Se il managment va a lezione... dalle formiche

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Perché i modelli dell’economia neoclassica non hanno saputo anticipare i crolli degli ultimi anni? E perché non riescono a spiegare la situazione di una delle più drastiche crisi vissute dall’Occidente contemporaneo? Secondo molti, perché la teoria economica ha bisogno di  modelli più elastici ed “adattativi”, sia per i mercati che per le aziende: in sostanza, necessita di una «rivoluzione scientifica». Una rivoluzione che, peraltro, è già in atto in molti domini della ricerca scientifica almeno dagli anni ’50, dai tempi della cibernetica di Norbert Wiener e della teoria dell’informazione di Claude Shannon. Parole come “complessità”, “caso”, “autorganizzazione”, “ecodinamica”, “emergenza” o “rete” hanno conquistato terreno nelle varie branche della scienza, inclusa quella delle finanze. Oggi un nuovo corpo di studi che unisce fisici, biologi ed economisti sta cercando di ribaltare la nostra visione del mercato attingendo alle scienze naturali e alle teoria della complessità. Di questa tendenza, che intende ricucire l’economia con il suo lato ecologico, ne abbiamo parlato con Pietro Terna, professore ordinario di Microeconomia e  Simulation models for economics all’Università di Torino.

Professore, i modelli economici classici non sono stati in grado di prevedere la crisi e sono sembrati incapaci di spiegare cosa stava accadendo all’economia in modo convincente. Come mai?
«Il sistema socioeconomico è un sistema adattivo complesso, composto da un elevato numero di individui che interagendo tra loro localmente danno luogo a proprietà globali del sistema, che non sono prevedibili pur conoscendo esattamente gli individui e le loro regole di interazione locale. Ciò rende evidente come lo studio dell’economia - come sistema complesso adattivo - non possa essere condotto in modo appropriato con gli strumenti analitici tradizionali, per esempio con sistemi di equazioni, adatti allo studio dei sistemi semplici e lineari, ma troppo “rigidi”, ovvero poco evolutivi, per lo studio delle problematiche connesse ai sistemi complessi. Per questi ultimi si rendono utili nuovi strumenti concettuali e metodologici come le simulazioni con modelli basati su agenti. Con questi modelli è possibile studiare il comportamento che emerge a livello globale come conseguenza delle numerose interazioni non lineari che hanno luogo a livello locale. Le stesse metodologie possono infine essere estese all’esplorazione di reti sociali (qui l’impresa ed i sistemi di imprese)».

In effetti, stiamo assistendo, almeno nei laboratori di ricerca, ad un rivoluzionario cambio di paradigma anche riguardo l’idea stessa di impresa e, con essa, le regole per guidarla e gestirla, i criteri di successo, ecc...
«Da un’idea di azienda, o impresa, come struttura gerarchica statica, dove il capo pensa, pianifica ed ordina, si sta passando ad un’idea nuova, dove l’azienda è un sistema complesso, dinamico, reticolare, formato da sottoinsiemi parzialmente autonomi. Un tipo di (auto)organizzazione molto simile a quella delle colonie d’insetti o dei formicai, dei social network e delle reti neurali dalle quali, secondo recenti teorie dell’intelligenza artificiale, “emerge” la nostra mente. In questo tipo di organizzazione non c’è un centro direttivo centrale ma vengono valorizzate le relazioni che connettono le varie parti, i sottoinsiemi autonomi, integrati in una rete «intelligente» e, soprattutto, capace di apprendere e di evolversi.

Capace di apprendere come una “mente”?
«Proprio così. Gregory Bateson scrisse che si può definire “mente” ogni aggregato di parti componenti e interagenti”, ovvero esiste una “mente” dovunque vi sia una rete di relazioni tra un insieme di agenti, che siano neuroni, formiche, uccelli, persone di un social-network o le varie parti di un’azienda, i cosiddetti “gruppi di lavoro”».

