Spesa pubblica bloccata anche per impieghi virtuosi

+ 25
+ 22


E' indubbio: giunti al termine dell'estate, i segnali che mandano il mondo economico e finanziario sono molteplici e controversi. Da un lato, tutti abbiamo registrato, con sollievo, che non si è verificato il temuto attacco speculativo dei mercati nei confronti del nostro Paese; il ruolo della Bce, con il governatore Mario Draghi, si è fatto sempre più decisivo nel processo di difesa dell’euro e delle economie nazionali maggiormente in difficoltà, tra cui quella italiana, e il premier Monti mostra un moderato ottimismo (“Abbiamo schivato il precipizio”).

Ma il nostro Paese è in forte sofferenza: contrazione dei consumi, lavoro che non c’è, imprese che chiudono, commercio che langue, sistema creditizio sulle difensive, dati sconfortanti sul Pil e sull'economia sommersa, compresa quella legata alla criminalità organizzata. Avremo anche schivato il precipizio e evitato il disastro, ma occorre ricominciare a guardare al futuro: crescendo, producendo, lavorando. Come? Si parla di agire sul cuneo fiscale, per detassare qualche voce; di aumentare il potere di acquisto dei salari, di investire in innovazione e ricerca, di intensificare la lotta all’elusione e all’evasione, per recuperare risorse e compiere uno sforzo significativo di credibilità verso tutte quelle persone oneste che le tasse le pagano. Insomma, una nuova politica industriale e produttiva. Ne parliamo con il professor Alessandro Volpi, docente di storia contemporanea e geografia politica ed economica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Pisa

Professor Volpi, è evidente che rimettere i conti in ordine non basta. Occorrono politiche di crescita o comunque tese a contrastare la recessione. Qual è il suo parere?

«La crescita è senza dubbio necessaria per il nostro paese, anche perché senza una ripresa del pil il rapporto con il debito pubblico non riuscirà a migliorare. Il problema è che il risanamento dei conti ha aggravato la crisi; dei 2,7 punti di pil persi nel 2012, almeno un punto dipende dall'effetto recessivo delle manovre che producono un effetto cumulato di 81 miliardi di euro in gran parte fatto da aumento di carico fiscale. I numeri dell'economia reale sono ora angoscianti, i consumi pro capite sono crollati del 3,6 per cento, la caduta peggiore dal dopoguerra, gli investimenti pubblici sono scomparsi e quelli privati hanno perso oltre il 3 per cento, mentre la produzione industriale è scesa del 7,3 per cento e per il 2013 le stime della disoccupazione superano il 12 per cento. In queste condizioni, l'unica strada realmente efficace potrebbe essere quella di una significativa revisione dei trattati e del patto di stabilità, liberando una parte importante delle spese di investimento e modificando la natura della Bce che dovrebbe avere un più pronunciato mandato a sostegno della crescita e non solo della stabilità monetaria. Senza una nuova architettura europea, che passi anche attraverso un'unione fiscale e un'unione bancaria, non sarà a mio parere sufficiente nessuna politica nazionale a garantire una vera ripresa».

Viene da chiedersi: ma i conti sono davvero in ordine?

«Sui conti italiani pesano alcune incognite. La prima è costituita dal costo della partecipazione agli strumenti di salvataggio europei, Esm in primis. Tale partecipazione peserà infatti per il nostro paese tra il 3,1 e il 3,9 per cento del pil in due anni, facendo lievitare ulteriormente il debito pubblico. La seconda incognita è rappresentata dall'andamento degli interessi sui titoli del debito che, nonostante il significativo raffreddamento, non sono ancoro stabilizzati. La terza incertezza proviene dalla tenuta delle entrate fiscali che dopo il decreto salva Italia del governo monti hanno registrato un forte aumento anche del prelievo sui patrimoni salito a quasi 70 miliardi tra proprietà immobiliari e proprietà finanziari pari ad un'aliquota dello 0,6 tutt'altro che trascurabile».

 La ricetta giusta è quella invocata dagli industriali, con interventi di detassazione, revisione del cuneo fiscale etc?

«Come accennato, tutte le ricette nazionali, a partire dalla detassazione, hanno bisogno di coperture finanziare che ora non esistono, anche alla luce del fiscal compact e del vincolo di pareggio di bilancio. Dunque sul versante nazionale le ricette per la ripresa devono essere di fatto senza oneri finanziari e quindi si legano a procedure di semplificazione burocratica e di definizione di regole per un migliore funzionamento dei mercati, a partire da quello del lavoro e da quello finanziario».

 L'attenzione si sta spostando sul tema della produttività del lavoro: ma è un aspetto fortemente legato all'innovazione, cioè alla ricerca. Il professor Francesco Sylos Labini, sulle nostre pagine, ha scritto che gli investimenti nella ricerca devono essere pubblici, sottratti alla logica del ritorno immediato e del profitto a breve termine propri del privato: solo così si può fare ricerca "vera". E' così?

«Il tema dell'innovazione è assolutamente centrale quanto complesso. In primo luogo infatti la disponibilità di risorse pubbliche è sempre più limitata sia a livello centrale che a livello periferico. I vincoli del patto di stabilita infatti colpiscono la spesa pubblica nel suo insieme senza fare eccezioni, neppure per impieghi virtuosi come quelli destinati alla ricerca. In secondo luogo, il capitalismo italiano sempre più molecolare tende a fondarsi su micro aziende incapaci di disporre di reali possibilità di investimento, ostacolato da un costo del denaro più che doppio rispetto alla Germania, nonostante la moneta unica. In terzo luogo, l'innovazione avrebbe bisogno di strumenti in grado di favorirla, a partire da forme di credito bancario capaci di premiare la capitalizzazione della qualità delle risorse umane e da bandi nazionali e soprattutto europei che valutino correttamente la capacita innovativa dei processi produttivi, attraverso nuovi rating e nuovi criteri di valutazione.

 Venendo ad un tema più specifico, qual è il suo giudizio sulla questione Fiat?

«Sul complesso tema Fiat, solo due brevissime considerazioni. La prima è meramente numerica. Il settore automobilistico occupa in Italia 1,4 milioni di addetti e ha un fatturato pari all'11,4 per cento del pil.

Gli 87 mila dipendenti italiani degli stabilimenti fiat sono il cuore di questo settore perché il 50 per cento dell' indotto dipende da tali stabilimenti ed un eventuale allontanamento dall’Italia provocherebbe subito la perdita di circa 220 mila posti. La seconda è cruda: fiat si sposta dove ha i principali mercati di vendita e dove gode di aiuti pubblici. Inoltre deve premiare gli azionisti per tenere alto il titolo e non dover ricorrere all'indebitamento. Questi fattori la allontanano dall’Italia. L'amarezza maggiore deriva dal fatto che questi elementi erano già presenti nel 2010 quando venne lanciato con grande enfasi il piano Fabbrica Italia».

di Daniele Tamburini

Segnala questo articolo su