Violenza sulle donne, un'offesa al vivere civile

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L'ex Procuratore di Crema Benito Melchionna: «Occorre un aggiornamento di tipo giuridico, sociale e culturale. Essenziali il coraggio delle vittime nel denunciare e la celerità della legge nell'intervenire e nel proteggere le vittime»

«La violenza contro le donne è forse la più vergognosa violazione dei diritti umani. E forse è la più diffusa. Non conosce confini geografici, culturali o di stato sociale. Finché continuerà, non potremo pretendere di  realizzare un vero progresso verso l’eguaglianza, lo sviluppo e la pace». Sono passati quattordici anni dalle parole di Kofi Annan, eppure il fenomeno della violenza sulle donne rimane ancora un problema irrisolto, nonostante i mutamenti sociali, i diritti acquisiti e le leggi varate negli ultimi anni. Il fenomeno e il concetto di violenza di genere hanno subito modifiche nel tempo, con l'evoluzione del contesto culturale, sociale ed istituzionale.

Un notevole passo in avanti nella questione è rappresentato dalla Legge n.154 del 2001 (Misure contro la violenza nelle relazioni familiari) che prevede l'allontanamento del familiare violento per via civile o penale e misure di protezione sociale per le donne che subiscono violenza (ed altrettanto hanno comportato le Leggi n. 60 e n. 134 sul Gratuito Patrocinio, che offrono alle donne violentate e maltrattate senza mezzi economici, uno strumento fondamentale per difendersi e far valere i loro diritti soprattutto attraverso l’attivazione della la collaborazione con i centri anti violenza e i tribunali).

Misura, quella della protezione, che però, per cause complesse, in taluni casi ancora tarda a venire applicata, con conseguente aumento dei rischi per le donne perseguitate da mariti e compagni violenti. Un tema già affrontato su queste pagine nell’edizione di sabato 19 marzo, in occasione della lettera del padre di una donna vittima di violenza che «ha trovato il coraggio di ribellarsi», dopo aver subito un tentativo di omicidio tramite strangolamento con una sciarpa per ben due volte. Una donna che, dopo aver trovato «il coraggio di denunciare», è ora «costretta a girare con una bomboletta di peperoncino, sia quando va al lavoro che quando torna. Inoltre non è mai riuscita a tornare a casa sua». Questo perché, fa sapere il padre, «la richiesta di protezione temporanea non è ancora stata concessa».

Certo «il tema è estremamente complesso», commenta Benito Melchionna, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Crema, in provincia di Cremona. «Da un lato le donne vittime di violenza devono trovare il coraggio di denunciare, perché più si attende più è poi difficile intervenire, oltre al rischio di apparire come “complici”. Le forze di Polizia fanno ciò che possono ma spesso sono ostacolate da quall’omertà che, all’interno di certe famiglie, spinge a “lavare in casa i panni sporchi”.

D’altro canto però si riscontrano ancora alcune carenze nella cultura giudiziaria relativamente a questo tema. Aleggia ancora il convincimento che la giustizia meno entra nel gioco delle famiglie e meglio è. Il tempismo della misura di protezione è essenziale. Invece le denunce di questo genere spesso vengono ancora trattate come una normale pratica di routine quando invece necessiterebbe sempre di un pronto intervento. Parliamo insomma di una priorità di natura anche culturale che non è ancora entrata a pieno titolo nella mentalità delle forze dell’ordine e dei tribunali. Personalmente, in servizio ero sempre attento e sensibile a questi aspetti, invero piuttosto delicati. La tendenza dovrebbe essere quella di far sì che il diritto includa tra i diritti umani (come ad esempio la vita) anche quello di poter vivere senza minacce. Ma mi rendo conto che c’è ancora molto lavoro da fare. Ci sono aspetti profondi dietro queste problematiche sui quali occorre intervenire il prima possibile.

L’Europa si muove, mentre noi siamo rimasti indietro su questi temi. L’ultimo Consiglio dei Diritti dell’Uomo a Ginevra, la Sessione Plenaria del Parlamento di Strasburgo (lo scorso 13 marzo) e la 57° Commission on Status of Women dell’Onu, hanno fatto emergere la necessità urgente di una revisione della cultura della donna, che si configura come il soggetto maggiormente colpito dalle conseguenze della crisi (precariato, disoccupazione, tagli ai servizi sociali ed alla scuola, ecc.). Contestualmente, urge una revisione anche dal punto di vista culturale, intervenendo per fermare l’esposizione e la banalizzazione dei corpi femminili nella pubblicità:  che comporta una reificazione del corpo femminile a mero “oggetto” consumistico. Ci sono insomma fattori politici, culturali e stereotipi che vanno rimossi completamente (nei quali rientra anche il pessimo esempio recentemente dato da Franco Battiato). Sino a quel momento, per l’8 marzo ci sarà poco da festeggiare e molto da rimboccarsi le maniche».


A CREMONA PASQUA VIOLENTA PER DUE DONNE
Pasqua violenta per due donne a Cremona. La notte del 29 marzo una donna 46enne è stata aggredita in via Ghinaglia da un soggetto identificato dai carabineri come un cittadino marocchino, O. A., classe 1984, con alle spalle diversi precedenti per droga e reati contro il patrimonio. L’uomo avrebbe cercato di immobilizzare la donna ma questa si è divincolata, recandosi prima in ospedale per le medicazioni e poi dai carabinieri per la denuncia. Rintracciato, il marocchino è stato arrestato e condotto in carcere con l’accusa di violenza sessuale e rapina (aveva infatti preso il cellulare alla donna per evitare che questa allertasse le forze dell’ordine). Poche ore dopo, un’altro episodio di violenza, stavolta in famiglia, ha richiesto l'intervento degli agenti della squadra volante della questura, in seguito all’allarme lanciato da una donna che ha raccontato di essere stata percossa dal compagno. Questi, nel frattempo, ha dato in escandescenze rivoltandosi contro gli agenti (che hanno quindi dovuto ricorrere alle manette). Per l’uomo è scattata la denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale (mentre si sta valutando come procedere per la situazione familiare).

di Michele Scolari
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