Irlanda in ripresa: davvero è tutto merito del "green"?

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Intervista a Francesco Timpano, docente alla Cattolica di Piacenza: «La parte del leone la fa l’export e la flessibilità della loro economia. Si applaude la Carbon Tax ma i combustibili fossili in Italia sono già tassati: ora utilizzare i proventi per potenziare il trasporto pubblico».


Per risollevare l’economia dell’Irlanda e risparmiare sulle fonti energetiche, il governo del Paese ha introdotto sia una tassazione diversificata per i rifiuti, in base a quanti ne vengono prodotti e a quelli che vengono riciclati, sia una tassazione sull’utilizzo di combustibili fossili (la cosiddetta Carbon Tax), puntando decisamente sulle energie rinnovabili. Queste scelte sarebbero una delle cause principali  della crescita economica del Paese, basata in grande misura   sullo sfruttamento dell’energia pulita. Secondo l’Economist, infatti,  il Pil potrebbe crescere di un eccezionale 2%. Esiste, quindi,  un “modello irlandese” (Irish way)  per uscire dalla crisi? Tassare i combustibili fossili, ottimizzare al massimo la raccolta differenziata dei rifiuti, agire per uno stile di vita orientato verso il rispetto dei principi ecologici sono elementi importanti. Ma, per l'Irlanda, ci sono altri elementi in gioco.   Ne abbiamo parlato con Francesco Timpano, professore ordinario di Politica economica presso la Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Piacenza.

Un Paese che ha da poco chiesto (e ottenuto) un aiuto da 1,7 miliardi di euro al Fondo Monetario Internazionale come può incrementare il Pil del 2%,  in due anni?
«La situazione, assai critica e problematica, necessita di una valutazione oggettiva e il meno emotiva possibile. Si può dire che rispetto a molti altri paesi, l’Irlanda vanti una struttura economica altamente flessibile. Ciò fa sì che, quando le cose cominciano ad andare bene, questo Paese abbia tempi di ripresa nettamente più veloce di altri. Questo, e non solamente la politica ecologica, può spiegare la velocità della ripresa. Al momento sta godendo del fatto che i settori produttivi di sua specializzazione stanno trovando sbocco all’estero. L’Irlanda cioè sta tornando ad affacciarsi sui mercati dei capitali e questo è un segnale importante, perché è un segnale che la fiducia sta tornando. Al contempo però per il 2013 si annunciano ulteriori tagli ed è previsto ancora un picco nel debito pubblico. C’è da vedere come procederanno le cose».

La ripresa è tutto merito della politica “green”, come da molte parti si è insistito, o è in buona parte l'esportazione?
«La seconda. E’ vero che la ripresa è in corso ma non è attribuibile solamente e in gran parte ai punti della politica ecologica. Piuttosto è l’export a far la parte del leone, principalmente nei settori farmaceutico e dell’high tech (con una percentuale anche negli alimentari). Come dicevo prima, il Paese si sta riaffacciando sui grandi mercati e sta intercettando più velocemente di altri le occasioni di business, con buone conseguenze anche su fatturato e impiego (con posti di lavoro per personale qualificato). Preso atto che la trasformazione strutturale dell’economia di un paese non può avvenire in soli due anni, la nuova politica ecologica irlandese si configura più come “impulso”. E’ lodevole ed esemplare il cambio che tutto ciò sta suscitando nello stile di vita della popolazione ma c’è ancora molto da fare: ora occorre trasformare l’impulso in una nuova reale politica economica basata sulle energie rinnovabili».

Premesso che il Pil è un parametro che ci descrive la crescita ma non la qualità della vita, come si rifletterà questa strategia economica sul benessere delle classi sociali meno abbienti?
«Questo è purtroppo un problema centrale legato a questo tipo di strategie e, per di più, presente in tutta Europa. Ma è un punto interrogativo che non può avere una risposta netta al momento. Loro sono stati tra i più bravi ad utilizzare i fondi europei, con una spiccata capacità di far fruttare al massimo le risorse non solamente per i settori come la formazione, ma anche per le riqualificazioni professionali da un settore in crisi ad uno in espansione. Si può dire, a priori, che dipende dalla capacità che si avrà di utilizzare le risorse. Occorre capire come verrà affrontato questo tema sociale».

Si applaude alla “via irlandese” come un modello per l’Italia, ma il nostro Paese  non è nuovo a simili riforme...
«Senza dubbio. Anche noi abbiamo introdotto una regolamentazione che permette la crescita del mercato delle rinnovabili. Oggi si guarda alla Carbon Tax irlandese (introdotta, assieme alla tassazione diversificata sui rifiuti, dal governo precedente quello attuale, ndr) ma in Italia i combustibili fossili sono già tassati. Bene sarebbe ora fare un ulteriore passo, e reinvestire i proventi di quella tassazione per migliorare e portare al massimo tutti i trasporti pubblici nonché le ferrovie. La tassazione è uno strumento prezioso per cambiare la struttura dell’economia, indirizzando i consumi e lo stile di vita (se abbassassimo le tasse sulla benzina come farebbe a svilupparsi la ricerca sulle rinnovabili?). Ma al contempo deve essere supportato da una mentalità strategica. Ad esempio, in Svizzera hanno aumentato il pedaggio delle autostrade ma al contrario hanno potenziato a tal punto il settore ferroviario che questo è in espansione anche all’estero. Idem dicasi per la raccolta differenziata. L’Irlanda ha fatto ciò che bisogna fare ma non dobbiamo pensare di essere così indietro. E’ vero che noi abbiamo concorrenza: i tedeschi hanno parecchio vantaggio. Ma noi siamo degli ottimi manifatturieri. Se non possiamo definirci ancora completamente dentro la filiera credo che, con le scelte giuste, potremo arrivarci molto velocemente».

di Michele Scolari
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