Quell'apostolo che sembra una donna

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Si tinge di giallo l’Ultima Cena di Giulio Campi nella Cattedrale di Cremona: Giovanni è ancor più femminile del cenacolo di Leonardo. Perché il cenacolo è inserito in una serie di opere sulla vita della Maddalena? Forse da Mantova le suggestioni esoteriche all’origine dell’anomalia

CREMONA - Ammicca tra preziosi stucchi e tabernacoli dalla penombra in fondo alla parete sinistra della Cappella del Santissimo Sacramento, che chiude la navata destra della Cattedrale di Cremona. E’ l’Ultima Cena dipinta da Giulio Campi nel 1568, che, alla debole luce diffusa dal lampadario, rivela un particolare mozzafiato, che connette l'opera (e forse l’intera cappella) alla tradizione esoterica della Maddalena e del Santo Graal o, meglio, del “Sang Real”: la coppa in cui, secondo il vangelo apocrifo di Nicodemo, fu raccolto il sangue di Gesù Cristo dopo la crocifissione.

A segnalare l’incredibile scoperta sono Isabella Dalla Vecchia e Sergio Succu, sia sul sito web Luoghimisteriosi.it sia in un suggestivo video su Youtube.it. Lo sguardo dei due documentaristi si concentra sulla figura morbidamente adagiata sulla spalla di Gesù Cristo, che secondo la tradizione ufficiale dovrebbe essere l’apostolo Giovanni ma nel dipinto di Campi sembra essere una figura di delicati tratti femminili. Ed è pur vero che i tratti indubbiamente molto virginali con cui Giovanni è rappresentato in molti cenacoli possono trovare spiegazione nel passo della Legenda Aurea dove Jacopo da Varazze riferisce che «Dio lo volle vergine, e perciò il suo nome significa che in lui fu la grazia: in lui infatti ci fu la grazia della castità del suo stato virginale, ed è per questo che il Signore lo chiamò durante le nozze, mentre lui voleva sposarsi». Ma nel Cenacolo di Campi, Giovanni «è indubbiamente una donna, basti osservare queste immagini sotto gli occhi di tutti per togliere ogni forma di dubbio. Il volto è assolutamente femminile, i lineamenti sono dolci e inquadrano una donna anche particolarmente bella». Insomma, «siamo di fronte alla più incredibile rappresentazione dell’Ultima Cena, addirittura ancora più forte dello stesso famoso affresco di Leonardo da Vinci a Milano». Ma c’è di più.

La decorazione pittorica della Cappella è frutto della collaborazione tra Giulio Campi e il più giovane Bernardino Campi (non parente dei tre fratelli). E il Cenacolo di Campi, osserva Dalla Vecchia, «si trova all'interno di un ciclo di opere in cui vengono rappresentati tutti i momenti salienti della vita di Maria Maddalena»: sono La Maddalena ai piedi di Gesù nella casa del Fariseo (G. Campi) La lavanda dei piedi (B. Campi) e L’apparizione di Cristo alla Maddalena (Giovanni Angelo Borroni, 1750). La Maddalena è insomma il filo conduttore di questo “ciclo”, tanto da indurre nei due documentaristi il sospetto che fosse proprio lei, la Maddalena, la vera destinataria dell’intera cappella (tra le più sontuose della Cattedrale e rivisitata nel 1633-34 su progetto dell’architetto Carlo Natali). In effetti, sei delle otto tele presenti (quelle dei due Campi) erano inizialmente inserite in una grande ancona disegnata da Giulio Campi nella prima metà del ‘500 e smembrata alla fine del XVI secolo o all’inizio del successivo. Inoltre, l’altro fatto incredibile è che in tutte queste opere la donna è sempre la stessa: «lo stesso volto, come fossero le vignette d’un fumetto, e persino vesti simili». Ora, che c’entra il Cenacolo in un ciclo di opere sulla vita della Maddalena? Nulla, a meno che ovviamente il Giovanni rappresentato accanto a Gesù non fosse in realtà la Maddalena: circostanza che vedrebbe quindi l’Ultima Cena inserita in posizione cronologicamente perfetta tra La lavanda e L’Apparizione. E ciò riconduce alla tradizione, tuttavia sempre respinta dalla Chiesa, che vorrebbe la Maddalena la vera “coppa” del sangue di Cristo, in quanto sposa e madre dei suoi figli.

