Disturbi del linguaggio, cosa fare?

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Sono sempre più numerosi i bambini che soffrono di disturbi specifici di linguaggio (Dsl); disturbi che molto spesso vengono trascurati o sottovalutati  e che si manifestano nei bambini in assenza di altri disturbi specifici (cognitivi, sensoriali o relazionali), attraverso con un ritardo nella comparsa delle prime parole, nel mancato o alterato sviluppo della competenze fonologiche. «Si tratta di bambini con un buon livello cognitivo e intellettivo, che però hanno difficoltà di linguaggio e espressione, con conseguenti difficoltà relazionali» spiega la dottoressa Maria Gardinazzi, logopedista dell'unità operativa di neurologia dell'Ospedale di Cremona. «Si verifica, in sostanza, uno sfasamento delle tappe evolutive del linguaggio. Sono quindi bambini che faticano a raccontare e a farsi capire».

Quali sono le cause di questo disturbo?

«Può esserci una familiarità, e il disturbo si presenta più frequentemente nei maschi, rispetto alle femmine. Tuttavia il disturbo può non essere legato ad altre patologie».

Che ripercussioni possono avere tali disturbi?

«Qualunque disordine del linguaggio e/o della parola può infatti avere effetti importanti sul comportamento del bambino, sulla capacità di relazionarsi con gli altri e sulle abilità future curriculari. Più presto queste difficoltà vengono riconosciute prima è facile porvi rimedio e far si che abbiano minori influenze durante gli anni futuri».

Quanto è importante allora un'intervento tempestivo?

«Moltissimo, perché prima si interviene e migliori sono i rislutati di una eventuale terapia. In alcuni casi il problema può regredire completamente. In altri può sfociare in difficoltà dell'apprendimento, e questo porterà alla necessità di seguire il bambino anche in fasi successive».

Quando il genitore deve consultare uno specialista?

«Teoricamente si conoscono le varie tappe dello sviluppo linguistico e l’età media in cui vengono raggiunte, ma, l’età esatta in cui il singolo bambino le raggiungerà può variare molto, e ciò dipende dalle abilità innate del bambino ma anche dalla realtà linguistica in cui è immerso. Questo fa si che sia difficile prevedere con certezza come procederà lo sviluppo linguistico di un determinato bambino. Vi sono, tuttavia, alcuni fattori di rischio che, se presenti nella fasci di età tra i 18 e i 30 mesi, fanno ipotizzare un possibile ritardo di linguaggio futuro, essi sono: basso livello di comprensione linguistica: la comprensione del linguaggio parlato è un’abilità che generalmente precede la capacità di esprimersi; un ridotto uso della gestualità; velocità dei progressi nello sviluppo del linguaggio: ampliamento progressivo del vocabolario, comparsa di strutture frasali via via più complesse, etc».

Qual è l'approccio terapeutico?

«Se si tratta di bambini in fase precoce, può bastare fornire ai genitori alcuni consigli per stimolare in maniera adeguata il linguaggio del bambino, favorendo le sue manifestazioni linguistiche, oppure si può provare a iniziare una terapia logopedistica. Nei ritardi più importanti la terapia è invece d'obbligo».

In cosa consiste tale terapia?

«Innanzitutto il logopedista deve prendere confidenza con il bambino, e questo è il compito più difficile. Per il resto le sedute si svolgono insieme ai genitori, che dal logopedista apprendono il corretto approccio con il bambino. Buona parte della terapia si svolge attraverso il gioco, che è lo strumento migliore per coinvolgere il bambino».

di Laura Bosio

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