La provincia del “no”

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di Federico Centenari
Altro che “provincia del Po”. Con le polemiche e i venti secessionisti che da Mantova e Lodi spirano corposi, più opportuno sarebbe chiamarla “provincia del No”. La protesta contro l’accorpamento voluto dal governo corre lungo i 200 chilometri che separano la punta estrema del lodigiano da quella del mantovano, passando per le nebbiose plaghe cremonesi. Mantova non vuole Cremona, Lodi non vuole Cremona. Cremona? Cenerentola taciturna, Cremona incassa, fa spallucce. E un poco, a dir la verità, si consola pensando che in fondo, in questa guerra di campanili, il capoluogo della nuova provincia toccherebbe a lei. Sempre a voler dire il vero, il matrimonio con Mantova e Lodi godeva da mesi della benedizione delle istituzioni cremonesi. Tutti convinti, Comune e Provincia, della bontà di una soluzione in fondo naturale come il corso del Po. Salvo poi leggere il programma delle nozze imbastite dal governo. Con una celebrazione sobria e frettolosa – dal primo di gennaio a casa le giunte – e un bel corredo di tagli ai finanziamenti a piantare una bella rogna in capo all’ente in via di trasformazione. Tant’è che, e mica a torto, il pragmatico Salini ha sorriso amaro: «Messa così è un’abolizione, non un accorpamento». Intanto, da Mantova e Lodi, coi rimbrotti al governo son partite novene di lagne e querimonie. Che con Cremona, ci vuol stare nessuno. Qui, zitti. O quasi, perché se poi ti fai un giro per i bar – o in Rete, che ormai è quasi la stessa cosa – ne senti anche qui di belle. Capita allora di cogliere sfumature d’insospettabile orgoglio comunitario declinato in invettiva al mantovano o al lodigiano. «Che vogliono questi? Al confronto di Cremona quelli son paesi», per dirne una non priva di una certa ricerca. O ancora: «Cremona capoluogo, non si discute». E ti citano il passaggio del decreto, là, dove dice che il riconoscimento va al comune più popoloso. I più colti scomodano perfino Virgilio. E ricordano che pure il poeta mantovano se ne venne a Cremona a studiare. «Mantua me genuit, Cremona me docuit», sentenziano, e ti guardano compiaciuti. Oppure, al contrario, capita di sentire il cremonese smaliziato. O quello disilluso, che poi fa poca differenza. E il cremonese disilluso un poco si preoccupa della sorte dei futuri consorti. E parla dei mantovani e dei lodigiani come di quei poveretti che non sanno mica che sorte gli sta per toccare. Qualcosa come finire in sposi a Cremona per ritrovarsi presto a fissare la tv sprofondati nel divano. Che il «virus della mediocrità » presto contagerà pure loro, dicono. E se il cremonese disilluso è anche colto, allora ti ribalta il teorema e si chiede dove andrebbe oggi Virgilio a studiare. E subito si risponde che andrebbe ovunque, salvo che a Cremona. Ma al di là di campanilismi, difese d’ufficio e timore per le altrui sorti intellettuali, resta il fatto che Cremona non se la sposerebbe nessuno. Allora uno si domanda perché. Ci pensa un po’ e finisce col chiedersi cosa, in fin dei conti, porterebbe in dote Cremona in queste nozze combinate. Quale dote, dunque? La nostra città, il nostro territorio. Oggi. Non la Cremona idealizzata di Stradivari, morto e sepolto – buono, quando fa comodo, a confortarci con uno spicchio di glorioso passato. Non la Cremona di Bissolati o Zanoni, culla e motore di un fermento riformista oggi soltanto vagheggiato, annichilito da un conservatorismo tanto pervasivo da apparire quasi confortante. E nemmeno la Cremona dei quattro giorni l’anno col tutto esaurito per la festa del torrone. Cremona, oggi. Cosa porta in dote questo territorio dove dinamismo e intraprendenza scompaiono nella nebbia che ne circonda i campi d’autunno? Perché, al netto delle inevitabili e tutte italiane pulsioni campanilistiche, la domanda è una soltanto: perché nessuno ci vuole? Altro che gongolare sotto il vessillo del capoluogo. Altro che mostrare il muscolo. I nostri amministratori farebbero bene a porsi quell’unica domanda e da qui ripartire. Lavorare sodo, investire sul futuro di questo territorio. Osare. Scommettere. Rompere antiche dinamiche. Così che mantovani e lodigiani, un domani, anziché chiedersi perché proprio Cremona, abbiano a chiedersi piuttosto: Cremona? Perché no.