Questa tradizione è stata ripresa ne Il Codice Da Vinci, che lo scrittore Dan Brown, senza inventare nulla, scrisse attingendo a piene mani da Il Santo Graal di Baigent, Lincoln e Leigh (vedi box a lato). In realtà, molti fatti di entrambi i best seller risultano mistificazioni romanzesche. Ma ciò non esclude affatto che, eliminati i numerosi elementi “da giallo” (a cominciare dal Priorato di Sion), vi sia effettivamente stata una forte e antica tradizione esoterica basata sull’amore tra Gesù e la Maddalena e la fuga di questa con i loro figli in Provenza dopo la crocifissione (attestata dal I sec. d.C., è riportata soprattutto nella Vita della Maddalena scritta nel IX sec. da Rabano Mauro, abate di Fulda e vescovo di Magonza, e poi nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze del 1260). Segni "criptati" di questa tradizione sommersa (della quale sarebbero stati individuati echi nei vangeli apocrifi) sarebbero poi rintracciabili in molte opere di Leonardo d Vinci, nell’Et in arcadia ego del Guercino (al secolo, Giovanni Francesco Barbieri) o nei Pastori in Arcadia di Nicolas Poissin, come anche in molte le rappresentazioni della "Maddalena penitente" con un teschio tra le mani o posto accanto (a simboleggiare, secondo alcuni storici, sia il memento mori sia la mancata resurrezione di Gesù e la sua natura terrena).

Tornando a Cremona, non sono attestati, ad oggi, interessi esoterici o “massonici” del Campi. Dunque, dove il pittore potrebbe aver preso lo spunto per una raffigurazione così lontana dal suo stile, ufficialmente ritenuto ligio ai precetti sull'arte pittorica dettati dal Concilio di Trento?

Si potrebbe cominciare col dire che già nel Medioevo la tradizione dell’amore tra Gesù e la Maddalena poteva essere radicata anche a Cremona. Qui, nel Duecento, è infatti registrata la presenza di una forte comunità di Catari, che godettero, come altri eretici (tra cui i Patarini), di una certa libertà di culto (almeno sino al 1268, anno della destituzione di Oberto Pallavicino, sotto il quale la pianura Padana era divenuta zona franca per il catarismo occidentale). Secondo alcune cronache, durante il tremendo assedio dei Crociati alla roccaforte catara di Montségur (nel corso del quale venne portato via dalla fortezza un misterioso oggetto, facendolo calare dalla parete rocciosa dei bastioni), fu proprio dalla comunità catara di Cremona che partirono alcuni misteriosi dispacci diretti ai confratelli assediati in Linguadoca (dispacci portati da Raimond de Niort nell’ottobre del 1243 e Joan Rey nel gennaio 1244). E presso la comunità catara di Cremona sembra abbia trovato rifugio temporaneo il vescovo di Tolosa  Bernardo Oliva, diretto alla comunità di Sirmione dopo l'eccidio di Montségur. Ora, proprio il credo cataro comprendeva nella propria dottrina anche la credenza sull’amore tra Gesù e la Maddalena e sulla loro discendenza. Se questa tradizione a Cremona fosse sopravvissuta in modo carsico, avrebbe potuto costituire nel XVI secolo una possibile fonte d’ispirazione per il Campi?
A corredo di ciò, non andrebbe trascurata neppure l’ipotesi che sia identificabile con un cremonese, Prepostino da Cremona, quel Magister Gallus che, tra la fine del XII secolo e l’inizio del XIII, scrisse la Summa Contra Hereticos, dove, in riferimento alla dottrina dualista, è scritto: «Asseriscono inoltre [i "manichei"] che lo stesso Cristo sia stato il marito di Maria Maddalena». Oltre alla dottrina manichea, la Summa riporta anche dei Passagini, seguaci di un gruppo ereticale (sorto in Italia settentrionale tra XII e XIII secolo) che negava la Trinità di Dio e la divinità di Cristo. Tuttavia, l’identificazione di Prepostino con il Magister Gallus (avanzata in in J.N. GarvinJ.A. Corbett, The Svmma contra haereticos ascribed to Praepositinus of Cremona, University of Notre Dame Press, Notre Dame, 1958) non sembra aver convinto gli studiosi.

Contestualmente, è ipotizzabile che Campi avesse a disposizione tutta una tradizione iconografica ben precisa sui tratti femminili di Giovanni, a cominciare dalla rappresentazione dell’apostolo nel Cenacolo di Milano (per il quale sembra che Leonardo si sia servito di un disegno, conservato alla Biblioteca Reale di Torino, rappresentante il volto di una fanciulla). Ma non si può escludere anche un’altra suggestiva ipotesi: ovvero che il pittore cremonese abbia ricavato lo spunto per le anomalie della sua Ultima Cena durante il suo periodo di formazione a Mantova, sotto la guida di Giulio Romano. Proprio nella città virgiliana esisteva una secolare tradizione che al cristianesimo mescolava aspetti esoterici e massonici, inclusi numerosi riferimenti alla Maddalena e al Santo Graal (vedi approfondimento sotto): riferimenti che si riscontrano soprattutto nell’abbazia di Polirone (dove fu attivo Giulio Romano) fondata dai benedettini su terre donate da Tedaldo di Canossa (su un’isoletta alla confluenza del Po e del Lirone) nonché estremamente cara alla duchessa Matilde di Canossa.

