«I militanti non meritano la debolezza di questa classe dirigente. Subito a congresso»

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Titta Magnoli: «Pd? ci vorrebbe lo psicanalista, ma le idee non muoiono per così poco».
La difficile situazione del Pd, all’indomani della elezione del Presidente della repubblica, non viene certo ignorata dalla dirigenza. Titta Magnoli, segretario provinciale, analizza con lucidità e concretezza la situazione.

Come giudica quanto è accaduto in questi giorni nel Pd? Quali sono gli errori maggiori commessi?

«Credo che un’analisi attendibile di quanto è accaduto in questi giorni la si possa fare solo quando la situazione si sarà normalizzata. E credo che sarà oggetto di studio di uno psicanalista, più che di un analista politico. Ovviamente, ora, tutto appare macroscopicamente sbagliato. Se devo individuare una causa sola all’impazzimento generale, direi che il gruppo dirigente nazionale ha sottovalutato pesantemente il gruppo parlamentare. Non si è riusciti a guidarlo in un passaggio così delicato. Che ognuno abbia fatto un po’ come gli pareva, denota un grosso problema, ovviamente». Lei ha messo un grande impegno nel Pd: ne è deluso? «Diciamo che, se uno ha paura di rimanere deluso, o di illudersi, fare il dirigente di una forza politica non è il suo mestiere. Noi siamo qui a difendere quella che per noi è una istituzione, il partito, da decisioni che prendono i nostri capi e che fanno imbufalire la nostra base. Siamo una sorta di paraurti utili a garantire la stabilità del sistema. Non è un mestiere per chi si delude facilmente. Diciamo che sono incazzato, anche se il termine è ruvido e non educato».

C'è chi parla di morte del Pd. Cosa ne pensa?
E' davvero finita o c'è ancora qualcosa da salvare? «Io credo che si faccia politica perché si hanno dei valori e delle idee. Diciamo che quelle non muoiono per così poco. Saremmo uomini di poca fede. Certo il contenitore va pesantemente rivisto e il problema va affrontato senza ipocrisie, cercando di sciogliere i nodi invece di voltarsi dall’altra parte. Una delle cose che mi fa più soffrire in politica è che quando c’è un problema, molti si voltano dall’altra parte, fingendo di non vederlo. Ora invece occorre proprio affrontare le criticità e cercare di risolverle. Uscendo da tutte le ipocrisie che purtroppo spesso ammorbano chi fa politica. Ovviamente parlo di me in prima luogo». Quali potrebbero essere le prospettive future? «Le prospettive future sono quelle di un congresso, in tempi rapidissimi. I congressi servono per risolvere i problemi, per liberare il tappeto da tutto lo sporco che negli anni, inevitabilmente, si deposita. E’ il luogo dove ognuno deve poter esprimere la propria visione politica e potersi ritrovare in tesi differenti e contrapposte. Direi che mai come ora abbiamo avuto bisogno di un momento aperto come questo. Oltre alle primarie, occorrono infatti anche le idee, se no non si va lontani».

Com’è il clima tra i militanti?
«Il clima è di rabbia e spaesamento. Non abbiamo capito cosa è successo e perché. Credo che sarebbe sbagliato fermarsi alla caccia alle streghe. E’ ovvio che 101 parlamentari che non ci mettono la faccia, dopo non aver votato Prodi, la dice lunga sullo scollamento che c’è al nostro interno. Io non sono populista, non idolatro la base, come ente astratto e impalpabile. Dico solo che abbiamo un patrimonio di militanti, di persone che lavorano gratuitamente per portare avanti le nostre idee e non possiamo trattarle così. Non si meritano questa debolezza della classe dirigente. Ora è normale e giusto che vogliano cambiarla. E devono decidere con serenità. Io credo che il veleno e la rabbia debbano essere trasformati in energie positive e costruttive. La rabbia sterile, il bruciare la tessera, il lasciarsi andare allo sconforto non hanno senso. Ha senso cambiare chi ha sbagliato, trovare dei responsabili che si assumano le proprie scelte. Parlo di responsabili e non colpevoli, perché non ci deve essere un processo, ma una seria e impietosa disamina di quanto è accaduto».

Come dirigente del partito a livello locale, cosa pensa di fare ora?
«Dopo le elezioni avevo sottolineato la necessità di arrivare al congresso con un’unità di intenti. Il mio discorso è semplice, gestiamo insieme questa fase e arriviamo al congresso salvaguardando il partito. La risposta è stata buona: a Cremona abbiamo un partito che desidera guardare avanti, e questo è un elemento positivo su cui investo molte speranze per il futuro. Per quanto mi riguarda non mi ricandiderò a segretario, come avevo annunciato all’inizio di questa avventura. La mia esperienza cremonese si chiude qua, come è giusto che sia. Ho fatto il segretario per quasi quattro anni ma mi sento già un vecchio arnese della politica. Ora largo a chi ha più energie e voglia in vista della riconquista del comune di Cremona, che è a portata di mano».

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