Operazione dell'antimafia di Catania: arrestato a Cremona Salvatore Navanteri. Indagata la moglie

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E’ coinvolta anche Cremona nell’operazione “Ciclope”, condotta dai carabinieri di Catania per scongiurare una faida esplosa all’interno del clan catanese dei Navanteri (ritenuto vicino a Cosa Nostra catanese e operativo nei territorio tra Vizzini e Francofonte) dopo l’arresto del capomafia, Michele d’Avola. I provvedimenti emessi dalla Direzione distrettuale antimafia della procura etena, sono stati eseguiti nelle province di Siracusa, Agrigento, e Cremona.

L’OPERAZIONE “CICLOPE”

Dopo l’arresto, Salvatore Navanteri ne avrebbe approfittato per “scalare” la posizione e diventare reggente del clan. Alcuni fedelissimi del “capo” dietro le sbarre però erano stati informati delle intenzioni di Navanteri e avevano deciso di farlo fuori. L’agguato, organizzato lo scorso 8 agosto, non è andato a buon fine, determinando inoltre una spaccatura all’interno del “clan” (agguato in cui Navanteri, colpito da un colpo di fucile calibro 12 ha riscontrato una grave ferita all'occhio, che potrebbe risultare compromesso). Con indagini rapide e capillari a partire da quest’ultimo episodio, i carabinieri sono riusciti a scoprire che, dopo l’agguato, gli uomini di Navanteri preparavano a loro volta una spedizione punitiva contro la frangia fedele a D'Avola: spedizione che, grazie al tempestivo intervento delle forze dell’ordine, non ha avuto luogo. Proprio Navanteri (58 anni) è stato scovato nel territorio di Cremona, dove si era rifugiato assieme alla compagna, Luisa Regazzoli (54 anni), che ora è indagata perché, secondo la Procura, sarebbe stata a conoscenza dell'attività e dei disegni criminali del "clan". Sono stati prelevati all'alba dalla loro abitazione di Rivolta d'Adda dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Cremona. Inizialmente Navanteri ha finto di non essere in casa, verosimilmente per paura che si trattasse di un agguato. Nel corso delle perquisizioni, sono spuntati 10 chilogrammi di marijuana, una pistola (con matricola rigorosamente abrasa) e circa 7mila euro in contanti.

I NOMI DEI FERMATI E LE ACCUSE

Dopo la conferenza stampa organizzata nella tarda mattinata presso la procura etena, risulta che i fermati sono: Antonino Alfieri, Alfio Centocinque, Salvatore Guzzardi, Salvatore Navanteri, Cristian Nazionale, Luciano Nazionale, Michele Ponte, Luisa Regazzoli e Tommaso Vito Vaina. I reati ipotizzati sono associazione a delinquere di stampo mafioso (416 bis), detenzione e porto abusivo d'armi, tentato omicidio.

IN EMILIA SPUNTANO CONTATTI TRA UNA COSCA CATANESE E LA ‘NDRANGHETA

La presenza dei fermati in province esterne a Catania (compresa Cremona) è stata spiegata con la paura di subire possibili ritorsioni. Ma non può sfuggire la connessione con un fatto messo in luce a giugno dalla Gazzetta di Reggio, riguardante una ipotetica “alleanza” nel reggiano tra le consorterie ‘ndranghetiste della cosca di Nicolino Grande Aracri e alcuni uomini di un clan catanese (leggi l’articolo). L’ipotesi era spuntata in relazione agli sviluppi dell’operazione “Demetra”, coordinata dall’antimafia di Bologna e condotta dalla Guardia di Finanza di Cremona (che aveva smantellato un network emiliano-cremonese-mantovano di piccole imprese, il cui scopo era creare somme milionarie attraverso la produzione di fatture per operazioni inesistenti - leggi l'articolo). In quel frangente, il quotidiano reggiano parlava di «un inedito patto tra ‘ndrangheta e un clan catanese che ha piazzato in loco uomini di fiducia». Ed un testimone riferiva che, nel network criminale di imprese scoperto da “Demetra”, «fatture fasulle e soci occulti “parlano” calabrese, ma ad un certo punto è arrivato in azienda un catanese». Non se ne conosce il nome. Si sa soltanto che «vive in un hotel nel Reggiano, pian piano ha preso in mano gli affari aziendali. Mi risulta abbia legami con un clan di Catania. E mi sta da tempo minacciando...».

di Michele Scolari
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Twitter: @miguelscolari

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