EQUISETO (equisetum arvense)

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di Ermanna Allevi
Una tra le piante più antiche del mondo, tra le più preziose, l'equiseto che oggi si presenta come una piantina alta poche decine di centimetri, era un albero che raggiungeva i 30 metri d'altezza e gli studiosi fanno risalire la sua origine nel Carbonifero, 300 milioni di anni fa. Appartiene alla famiglia delle Equisetacee (in gran parte conosciute come piante fossili), il suo nome deriva dal latino “equus”: cavallo e “saeta”: setola, crine, perché la pianta adulta ricorda la coda del cavallo, “arvense” deriva da “arvum”: campo, in relazione al fatto che la pianta cresce in zone campestri e non è infrequente trovarla su terreni umidi e incolti, lungo fossati e scarpate. Fin dall'antichità veniva utilizzato per lucidare i legni e i metalli, grazie alle sue foglie ruvide dovute alla grande quantità di silice che contengono. Racconta la leggenda che un giorno il diavolo, osservando la grande quantità di fiori e piante che Dio aveva creato, pensò di crearne una, convinto che non fosse complicato, e andò dal Creatore dicendogli che presto ci sarebbe stata una nuova pianta. Il diavolo unì parti di piante già esistenti e si presentò a Dio, il quale, accortosi dell'inganno, decise di lasciare in vita quella pianta, donando alla natura una nuova specie. In alcuni paesi l'equiseto, conosciuto come: coda cavallina, viene chiamato anche: erba del diavolo. Le sue proprietà benefiche sono note fin dall'antichità, Dioscoride e Galeno lo utilizzavano per le sue qualità diuretiche ed emostatiche. Si narra che 5000 anni fa i Sumeri ne facessero uso per curare edemi e le ferite subite in battaglia. Solo molto più tardi iniziò a godere larga fama di medicamento diuretico, adatto a guarire affezioni della vescica e dei reni. I principi attivi sono l'acido salicilico, calcio, magnesio, potassio, saponina (equisetonina), glucosidi flavonici, piccole quantità di alcaloidi e tannini. Per la presenza di questi sali minerali l'equiseto contribuisce a favorire la rimineralizzazione del sistema osteo-articolare e dei tessuti come unghie e capelli. La sua assunzione è quindi indicata anche per unghie fragili, perdita dei capelli, osteoporosi, accrescimento scheletrico degli adolescenti, postumi di fratture, artrosi (grazie all'azione che esercita sia sulla cartilagine articolare che sul tessuto osseo) e tendiniti (migliorando l'elasticità dei tendini). Essendo un diuretico è indicato nel trattamento dell'eliminazione di scorie metaboliche, è capilloprotettore per la sua azione astringente sui vasi sanguigni, utile contro la fragilità capillare. Ottimo riparatore tissutale per le sue proprietà cicatrizzanti che lo vedono impiegato anche in campo cosmetico. Gli gnomi del bosco, racconta la leggenda, lo impiegavano contro il deterioramento dei denti e per proteggere le unghie, lo utilizzavano anche per combattere le impurità della pelle e, vista la loro lunghissima vita, vien da pensare che questa pianta sia un vero toccasana. In Liguria viene chiamato: Rasparella, Pinetta; in Piemonte: Saurin, Cua d'caval; in Lombardia: Erba spiela, Sprela; in Toscana: Brusca, Setolini; nelle Marche: Codine, Codle; in Abruzzo: Code de sorge; in Sicilia: Cuda di cavaddu, Mulinara; in Sardegna: Coa de gattu.

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