La crisi che uccide: aumentano i suicidi

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Tra le modalità maggiormente tragiche di reagire a tutto quanto la crisi comporta – perdita del lavoro, fallimento dell’azienda, una vita che va in fumo – sono gli atti estremi, come il suicidio. Cosa sta succedendo? Ne parliamo con Mirco Carotti,  psicologo e psicoterapeuta, direttore  della Scuola superiore di formazione in psicoterapia di Cremona. «La parola “crisi” è attualmente la più usata sia in campo mediatico sia in campo relazionale» spiega lo psicologo. «L'insicurezza o la perdita del lavoro, i soldi che mancano, lo stress, il fallimento di un'azienda, un licenziamento, una cassa integrazione, un salario ridotto, per non parlare del costo della vita, sono tutti fattori che colpiscono anche la salute fisica e mentale, portando la persona a trascurarsi, a una  cattiva nutrizione, alla depressione, fino al suicidio. Ho letto un dato allarmante: il 30% delle chiamate d'emergenza relative a tentato suicidio, è riferito a cause economiche e lavorative.

La parola “crisi” ha origini etimologiche nel concetto di scelta: nella crisi ci si trova davanti ad un problema che chiede un’opportunità di soluzione. Momenti del genere danno all’individuo la possibilità di entrare in contatto con i propri limiti ma anche lo stimolo ad un continuo adattamento ai cambiamenti in atto. Se si affronta male, la crisi non può che provocare la chiusura in sé stessi, minando la capacità di reazione e innescando pensieri ossessivi che possono sfociare in decisioni estreme. Tali situazioni di disagio psicologico, vissute da chi è a rischio di perdita del lavoro, possono essere meglio comprese se si tiene conto del fatto che precariato, disoccupazione ed instabilità lavorativa in genere comportano tutta una serie di conseguenze profonde: rischiano infatti di mettere in discussione le proprie certezze esistenziali, creano problemi di autostima e gettano l’individuo in una costante instabilità emotiva, poiché quest’ultimo si trova a doversi adattare ad una società in continuo cambiamento, di fronte ad eventi sui quali la sua capacità di controllo è limitata se non assente. Per Freud infatti “la salute psichica è la capacità di lavorare e di amare”. Adler da parte sua inserisce l’attività lavorativa, accanto alle relazioni affettive e familiari ed alla socialità, nel quadro dei compiti vitali dell’individuo».

 Quali sono gli effetti che la crisi produce sulle condizioni psichiche delle persone?

«Aumentano le persone soggette a stress lavorativo, ansia e depressione. La loro insicurezza lavorativa diventa prima l'insicurezza del loro benessere fisico e in seguito un disagio psicologico molto difficile da tollerare.

Negli Stati Uniti, dove è partita la crisi economica, sono già stati fatti studi al riguardo, ed è emerso che una persona su sette soffre del cosiddetto “money disorder”, che provoca depressione, rabbia, irritabilità e in alcuni casi insonnia e problemi di alimentazione. Le incertezze connesse a crisi economica e difficoltà lavorative producono conseguenze a livello cognitivo, emozionale e motivazionale, e in assenza di adeguato sostegno  possono predisporre od aggravare disturbi ansioso-depressivi, psicosomatici, relazionali e della sfera sessuale, varie forme di dipendenza patologica (alcool e fumo, sostanze stupefacenti, gioco d’azzardo patologico, internet ecc…). La forzata inattività per chi ha perduto la sua occupazione e si trova alle prese con una difficoltosa ricollocazione nel mercato del lavoro, così come la mancanza di prospettiva occupazionale concreta per un giovane, sono situazioni che possono comportare reazioni quali, rabbia, frustrazione, umore instabile, ritiro sociale, percezione di mancanza di controllo su di sé, sulla propria vita e sul proprio futuro, nonché un abbassamento del livello di autostima. Tali condizioni psicologiche possono divenire prodromi di veri e propri disturbi come ansia, attacchi di panico, depressione».

 Quali meccanismi portano una persona ad arrivare a gesti estremi?

«Un grave dispiacere  porta come reazione a tristezza e chiusura in sé. Questa è una conseguenza estremamente naturale ed è utile all’economia vitale: ci si chiude nel dispiacere e si cerca un modo per affrontarlo. Ma quando  non si trovano soluzioni al dispiacere, la naturale tristezza diventa depressione reattiva. Il tempo non lenisce, anzi col trascorrere dei giorni cresce la sensazione di non riuscire a farsi coraggio e di non poter fare ciò che si sarebbe capaci di fare. Fastidi fisici transitori come astenia, faticabilità, diminuzione o aumento dell’appetito, insonnia e sonnolenza, che accompagnano spesso la tristezza diventano disturbi cronici associati alla depressione e possono insorgere varie malattie, come reflusso gastro-esofageo, gastrite, colon irritabile. Il corpo e la mente ne risultano “scombussolati”. Occorre sottolineare che le reazioni possibili dei gesti estremi non sono sempre e solo rivolte verso la propria persona: talvolta la disperazione si incanala verso una soluzione unica e definitiva».

 Pensa che le persone si stiano arrendendo al pessimismo?

«Nella situazione attuale è come essere in un tunnel nel quale non si intraveda nemmeno lo spiraglio di una via d’uscita.  La perdita di certezze o di punti di riferimento per la proprio persona e la mancanza di istituzioni che intervengano con chiari progetti di  sostegno per le difficoltà incalzanti e il possibile sviluppo economico, indirizzano la visione comune verso il pessimismo. Tra ottimismo e pessimismo, tuttavia, la sanità consiste sostanzialmente nel giudicare le situazioni in modo né più, né meno favorevole di come esse si presentano ad un esame oggettivo».

Cosa si può fare  per arginare questi fenomeni?

«Nei momenti di crisi economica dovrebbero essere rafforzate le reti di protezione sociale per mitigare gli effetti negativi sulla salute. Partirei da ciò che può fare l’individuo: prima di tutto è necessario essere lucidi ed analizzare il proprio caso, senza divagare rispetto alla situazione economica globale. Importante anche il poter contare su affetti solidi che possano resistere al grande stress che l’incertezza economica e lavorativa procura. Una famiglia presente, una relazione di coppia stabile e serena, il recupero di passioni sopite assieme alla conferma dei valori fondanti della forza vitale aiutano ad evitare il senso di solitudine dal quale può scaturire la depressione. Purtroppo non tutte le persone possono contare su queste basi. In casi di vera depressione reattiva è necessario l’intervento terapeutico mirato che non solo possa portare l’individuo a guardare con obiettività alla propria vita, ma che possa riattivare le energie “anticrisi” di cui ognuno dispone e far nascere dal problema un’opportunità di crescita personale.  Vorrei segnalare un progetto, promosso dalla Scuola di specializzazione di psicologia della salute dell’Università “Sapienza” di Roma, che prevede la collaborazione diretta tra medico e psicologo, attraverso una modalità di lavoro congiunta in cui entrambi i professionisti accolgono la domanda dell’utenza nello stesso luogo fisico, l’ambulatorio di medicina generale. Praticamente uno psicologo di base che aiuti i medici di base ad affrontare questo momento particolare nel quale le competenze mediche non possono essere sufficienti».

di Laura Bosio

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