Impossibile perdonare il campione Armstrong

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Ci hanno tolto il gusto di credere sul dossier dell’americano, Lance Armstrong. Confessione molto deludente, studiata per l’audience che tv americana si aspettava. La completa verità, se davvero vuole diventare credibile, ha una sola strada: dire tutto e per essere pentito deve fare i nomi, perché non si possono vincere sette Tour senza doping, ma è più difficile riuscirci senza qualcuno che ti protegge. Tutto il mondo si aspettava botti cosmici, invece la confessione ci ha tolto il gusto di credere nel campione. La grande tribù della gente normale non potrà mai perdonagliela. Siamo come bambini: se ci tolgono il giocattolo, ci sentiamo traditi. Non giochiamo più. Noi vogliamo i campioni con l’aureola, quelli che stanno sulla nuvola e nessuno potrà mai intaccare. La parola “campione” ha un valore superiore ha qualunque altro. Il campione non può essere un vetro che si rompe, un cristallo che si spacca. Deve restare intatto, intonso, il godimento dell’anima. Perché ad ogni campione, tifosi, suiveur, giornalisti, spettatori, regaliamo un’anima. Ecco perché a tutti si perdona, ad un campione molto meno. Armstrong ha confessato quello che tutti sapevano già, senza aggiungere una virgola, ha provato a far credere di aver fatto tutto da solo, come se il più sofisticato sistema del doping di squadra scoperto dall’Usada si potesse reggere semplicemente sulla fenomenale abilità del campione nel dribblare i controlli. Peccato...

di Fortunato Chiodo

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