Come si articolano questi gruppi?
«Le attività aziendali (la suddivisione interna delle mansioni, la pianificazione del lavoro, dei tempi di presenza, ecc.) vengono decentralizzate e non imposte dall’alto. I singoli collaboratori sono responsabili per pianificare e controllare le proprie attività lavorative. Sicché i lavoratori sono molto più motivati a ricercare continui miglioramenti dei processi, con un risparmio, per il managment, del tempo e del denaro necessari nelle forme di lavoro tradizionali per tutte le funzioni di pianificazione e controllo che, nel nuovo sistema, vengono svolte all’interno del gruppo. Questa nuova azienda che poggia sui valori di libertà, meritocrazia e creatività, è guidata dall'etica della cooperazione, frutto emergente dal processo auto-organizzativo. Attraverso il processo partecipativo dei lavoratori all'azienda è possibile creare un sistema a molte menti, beneficiando nell'intelligenza sistemica emergente dall'interazione degli operatori».

Si sperimentano dei modelli con appositi software di simulazione?
«Certamente. Si presenta l’utilizzazione della simulazione con l’uso del  computer, come via per la complessità della realtà, costruendo modelli che ci permettano di meglio comprendere l’economia, dai mercati, all’impresa, alle reti di imprese, tenendo conto di azioni e reazioni dei soggetti economici. Ad esempio lo strumento di simulazione jES (java Enterprise Simuator) permette di riprodurre il funzionamento di una azienda. Costruire modelli di simulazione che siano fondati su una formulazione astratta e generale di processo di produzione, ma che incorporino anche una realistica visione della realtà, consente di verificare le conseguenze di processi continui di adattamento e innovazione “a prova ed errore”. Lo scopo è quello di poter compiere dei passi di simulazione dinamica nella direzione della formazione delle imprese, della relativa interazione, del significato dell’azione imprenditoriale. In una parola, di “entrare” nell’impresa: ovvero, di scoprire la struttura che connette le sue parti, il suo schema di relazioni. Proprio sulla valorizzazione della rete delle relazioni si articola la costruzione del nuovo modello di azienda complessa o “sistemica”: un sistema dinamico-complesso, in grado di interagire con l’ambiente circostante e auto-organizzarsi, assorbendone spontaneamente la turbolenza per trasformarla in occasione di business».

Tuttavia, nel freddo mondo del marketing, questa visione sembra ancora “musica per il futuro”. E’ difficile convincere dirigenti e manager?
Il primo cambiamento dovrebbe avvenire proprio nelle loro teste. Ma cambiare il modo di pensare è una delle cose più difficili per l’uomo, specie se la storia delle convinzioni da cambiare conta qualche secolo e se si vive in un periodo di forte instabilità. Oggi però credo sia sotto gli occhi di tutti come i modelli classici dell’economia siano ben poco utili nel trovare vie d’uscita all’attuale crisi. Sarebbe come cercare di spiegare la fisica di Einstein con le leggi di Newton. Sono stato per alcuni anni coordinatore alla Confindustria del Piemonte, portando più volte le mie ricerche all’attenzione del mondo manageriale ma il risultato è stato scarso e le risposte diffidenti. Eppure, proprio per la sua elasticità, la visione sistemica e “complessa” potrebbe contribuire non poco a fornire una risposta all’impasse in cui si trovano molte aziende italiane e non. Ma si investe, e si è investito, poco, soprattutto nei giovani, ovvero in persone che si sono aperte presto a queste nuove teorie o che addirittura vi sono cresciute insieme. Dicono che i giovani non trovano lavoro perché l’Italia non cresce. Direi che è esattamente il contrario: è la mancanza di crescita che è dovuta, fra le altre cose, all’assenza del ricambio generazionale e del bagaglio di nuove conoscenze che esso immancabilmente porta ogni volta con sé».

di Michele Scolari
cronaca@ilpiccologiornale

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