In Italia non si fanno più figli

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Gli italiani non fanno più figli: il dato emerge dall'indagine dell'Istat su natalità e fecondità della popolazione residente sul suolo italiano. Secondo i dati provvisori del bilancio demografico, sono stati 546.607 gli iscritti in anagrafe per nascita nel 2011, circa 15 mila in meno rispetto al 2010.

Il dato conferma una tendenza alla diminuzione delle nascite avviatasi dal 2009. A non fare più figli, secondo l'indagine, sono soprattutto gli italiani: i nati da genitori entrambi italiani sono quasi 40 mila in meno rispetto al 2008. Anche i nati da almeno un genitore straniero, che hanno continuato ad aumentare al ritmo di circa 5 mila l’anno fino al 2010 sostenendo la ripresa della natalità in Italia, nel 2011 mostrano una diminuzione dovuta al calo di circa 2 mila nati da coppie miste. I nati da genitori entrambi stranieri, invece, sono ancora aumentati, anche se in misura più contenuta rispetto agli anni precedenti e ammontano a 79mila nel 2011 (il 14,5% del totale dei nati). Ma cosa sta succedendo in Italia? Per quale motivo non si fanno più figli? Ne abbiamo parlato con Carmen Leccardi, sociologa e docente alla facoltà di Sociologia della Bicocca.

«In effetti l'Italia è, insieme al Giappone e ad altri Paesi europei, tra le realtà con il minor tasso di natalità al mondo. Questo accade perché in Italia si nega la possibilità alle donne di avere un figlio, in quanto manca un welfare effettivo, per cui una donna si trova spesso nell'impossibilità di concedersi la maternità. In sostanza il diritto di una donna ad avere figli viene spesso sbandierato, ma poi le scelte politiche lo negano. Chiediamoci per quale motivo in Francia o nei Paesi scandinavi il tasso di natalità è molto più alto; in queste realtà esistono delle politiche di conciliazione che permettono a una madre di allevare i propri figli».

Quali sono le perplessità di una donna che decide di rinunciare alla maternità?

«Una madre vuole poter garantire ai propri figli una vita dignitosa: non solo  metterli al mondo, quindi, ma anche crescerli, curarli e offrire loro delle chances. Questo comporterebbe un lungo periodo di cure materne continue, ma se la donna ha una vita lavorativa conciliare questi due aspetti diventa molto difficile. Soprattutto quando il partner non collabora...».

Secondo lei c'è quindi anche una responsabilità della componente maschile della coppia, in questa situazione?

«Assolutamente. I padri dovrebbero garantire la propria presenza nell'ambito delle responsabilità famigliari, e questo consiste non solo nel tenere il figlio alcune ore ma nel partecipare attivamente alla sue crescita ed educazione. Quello che rende l'Italia anomala nel panorama europeo, rendendo particolarmente difficile la vita delle donne - al punto di portare spesso alla rinuncia del proprio desiderio di maternità - è che esse non possono godere della responsabilizzazione comune del partner. La conseguenza è che spesso si sentono sole nell'affrontare una conciliazione dei propri tempi sempre più difficoltosa, proprio perché non condivisa. Questo ci fa capire per quale motivo il tasso di natalità sia qui così basso».

Come risponde la società ai bisogni della donna?

«Il problema è che non risponde, se non per proclami. Bisognerebbe garantire una riorganizzazione dei tempi sociali, anche in base alle età; prendiamo ad esempio una trentenne che deve lavorare ma al contempo ha anche dei figli a cui badare, e magari vuole anche finire un percorso di studi interrotto tempo prima: in questi casi spesso capita che essa debba rinunciare a qualcosa. Si tratta di un vero e proprio dramma, soprattutto a fronte del fatto che oggi le donne hanno delle aspettative che sono sì legate alla vita famigliare, ma anche alla realizzazione di sè nella sfera pubblica e lavorativa. Come sappiamo oggi le donne devono spesso appoggiarsi alla generazione precedente, quella delle nonne, per poter portare avanti la propria attività lavorativa. Esse suppliscono alla carenza delle politiche di welfare».

E la precarietà quanto incide nella scelta di non procreare?

«E' un punto essenziale. Come disse tempo fa una giovane donna durante una conferenza, "Il migliore anticoncezionale è la precarietà". Purtroppo, infatti, una donna con un lavoro precario non ha la possibilità di progettare una gravidanza. E qui torniamo al problema di fondo: sono sempre i soggetti femminili a dover fare i conti con queste situazioni, anche se poi esse pesano sull'intera collettività, anche in termini di calo delle nascite. Per questo il tema della conciliazione in Italia è malposto: il problema è che sono sempre le donne a dover trovare degli stratagemmi per mantenere l'organizzazione dei tempi della giornata. Se tale organizzazione fosse invece condivisa da entrambi i partner, le cose sarebbero diverse. Allora forse sarebbe il caso di introdurre il tema della conciliazione anche per gli uomini».

L'indagine Istat sottolinea anche un altro dato interessante: i figli arrivano sempre più tardi. Per quale motivo?

«Per le donne uno dei più grandi problemi è proprio quello: si trovano a dover conciliare il proprio orologio sociale (che regola i tempi per lo studio, per il lavoro, per la famiglia, ecc) con quello biologico, che è decisamente meno elastico, per cui spesso si verifica una desincronizzazione dei due orologi. Così spesso una gravidanza troppo tardiva può creare dei problemi.

Allo stesso modo non vi è corrispondenza tra l'orologio biologico femminile e quello maschile, in quanto gli uomini hanno una costruzione identitaria decisamente più semplice e lineare».

di Laura Bosio

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