In scena un capolavoro della drammaturgia

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Martedì 5 febbraio alle ore 21, al Teatro di Casalmaggiore, Fon-dazione Salerno Con-temporanea, Teatro Stabile di Innovazione e Festival Benevento Città Spettacolo, portano in scena “Ferdinando” per la regia di Arturo Cirillo. Capolavoro della drammaturgia di Annibale Ruccello, al suo debutto, “Ferdinando” fu giudicato uno degli spettacoli più significativi della drammaturgia novecentesca. Con questo nuovo allestimento, Arturo Cirillo è al suo terzo incontro col drammaturgo stabiese, dopo le fortunate prove de “Le cinque rose di Jennifer” e “L’ereditiera” (entrambi Premio Ubu).
TRAMA Campagna napoletana, agosto 1870: il Regno delle Due Sicilie è caduto e la baronessa borbonica Donna Clotilde (Sabrina Scuccimarra), nella sua villa vesuviana, si è “ammalata” di disprezzo per il re sabaudo e per l’Italia piccolo-borghese nata dalla recente unificazione. A fare da infermiera all’ipocondriaca nobildonna è Gesualda, cugina povera e inacidita dal nubilato, ma segreta amante di Don Catellino, prete corrotto e vizioso. A sconvolgere lo stagnante equilibrio domestico è l’arrivo di Ferdinando, un sedicenne dalla bellezza efebica che, rimasto orfano, viene mandato a vivere da Donna Clotilde. Sarà lui a gettare lo scompiglio nella casa, riaccendendo passioni sopite e smascherando vecchi delitti. Il regista ha spiegato: «Il testo di “Ferdinando” mi è sempre apparso molto diverso da tutti gli altri di Annibale: un testo più realistico, storico, dramma con una struttura classica... Un testo terribile per come rappresenta la depravazione, un atto cannibalico, un rapporto col religioso pieno di contraddizioni e rappresentato con cruda violenza, ma sempre con l’amore struggente che Annibale ha verso le ossessioni della sua vita. Il desiderio per un inafferrabile adolescente, nato da un inconsolabile bisogno d’amore, matura nella mente di personaggi disperati, prigionieri della propria solitudine, esacerbati dall’abitudine. Allora tutto l’aspetto storico mi è apparso una finzione, un teatro della crudeltà mascherato da dramma borghese, in cui anche la lingua, il fantomatico napoletano in cui si sostanzia Donna Clotilde, è esso stesso lingua di scena, lingua di rappresentazione, non meno del tanto “schifato” italiano».

di Federica Ermete

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