilità, così tanti concerti», sussurra in inglese Aurore. Casalmaggiore? «Nice place»: lo spunto per parlare della città la scioglie. «Mi piace visitare il centro, la piazza, guardare i negozi. Mi manca una gita al fiume, prometto di farla al più presto». È partita dalla Francia pur non conoscendo nessun altro partecipante al Festival: «Ora ho molti amici, coi quali si è creato un bel rapporto, qui in Santa Chiara».

Di “senso della comunità” parla invece il 23enne Everett Hopfner, pianista presso il conservatorio di Francoforte e canadese di Manitoba, piccola località di un migliaio di abitanti che al confronto - ironizza - rende Casalmaggiore una metropoli: «Mi piace molto venire qui, è il mio quarto anno di Festival. Casalmaggiore è una splendida cittadina. La gente crea una bellissima atmosfera, amichevole, cordiale. Basti pensare a quanto accade dopo i concerti, quando molte persone vengono a complimentarsi o fare domande per conoscere meglio i musicisti. C'è molta curiosità nei casalaschi, molta voglia di parlare con noi». Nei ritagli di tempo che il Festival concede, («pochi, perché c'è molto da lavorare»), Everett è riuscito nel corso di quattro edizioni a spingersi oltre il centro cittadino: ammira il teatro comunale («punto storico, come il Duomo: non si trova nulla del genere in Canada») e la biblioteca Mortara, ma è tra i pochi a cui piace fare “pic-nic sulle rive del fiume Po”. Esploratore e attento osservatore è invece Anthony Gilbert, americano di Memphis, Tennessee. Ha 33 anni, suona la viola, è alla prima partecipazione al Festival ma ha già le idee chiarissime su Casalmaggiore: «Non la conosco molto, ma mi piace viverla. Adoro la biblioteca, un posto tranquillo e molto curato». Non solo: «Mi fermo spesso ai giardini delle scuole superiori, dov'è possibile trovare africani, indiani e altri stranieri con cui confrontarsi».

Dal melting pot in salsa nostrana, ai must della casalesità: «Bar Italia, Vecchia Roma, gelateria, il mercato del sabato mattina, col banco dei formaggi, il cibo, il lambrusco (che pare essere particolarmente apprezzato anche da qualche insegnante, ndr), la pizza, il caffè e le partite di calcio all'oratorio. Le tradizioni maggiorine, fatte di ingredienti semplici e puri, mi rendono felice ». Come dar torto ad Anthony, la cui speranza è di tornare presto a Casalmaggiore: «Absolutely! È un'esperienza fantastica. Questo Festival è diverso dagli altri: qui si esibiscono gli studenti, non gli insegnanti. E il livello di bravura è talmente elevato che stimola i singoli musicisti a tirar fuori il meglio di sé». Provare per credere: domani, domenica 29 luglio, alle ore 21,30 (vedi articolo a pagina 18), sul sagrato del Duomo, si alzeranno al cielo maggiorino le note del concerto di gala conclusivo del Casalmaggiore International Festival. Un'occasione unica per vedere all'opera Aurore, Everett, Anthony e tutti gli altri cento e passa prodigi della musica ancora per poco in città.

di Simone Arrichi

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