Spandimento di digestato sotto la pioggia a Spinadesco e sversamento di presunti liquami a Trescore

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Nei giorni precedenti sono stati individuati due grossi sversamenti sul territorio occidentale della provincia di Cremona: uno di presunti liquami e un altro di digestato.

Nel primo caso, avvenuto a Trescore Cremasco, grossi sversamenti di presunti liquami sarebbero stati individuati lunedì 20 maggio su alcuni terreni presso il Canaletto che si congiunge con il Canale Vacchelli. La caratteristica melma marrone (ora in parte rappresa) ristagna sopra superfici coltive, rischiando di percolare nel terreno con danni alla falda acquifera.

Il Canaletto infatti è alimentato da una falda subaffiorante. Il corso d’acqua si sviluppa per una lunghezza di poco superiore a 3 km al margine meridionale del territorio comunale all’interno della zona del “Moso”: alimentato anche da numerose colature, superata la Roggia Alchina, devia verso sud, sfociando nel Canale Pietro Vacchelli. La Relazione Geologico Tecnica del Comune di Trescore è chiara: nel punto degli sversamenti (a sud del paese) è segnalata «la presenza di una falda prossima alla superficie» e «la tessitura moderatamente grossolana del terreno». Queste caratteristiche, unitamente alla «moderata» o «bassa» capacità di proteggere le acque superficiali e profonde, «impongono la massima attenzione contro il rischio di inquinamento delle acque sotterranee». Quei terreni, dunque, «sono poco adatti allo smaltimento di liquami (causa falda)» e di «fanghi di depurazione (causa drenaggio, falda)». In sostanza: l’elevata superficialità della falda e l’alto grado di permeabilità del terreno aumentano notevolmente il rischio di un serio inquinamento delle acque sottostanti.

Nel secondo caso, ingenti quantità di refluo, verosimilmente digestato (residuo della fermentazione che avviene nei biodigestori degli impianti a biogas), sono state avvistate lo scorso sabato 25 maggio, su una superficie di 12mila metri quadrati tra Sesto cremonese e Spinadesco. Litri e litri della sostanza, sono stati individuati dapprima in un canale nei pressi di Sesto e, risalendone il corso, si è scoperto che la sostanza era stata originariamente scaricata in un campo nei pressi di Spinadesco.

Il refluo è stato sversato sul campo, da dove poi, complici le abbondanti piogge (durante le quali sarebbe vietato questo tipo di pratica) ed alcuni canaletti aperti a margine del campo per il drenaggio dell’acqua piovana, è ruscellato nei canali di irrigazione, confluendo poi in canali di colo che lo avrebbero poi portato sino a Sesto. Addirittura, il presunto digestato sarebbe confluito anche in una roggia alimentata da un fontanile (ora presumibilmente inquinata), le cui acque sono tra le più pure e pulite della zona. In entrambi i casi, quello di Spinadesco e di Trescore, la preoccupazione di cittadini e comitati si fa sentire. Da più parti ormai i cittadini chiedono di conoscere costantemente la situazione della qualità delle acque dei canali e delle falde, assieme ad un intervento forte delle autorità competenti in materia di sicurezza e di igiene ambientale. Questo tipo di pratiche può rientrare nella caso dell'«utilizzo per fini agronomici»? La risposta si attende dalle autorità competenti.

ALLONI (PD): «APPROFONDIRO’ LA QUESTIONE. I SINDACI SI OPPONGANO»

«I Comuni devono fare opposizione» commenta Agostino Alloni, consigliere regionale del Partito Democratico, che, nei prossimi giorni, approfondirà la questione degli sversamenti individuati a Spinadesco e Trescore Cremasco. «Il primo cittadino di ogni Comune è il responsabile della condizione di salute della popolazione del suo territorio: tra i suoi compiti c’è anche quello di prendere provvedimenti se le condizioni ambientali sono invivibili, se esistono pericoli incombenti e, per la direttiva Seveso, deve informare la popolazione dei rischi rilevanti cui è sottoposta. I sindaci, quindi, si rivolgano alla Regione per chiedere l’intervento di organismi come Arpa per le dovute verifiche sullo stato dei terreni, dei canali e delle acque sotterranee». I liquami possono rappresentare, per le loro qualità e quantità, un pericolo per l'ambiente e la salute delle persone; e per questo richiedono la predisposizione di ogni necessario accorgimento volto a evitare sversamenti, accidentali o meno, dei liquami prodotti. Nel caso del digestato invece, c’è una sentenza emessa dalla Cassazione nel 2012, secondo la quale la massa sia liquida che solida residuale dal processo di digestione anaerobica per la produzione di biogas non è un rifiuto ma un sottoprodotto. A patto però che venga utilizzata entro certi limiti e a certe condizioni, tra le quali l’utilizzo «esclusivamente a fini agronomici» ed il divieto di sversamento durante condizioni di piovosità.

di Michele Scolari


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