Acqua pubblica - «A cosa è servito il referendum?»

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Fa discutere la decisione dell’Ato riguardo all’apertura alla società mista, i cittadini invocano il rispetto del voto nazionale
La notizia della decisione del CdA dell'ATO di permettere la parziale privatizzazione della gestione dell'acqua nella provincia di Cremona ha investito la città scatenando polemiche e proteste proprio a ridosso della diffusione, a livello nazionale, di un'altra notizia significativa, ovvero il crescente consumo di risorse idriche cittadine in sostituzione all'acquisto di acqua imbottigliata. Gli italiani si riappropriano dell'acqua di rubinetto e la riportano in tavola, sia per ragioni economiche sia per ragioni legate alla qualità dell'acqua proveniente dagli acquedotti, sottoposta a controlli più rigidi rispetto a quella imbottigliata. In un momento nel quale il diritto all'utilizzo dell'acqua pubblica e a servizi di qualità acquistano crescente rilievo, non stupiscono dunque le proteste indirizzate contro l'Ato e alla sua recente approvazione di una società mista. Intanto, mentre la Provincia difende la propria scelta sottolineandone la legittimità, a Parigi, dopo venticinque anni di gestione pubblica, si torna alla municipalizzazione del servizio, al fine di ridurne i costi aumentati nel periodo di privatizzazione di circa il 200%, come recentemente dichiarato alla stampa dalla consigliera comunale Anne Le Strat, promotrice del progetto.

Il ritorno alla gestione pubblica dell'acqua in atto a Parigi dopo venticinque anni di privatizzazione potrebbe essere un segnale per Cremona, che sta puntando in questo momento dritta nella direzione opposta? Sembrerebbe di sì, almeno secondo quanto commentano molte delle persone da noi intervistate, la maggioranza delle quali non ha visto di buon occhio la decisione di aprire la gestione degli acquedotti territoriali a società miste composte per il 40% da enti privati. Secondo quanto dichiarato alla stampa nei giorni scorsi dalla consigliera Alle Le Strat, promotrice del progetto di rimunicipalizzazione, proprio la privatizzazione è stata la causa principale di un rialzo dei costi del 200% in 25 anni. Un rischio che in molti temono possa diventar realtà anche in Italia, come commenta Dario: «In altri settori si è già visto cosa succede passando dal pubblico al privato, in Italia abbiamo decine di esempi, tutti disastrosi: in ogni caso è peggiorato il servizio, mentre in compenso sono aumentanti i costi". Di simile parere anche Pietro: «Vorrei poter credere che questa soluzione comporti un miglioramento dei servizi, ma quale esempio di privatizzazione ha dato risultati positivi? A me non ne viene in mente neppure uno».

Se può apparire di parte il parere di Lia, fermata proprio mentre beveva da una pubblica fontanella, che ha sottolineato come l’acqua sia «un diritto inalienabile, che non deve poter essere controllata nemmeno in parte da privati», anche il commento di Valentina, studentessa universitaria, non si discosta molto: «L’acqua è una risorsa pubblica e tale deve restare. Non può diventare fonte di profitto. Altrimenti, cosa aspettano a privatizzare anche l’aria? O non conviene perché è troppo inquinata?». Ma c'è anche chi, come Giulio, si sofferma sull'inevitabilità dell'apertura alla società mista sottolineata dall'amministrazione provinciale: «Possibile che non ci sia altro modo per migliorare il servizio e adeguarsi alle normative europee? Possibile che solo davanti al rischio di multe ai Comuni la qualità della depurazione e la riduzione degli sprechi sono diventati problemi impellenti da risolvere subito, riducendosi all’unica soluzione possibile a costo di scontentare tutta la popolazione del territorio?». Di fronte ad una specifica esigenza, commenta però Liliana, i rischi sono evidenti: «Se l’intervento dei privati è così fondamentale, come si può immaginare che non inizino a dettar legge? A quel punto basterà minacciare di ritirarsi e ritirare gli investimenti. E’ una visione a dir poco ingenua». Un timore che viene espresso anche da chi non si trova in disaccordo con l'apertura della gestione ad una società mista, come Lorenzo: «Se serve a migliorare il servizio, la gestione mista può andare bene, ma la maggioranza deve rimanere agli enti pubblici, così come le possibilità di prendere decisioni in base alla volontà dei cittadini. Ma come può succedere, se già la volontà primaria, quella del mantenimento della società totalmente pubblica, è stata disattesa? Così la fiducia viene per forza a mancare».

Di pari opinione anche Marika: «L’apertura ad una società mista, purché la maggioranza resti pubblica, non la trovo così deprecabile. Certo che però bisogna fare i conti con quanto richiesto dalla maggioranza della popolazione, che mi pare vada in ben altra direzione ». Se in molti non si trovano favorevoli alla privatizzazione, ancora più sono coloro che si dimostrano infastiditi poiché la scelta dell'ente pubblico si rivela in netto contrasto con la volontà espressa dagli italiani in occasione del Referendum indetto nel 2011: «E’ evidente ormai da tempo - commenta Cristiana - che la democrazia in Italia è utopia, ma almeno ce ne diano, ogni tanto, l’illusione. Ignorare così deliberatamente la volontà dell’Italia espressa in un referendum nazionale è semplicemente vergognoso. Allora perché mi sono dovuta scomodare ad andare a votare?». Anche se non manca chi, di fronte alla scelta, pur non concordando in parte si rassegna, come Simone: «Se è l’unica soluzione possibile, c’è ben poco da discutere, posto che sia costituzionale.

di Martina Pugno

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