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di Federico Centenari
Altro che “provincia del Po”. Con le polemiche e i venti secessionisti che da Mantova e Lodi spirano corposi, più opportuno sarebbe chiamarla “provincia del No”. La protesta contro l’accorpamento voluto dal governo corre lungo i 200 chilometri che separano la punta estrema del lodigiano da quella del mantovano, passando per le nebbiose plaghe cremonesi. Mantova non vuole Cremona, Lodi non vuole Cremona. Cremona? Cenerentola taciturna, Cremona incassa, fa spallucce. E un poco, a dir la verità, si consola pensando che in fondo, in questa guerra di campanili, il capoluogo della nuova provincia toccherebbe a lei. Sempre a voler dire il vero, il matrimonio con Mantova e Lodi godeva da mesi della benedizione delle istituzioni cremonesi. Tutti convinti, Comune e Provincia, della bontà di una soluzione in fondo naturale come il corso del Po. Salvo poi leggere il programma delle nozze imbastite dal governo. Con una celebrazione sobria e frettolosa – dal primo di gennaio a casa le giunte – e un bel corredo di tagli ai finanziamenti a piantare una bella rogna in capo all’ente in via di trasformazione. Tant’è che, e mica a torto, il pragmatico Salini ha sorriso amaro: «Messa così è un’abolizione, non un accorpamento». Intanto, da Mantova e Lodi, coi rimbrotti al governo son partite novene di lagne e querimonie. Che con Cremona, ci vuol stare nessuno. Qui, zitti. O quasi, perché se poi ti fai un giro per i bar – o in Rete, che ormai è quasi la stessa cosa – ne senti anche qui di belle. Capita allora di cogliere sfumature d’insospettabile orgoglio comunitario declinato in invettiva al mantovano o al lodigiano. «Che vogliono questi? Al confronto di Cremona quelli son paesi», per dirne una non priva di una certa ricerca. O ancora: «Cremona capoluogo, non si discute». E ti citano il passaggio del decreto, là, dove dice che il riconoscimento va al comune più popoloso. I più colti scomodano perfino Virgilio. E ricordano che pure il poeta mantovano se ne venne a Cremona a studiare. «Mantua me genuit, Cremona me docuit», sentenziano, e ti guardano compiaciuti. Oppure, al contrario, capita di sentire il cremonese smaliziato. O quello disilluso, che poi fa poca differenza. E il cremonese disilluso un poco si preoccupa della sorte dei futuri consorti. E parla dei mantovani e dei lodigiani come di quei poveretti che non sanno mica che sorte gli sta per toccare. Qualcosa come finire in sposi a Cremona per ritrovarsi presto a fissare la tv sprofondati nel divano. Che il «virus della mediocrità » presto contagerà pure loro, dicono. E se il cremonese disilluso è anche colto, allora ti ribalta il teorema e si chiede dove andrebbe oggi Virgilio a studiare. E subito si risponde che andrebbe ovunque, salvo che a Cremona. Ma al di là di campanilismi, difese d’ufficio e timore per le altrui sorti intellettuali, resta il fatto che Cremona non se la sposerebbe nessuno. Allora uno si domanda perché. Ci pensa un po’ e finisce col chiedersi cosa, in fin dei conti, porterebbe in dote Cremona in queste nozze combinate. Quale dote, dunque? La nostra città, il nostro territorio. Oggi. Non la Cremona idealizzata di Stradivari, morto e sepolto – buono, quando fa comodo, a confortarci con uno spicchio di glorioso passato. Non la Cremona di Bissolati o Zanoni, culla e motore di un fermento riformista oggi soltanto vagheggiato, annichilito da un conservatorismo tanto pervasivo da apparire quasi confortante. E nemmeno la Cremona dei quattro giorni l’anno col tutto esaurito per la festa del torrone. Cremona, oggi. Cosa porta in dote questo territorio dove dinamismo e intraprendenza scompaiono nella nebbia che ne circonda i campi d’autunno? Perché, al netto delle inevitabili e tutte italiane pulsioni campanilistiche, la domanda è una soltanto: perché nessuno ci vuole? Altro che gongolare sotto il vessillo del capoluogo. Altro che mostrare il muscolo. I nostri amministratori farebbero bene a porsi quell’unica domanda e da qui ripartire. Lavorare sodo, investire sul futuro di questo territorio. Osare. Scommettere. Rompere antiche dinamiche. Così che mantovani e lodigiani, un domani, anziché chiedersi perché proprio Cremona, abbiano a chiedersi piuttosto: Cremona? Perché no. 

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