Pensioni, ricongiungimenti onerosi: il problema resta aperto

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«Beffa», «truffa» o «ladrocinio» sono solo alcuni degli epiteti con i quali un buon numero di lavoratori italiani ha definito la storia dei ricongiungimenti onerosi dei contributi maturati in istituti di previdenza differenti dopo che nei giorni scorsi è fallito l’ennesimo tentativo di risolvere il problema. La Commissione Lavoro, dove si riscrive il ddl stabilità, ha infatti respinto l’emendamento presentato dall’onorevole Giuliano Cazzola per porre un rimedio alla questione, deludendo per l’ennesima volta le aspettative di migliaia di lavoratori e facendo risalire la rabbia per quello che da più parti viene bollato, nel migliore dei casi, come un «abominio legislativo».
Sino a due anni fa, infatti, il cittadino si trovava a poter ricongiungere i vari contributi delle varie gestioni nell’Inps, senza oneri finanziari. Ma dall’estate 2010 l’operazione è divenuta parecchio costosa: precisamente da quando, era il 30 luglio, la legge 322 del 1989, che sanciva la gratuità delle “ricongiunzioni” contributive (motivata dalla differenza nella percentuale dei contributi), era divenuta la 122 (la manovra estiva di Tremonti). La nuova legge prevedeva che le ricongiunzioni sarebbero state a pagamento. Per il calcolo dell’importo del trasferimento si era deciso di adottare il calcolo utilizzato per il riscatto degli anni di laurea. Risultato? La confluenza dei contributi versati si sarebbe dovuta versare come se si fosse studiato per anni e anni, con un esborso che, pure variando caso per caso, rappresenta tutt’ora una cifra onerosa (soprattutto a fronte degli attuali problemi di scarsa liquidità di molti cittadini) che in alcune situazioni può superare i 100mila euro. L’ultimo dei tentativi di correggere la legge 122 (il cui articolo 12 era stato introdotto all’ultimo momento al decreto 78) si è infranto nei giorni scorsi con la bocciatura dell’emendamento Cazzola. E con la rabbia dei lavoratori è salita anche quella dei sindacati.
«Abbiamo sempre contestato la norma del 2010, proseguiamo tutt’ora nel nostro dissenso e proseguiremo in futuro sempre su questa linea - fa sapere Francesco Zilioli della Cgil di Cremona -. La legge 122 dell’estate 2010 va esattamente nella direzione contraria rispetto alla creazione di una pensione unica. In un sistema previdenziale contributivo i congiungimenti non dovrebbero essere onerosi. Le persone non possono andare in pensione perdendo dei benefici che avevano già maturato». E le cifre che si ventilano per una simile operazione sarebbero davvero da capogiro. In taluni casi si parla addirittura di 300 o 400mila euro, saldabili anche in rate dilazionate sino ad una quindicina d’anni, ma che valgono talvolta quanto la pensione stessa. «Con gli effetti nefasti di quella legge - prosegue Zilioli - quanti riusciranno ad andare in pensione?».
Sulla stessa lunghezza d’onda si pone anche il segretario provinciale della Cisl cremonese, Giuseppe Demaria: «La legge Tremonti appesantisce i lavoratori, che recentemente sono stati colpiti anche dalla riforma del ministro Fornero, che ha allungato ulteriormente il periodo pensionistico. Di questo passo si scoraggia comprensibilmente la gente ad andare in  pensione. Il rischio, altissimo, è che il lavoratore non raggiunga il minimo e che debba aspettare l’età pensionabile, che a sua volta però, visto l’aumento dell’aspettativa di vita, potrebbe andare incontro ad ulteriori innalzamenti».
L’opposizione al «paradosso» della legge Tremonti è la linea sulla quale rimane anche la Uil, come spiega il segretario di Cremona Mino Grossi. «La conseguenza  di quell’intervento legislativo è stata l’onerosità, sul piano economico, delle ricongiunzioni con effetti dirompenti sulle tasche,  tra gli altri, di centinaia di colleghi dell’Inps transitati in questi anni nei ruoli dell’Istituto per effetto di processi di mobilità volontaria. Chi non può pagare la ricongiunzione onerosa, i lavoratori dovranno lavorare sino al raggiungimento autonomo del diritto a pensione. La scelta per ora è tra indebitarsi per pagare o accontentarsi di una pensione misera e questo non è accettabile per migliaia di lavoratori».

di Michele Scolari
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