Boston - Scampato all’esplosione quasi per puro caso

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Davide Alberichi, tornato illeso, con la consorte dalla Maratona di Boston, ci racconta quello che ha vissuto.
A volte basta un soffio per cambiare il proprio destino, per spingere la propria esistenza in una direzione o in quella opposta. In un solo istante, prendendo una decisione piuttosto che un’altra, si può decidere, inconsapevolmente, di vivere o morire. Lo ha capito bene Davide Alberichi, rientrato giovedì pomeriggio, assieme alla moglie, dalla maratona di Boston, dove ha vissuto,come tanti altri, la tragedia di un attentato drammatico e assurdo, I due coniugi sono scampati quasi per caso all'esplosione. E’ venuto in redazione a raccontarcelo, portando con sé la medaglia conquistata nella corsa e i giornali che ha acquistato a Boston, quelli che parlano della tragedia, per non dimenticare un’esperienza che, come ha detto lui stesso, «è un po’ da ricordare e un po’ da dimenticare. Per me questa era una maratona importante, il percorso conclusivo delle cinque più importanti maratone al mondo - racconta Alberichi -. A volte il destino gioca scherzi strani e me ne sono reso conto solo a posteriori quando, ripensando alla cronologia degli eventi, ho capito che vi sono state diversi piccoli avvenimenti che hanno fatto sì che né io né mia moglie fossimo coinvolti nel disastro».

Davide aspirava da tempo a quel traguardo, che coronava un percorso importantissimo per un maratoneta. E quando quel traguardo lo ha raggiunto, 3 ore e 34 minuti dopo la partenza, ha voluto goderselo fino in fondo. «Mi sono fermato sulla linea del traguardo, ho voluto godermi gli applausi, le fotografie, tutte le emozioni di quell’arrivo che sognavo da una vita. Essendo arrivato circa 20 minuti prima del previsto, ho voluto godermelo fino in fondo, un po’ come fa un bambino con un giocattolo nuovo. Tra l’altro la mia gioia era amplificata dal fatto di aver visto mia moglie sugli spalti per la prima volta: in tutte le altre maratone a cui ho partecipato, infatti, non ero mai riuscito ad individuarla, a causa del caos che c’era. Ma in quel momento l'ho individuata e ho visto che esultava per me. E’ stato solo molto più tardi che mi sono reso conto che lei si trovava proprio a pochi metri da dove poco dopo è esploso l’ordigno». Anche qui il destino ha voluto giocare a favore del maratoneta cremonese, che prima della gara aveva raccomandato alla consorte di non muoversi dalla sua postazione, finché lui non l’avesse contattata con il cellulare.

«Dopo essermi goduto l’arrivo, ho recuperato la mia borsa e la prima cosa che ho fatto è stata chiamare mia moglie. Lei però non ha risposto al telefono. A distanza di pochi minuti l’ho richiamata altre due volte poi, visto che continuava a non rispondere, ho pensato di recarmi in albergo e di contattarla più tardi. Invece, poco dopo, ho deciso di richiamarla ancora, per la quarta volta. E lei ha risposto. Le ho chiesto di raggiungermi al Parish Cafè, situato a poche centinaia di metri dal traguardo. Poco dopo è arrivata, felicissima e ci siamo abbracciati. E' stato in quel momento, all’improvviso, che abbiamo sentito due botti fortissimi. In un primo momento ho pensato che fossero gli scoppi legati ai festeggiamenti, poi mi sono voltato e ho visto una nube nera che si levava verso l'alto». E’ stato in quel momento che i coniugi hanno capito che era accaduto qualcosa di grave. Tuttavia è stato solo poco dopo, tornati in albergo, accendendo la tv e seguendo il susseguirsi di notizie alla Bbc, che si sono resi conto della portata del disastro. «Abbiamo avuto paura, fin da subito, per tutto il resto del nostro gruppo di italiani, non sapendo dove fossero nel momento in cui era scoppiato l'ordigno - racconta ancora Alberichi -.

Anche nostra figlia, che era rimasta a casa, si è spaventata moltissimo dopo aver visto le notizie in tv, anche perché all’inizio le linee non funzionavano e non riusciva a contattarci. Sono stati momenti di grande ansia. Solo verso sera siamo riusciti a rivederci tutti e a ricompattare il gruppo. La sera stessa siamo usciti tutti insieme per mangiare qualcosa e abbiamo ritrovato una Boston decisamente diversa da quella della mattina: era spettrale, deserta, a parte il massiccio numero di poliziotti e agenti della Fbi che giravano armati». Anche la Boston del giorno dopo si presentava come una città inquieta, turbata. «Il clima era proprio quello da “The day after”: non era chiaro se l'allarme fosse cessato o meno, ovunque si trovavano posti di blocco, presidi, edifici circondati per qualche nuovo “allarme bomba”... Ci siamo recati proprio nella zona di Copley Square, dove regnava un clima surreale e inquietante». Le cose sono migliorate solo il giorno successivo, il mercoledì, quando la tensione si è un po’ allentata. «La città aveva riacquistato la voglia di lottare e di andare avanti. Siamo tornati nella zona della finish line per porre un mazzo di fiori insieme a tutti gli altri. E' stato lì che ci siamo resi davvero conto del pericolo scampato. Se il problemino fisico che avevo all’inizio della maratona si fosse intensificato tanto da farmi rallentare, magari sarei giunto al traguardo proprio poco prima dello scoppio e ne sarei rimasto coinvolto.

Se non avessi telefonato a mia moglie per la quarta volta, lei in quel momento sarebbe stata ancora sugli spalti, dove si è verificata l’esplosione, su cui comunque era stata seduta per quatto ore... Sono tante le cose che abbiamo pensato in quel momento». Altri italiani del gruppo di Alberichi sono arrivati in prossimità del traguardo successivamente all'esplosione e sono stati fermati un chilometro prima. «Per loro credo sia stato peggio, perché allo spavento si aggiunge lo smacco di non aver potuto varcare quel traguardo per cui tanto si erano allenati. Anche per questo sono stato fortunato». Il ritorno a casa, l’abbraccio con la propria figlia, hanno messo la parola fine all’incubo di Alberichi, anche se il ricordo di questa tragedia resterà sempre con lui. «Quanto successo mi ha convinto che è meglio essere fatalisti nella vita, perché non sai mai quello che potrebbe succederti - conclude il maratoneta cremonese -. E’ per questo che, nonostante il trauma, non rinuncerò a correre. Naturalmente mi prenderò un periodo per superare questo momento e andare oltre, ma sto già strizzando l’occhio alla maratona di Tokyo: questo evento mi ha fatto capire che devo prendermi quello che voglio quando posso farlo, poiché basta un attimo per perdere tutto».

di Laura Bosio

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