Dalla "cronaca nera" alla "economia nera": come evolve la 'ndrangheta in Lombardia

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Quando oggi parliamo di ‘ndrangheta in Lombardia, di cosa parliamo? Qual è la situazione della criminalità mafiosa dopo gli arresti e le  condanne delle maxi inchieste milanesi “Crimine” e “Infinito”? A distanza di alcuni anni, l’attività criminale della ‘ndrangheta continua, ma sotto un profilo diverso. Ha abbandonato i reati “da cronaca nera” e si è fatta imprenditrice. In questo contesto, il 416 bis (associazione mafiosa) è ancora utile? E quali sono le direzioni nelle quali lavorare per un aggiornamento normativo?

Ne abbiamo parlato con il giudice Giuseppe Gennari, giudice per le indagini preliminari nelle principali inchieste di ‘ndrangheta a Milano,  recentemente a Cremona, invitato da Libera Cremona all'Arci di via Speciano per presentare il suo libro, “Le fondamenta della città. Come il Nord Italia ha aperto le porte alla ‘ndrangheta”.

Dott. Gennari, sempre più spesso nei rapporti dell’Antimafia si segnala il salto dalle vecchie attività criminali verso una forma di “economia criminale”. A che punto è il fenomeno?

«A volte si sopravvaluta il livello imprenditoriale in cui si collocano molti di questi soggetti, che sono ancora, in realtà, ad un livello medio basso. Detto questo però, hanno effettivamente progressivamente abbandonato le attività vetero criminali in favore di un rapporto più stretto con le imprese e l’economia cosiddetta “legale”. Quando parliamo di ‘ndrangheta oggi quindi, parliamo di una criminalità capace non solo d’integrarsi con l’economia legale ma addirittura in grado anticiparne l’evoluzione e le opportunità, sfruttando un tessuto economico reso fragile dalla crisi e dal credit crunch con la creazione di lobby d’affari con soggetti estranei alle organizzazioni criminali».

A questo “salto” è connessa la formazione di quella “zona grigia” dove la ciminalità mafiosa si intreccia con l’economia “legale”?

«Assolutamente sì. Si tratta di un mondo di professionisti, dirigenti, bancari, ragionieri, commercialisti, immobiliari, che non hanno remore nello scendere a patti con i mafiosi E al tipo di ‘ndrangheta che penetra nel tessuto dell’economia “legale” questa zona grigia è indispensabile. Le attività vetero criminali come traffico di stupefacenti, ci sono ancora, ma a livelli molto bassi sul territorio lombardo».

Nella “zona grigia”, dove le attività mafiose si mascherano da attività economiche “legali”, l’art. 416 bis, che punisce l’associazione di stampo mafioso, è più difficile da applicare?

«E’ una norma che ha sempre fatto fatica, un po’ perché è difficile scrivere cos’è la mafia, un po’ anche per come è stata spesso interpretata, proprio perché il concetto di mafia dal punto di vista giudiziario è sfuggente. Partiamo dal presupposto che il “controllo del territorio” sia una cartina tornasole che rivela la presenza di un’associazione criminale: se non lo si prova, sarà difficilissimo ottenere una condanna per mafia. Quando le consorterie mafiose si accompagnavano ad attività vetero-criminali (traffico armi e droga, sequestri, estorsioni, minacce, ecc.) era molto più facile dimostrare l’esistenza di un “controllo del territorio” da parte di questo o quel clan. Quando negli anni ’80 famiglie come quelle dei Papalia o dei Barbaro erano appena arrivate in Lombardia, dovevano per forza compiere violenze per “farsi il nome”. Oggi i loro nomi sono ormai noti, quindi, se vanno a chiedere il lavoro per l’impresa edile o fanno false fatturazioni per milioni di euro, non lo fanno più minacciando. Pertanto, con l’infiltrazione nell’economia “legale”, è decisamente più difficile dimostrare il “controllo del territorio” e, conseguentemente, applicare il 416 bis. Come si fa a dimostrare che, ad esempio, un determinato gruppo di persone che operano nelle false fatturazioni con società cartiere e numerosi prestanome, è associato con fini mafiosi e ha potere di intimidazione? Il rischio è che in un processo, queste persone, anche se figli o nipoti di ‘ndranghetisti, vengano individuati come “semplici” evasori fiscali».

In questo senso, il reato di “traffico d’influenze” contenuto nel ddl anticorruzione e che colpisce chi fa da intermediario tra il funzionario pubblico e chi vuole ottenere favori, può essere una direzione in cui lavorare per un aggiornamento delle norme antimafia?

«In linea teorica il reato di “traffico d’influenze”, che è il risultato di un adeguamento ad una convenzione europea firmata dall’Italia, dovrebbe servire proprio a colpire quella “zona grigia” dove la mafia si intreccia all’economia “legale”: tipico esempio di traffico d’influenze è la vicenda di Antonio Oliverio e di Perego. Ma, purtroppo, per come è stata scritta, ancora non sappiamo realmente quale sarà la portata di quella legge e se effettivamente avrà un ambito di applicazione reale anche al di là della corruzione “classica”, andando a colpire l’area degli interessi mafiosi».

Il “traffico d’influenze” è in qualche modo collegato al 416 ter, che è lo “scambio politico-mafioso”?

«In qualche modo sì, perché lo scambio politico mafioso serve come punto di partenza per creare poi delle relazioni d’influenza. Il “traffico d’influenze”, pur non essendo un sostituto del ter, potrebbe servire a colpire quei comportamenti che sono generati dallo scambio politico-mafioso, cioè utilità-voti, che oggi non si riesce a colpire con il 416 ter. Se un domani un politico venisse eletto e grazie alle sue relazioni favorisse un mafioso, potrebbe scattare il “traffico d’influenze”, a patto che quest’ultimo fosse scritto in modo da non rischiare di esaurirsi alla “semplice” corruzione».

Qual è la situazione il Lombardia dopo i 110 arresti  dell’operazione “Infinito”?

«Non possiamo pensare che dopo “Infinito”, indagine ormai vecchia di quattro o cinque anni, non esista più la ‘ndrangheta in Lombardia. La situazione è tutt’ora in evoluzione. Attualmente continuiamo a vedere operative alcune famiglie “tradizionalmente” attive sul milanese e legate soprattutto alla fascia ionica della Calabria. Ma vi sono dei movimenti e dei nomi che sono rimasti fuori dalle indagini degli ultimi anni. Movimenti in cui sono coinvolte altre famiglie che non fanno parte delle consorterie ‘ndranghetiste colpite dalle indagini tra 2008 e 2010, ma che devono avere comunque interessi nella nostra regione».

Si parla di nuove famiglie che potrebbero venire da altre zone, come l’Emilia?

Certamente. Non abbiamo dati specifici ma ovviamente è ipotizzabile una quota che ancora non conosciamo sufficientemente a livello giudiziario, ossia sulla quale ancora non ci sono indagini. Tuttavia è una quota che al momento è solamente percepibile: ad esempio a partire dall’esame della distribuzione di certi nominativi in Lombardia, legati tradizionalmente ad altre zone; o dalla mappa degli atti intimidatori avvenuti negli ultimi tempi nella nostra regione. Vedremo cosa ci riserveranno le indagini del futuro».

di Michele Scolari
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Twitter: @miguelscolari


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