Roberta Miccoli, da Bonemerse al Libano

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Bonemerse è un piccolo comune, che conta poco più di mille abitanti su una superficie di cinque km quadrati. Ma anche in un piccolo centro di campagna possono  svilupparsi grandi esperienze, come quella di Roberta Miccoli, che a soli 22 anni è caporale maggiore dell'esercito e attualmente è in missione in Libano per sminare i corridoi della cosiddetta Linea Blu. Una vita ad alto rischio, impegnata con coraggio per salvare vite umane. Ne abbiamo parlato con la diretta interessata, che ci ha raccontato la sua storia, i suoi sogni, il suo orgoglio di appartenere all'Esercito Italiano.

 Lei è cremonese, di Bonemerse: mi racconti qualcosa della sua vita e del suo percorso formativo, prima di arrivare all'esercito.

Sono nata e cresciuta a Cremona, città in cui ho frequentato sia le scuole primarie che secondarie, diplomandomi infine presso l’istituto magistrale nel 2008. Non appena ho potuto, ovvero con la maggiore età, ho coronato il sogno di vestire una divisa arruolandomi nell’Esercito.  Non era una prova, per capire se fosse la vita adatta a me: ne ero già certa!».

Cosa l'ha spinta a scegliere la carriera militare?

«E’ una domanda che mi viene posta spesso, sia da amici che da conoscenti cremonesi, e quasi sempre faccio fatica a dare una risposta soddisfacente alle loro curiosità poiché semplicemente sottolineo il fatto che la divisa per me è una passione e l’esercito una scelta di vita. Sin da bambina cullavo questo desiderio e vedere una divisa accendeva in me emozioni indescrivibili, un connubio di rispetto e attaccamento verso i sacrifici compiuti dai nostri avi negli anni bui delle grandi guerre, misto alla splendida sensazione di servire la Patria in armi».

La sua professione la porta a salvare delle vite, anche se in via indiretta: questo come la fa sentire?

«E’ una sensazione indescrivibile! La consapevolezza che il mio lavoro, insieme a quello dei miei colleghi del plotone Minex, possa aiutare la popolazione libanese rendendo questo territorio più sicuro mi riempie di orgoglio e mi spinge a dare ogni giorno il massimo senza sentire la fatica, il caldo e la distanza dagli affetti più cari. Gli sforzi compiuti in questi cinque mesi stanno dando dei risultati significativi e seppur l'attività di sminamento sarà ancora lunga, la consapevolezza di aver contribuito a rendere più sicuro una parte di questo territorio è la migliore ricompensa per noi sminatori».

Cosa significa essere "sminatrice"? Può raccontarci qualcosa della sua missione?

«L’essere sminatori vuol dire anteporre la vita del prossimo alla propria, vuol dire votarsi agli altri senza conoscere direttamente il benefattore del proprio sacrificio; essere sminatori vuol dire misurarsi ogni giorno con se stessi le proprie paure ed i propri limiti. Forse essere sminatori vuol dire solamente trovare una mina che qualcuno ha posizionato senza pensare che un giorno uno di noi avrebbe dovuto rimuoverla per salvare una vita… sono infiniti i significati da dare alla mia professione, di certo nella missione. Inoltre noi sminatori lavoriamo per aiutare due paesi ad uscire dall’empasse territoriale, favorendo attraverso la demarcazione sul terreno di una linea di separazione, il cammino lungo e tormentato della pacificazione dell’area. Infatti, i corridoi che sminiamo lungo la Blue line, permettono il posizionamento di piloni (blue pillar) visibili alle parti e necessari ad evitare violazioni territoriali che potrebbero causare nuove tensioni».

Mentre è in missione sente mai la nostalgia del suo paese? Cosa ricorda con più affetto del luogo in cui è cresciuta?

«La nostalgia di casa, dei propri affetti e della propria terra accompagna tutti coloro che sono distanti, ed io non faccio eccezione… ma l’amore e la motivazione che metto nel mio lavoro compensano ogni momento di tristezza e dissipa ogni dubbio sulla volontà di compiere fino in fondo il mio dovere di soldato».

Lei svolge un lavoro senza dubbio pericoloso e faticoso: cosa la induce a non mollare?

«Amare il proprio lavoro è fondamentale per sentirsi soddisfatti della propria vita. Io lo sono ed il pericolo così come la fatica e tutti i disagi che potete immaginare si annullano quando la mattina alle cinque, con il sole ancora pigro, insieme ai miei colleghi guastatori del 10° reggimento genio di Cremona mi reco sui campi minati della blue line in cerca di mine con la consapevolezza che ogni mina rimossa è una vita salvata».

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«Il mio futuro lo vedo chiaramente, così come vedo chiaramente la divisa che indosserò in futuro… la carriera intrapresa è solo all’inizio e non escludo di migliorarla…».

di Laura Bosio

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