E’ possibile che proprio a Mantova il Campi fosse venuto in contatto con l’antichissima tradizione cristiana esoterica legata al culto del Graal e della Maddalena. D’altra parte, quello del Campi non è l’unico caso cremonese in cui Giovanni presenta tratti troppo femminili. Altre due anomalie simili si riscontrano nell’Ultima Cena del refettorio del monastero di S. Sigismondo (dipinta da Tommaso Aleni), nonché nel Cenacolo risalente al XIII secolo (prima di Leonardo) nell’abside della chiesetta di Rivolta d’Adda, ancora dedicata a S. Sigismondo (tutte segnalate sul sito Luoghimisteriosi.it). E la stessa anomalia è diffusa nei Cenacoli conservati in molte chiese italiane, tra cui Dalla Vecchia e Succu indicano quello di Gaudenzio Ferrari nel Duomo di Novara (quartier generale degli eretici Dolciniani nel medioevo), quello della Cattedrale di S. Maria Assunta a Bobbio, quello della chiesa vecchia di Oropa o quello dell’Oratorio dei Disciplini di Clusone (Bg).

GIULIO CAMPI A MANTOVA E I SEGRETI DELL'ABBAZIA BENEDETTINA DI POLIRONE

E’ ormai risaputo che Giulio Campi fu al servizio dei signori di Mantova a Palazzo Ducale. Ben tre fonti (Baldinucci, Lanzi, Lancetti) insistono su un suo periodo di formazione nella città virgiliana presso Giulio Romano (artista di corte dei Gonzaga). Ipotesi definitivamente dimostrata dall’attribuzione al cremonese di alcuni puttini alati nella loggia affrescata di un ambiente al pianterreno della Rustica, il suggestivo appartamento dell’Estivale voluto dal duca Federico II Gonzaga nel 1537-1538 e progettato da Giulio Romano, la cui notizia è riportata da Marco Tanzi nel novembre 2012 sul quotidiano Il Vascello. Dunque, il Campi non era solamente “apprendista” di Romano ma durante il suo periodo a Mantova i Gonzaga gli commissionarono anche opere importanti e di straordinario prestigio: sembra testimoniarlo, osserva Marco Tanzi, la sua partecipazione alla Pala di S. Gerolamo del 1552-53, oppure la sua presenza negli Amori di Giove di Palazzo Adelgatti (riconosciuta da Renato Barzaghi) o la sua presenza riconosciuta da Stefano L'Occaso in altri puttini "spudorati" nel salone dello stesso palazzo (e forse questo “apprendistato” potrebbe spiegare certe sue lunghe assenze da Cremona).
Ora, proprio a Mantova esisteva una secolare tradizione legata all’esoterismo (inclusi numerosi riferimenti alla Maddalena e al Graal): dalle complesse simbologie ermetiche di Palazzo Tè e di Palazzo Ducale, agli interessi alchemici degli stessi signori virgiliani, all’ipotesi, avanzata dallo storico Alberto Cavazzoli, di un legame dei Gonzaga con l’Ordine dei Templari, sino alla tradizione secondo cui il centurione Longino, dopo aver ferito Gesù con la lancia, ne avrebbe raccolto il sangue portandolo proprio nella città virgiliana.
In particolare, Giulio Romano, di cui Campi sarebbe stato apprendista, non fu attivo soltanto a Mantova ma anche in un luogo ad alcune decine di chilometri dalla città: si tratta dell’abbazia di Polirone, fondata dai benedettini su terre donate da Tedaldo di Canossa (su un’isoletta alla confluenza del Po e del Lirone) nonché estremamente cara alla duchessa Matilde di Canossa (di nome Duchessa di Toscana ma di fatto “Signora di Mantova”, in grado di sfidare Enrico IV e alleata di Gregorio VII e Urbano II). Fu lei che, con le sue laute elargizioni, rese Polirone una delle più potenti abbazie dell’Italia settentrionale, non a caso definita “la Cassino del Nord”. Proprio questo luogo è avvolto da molti imprecisi misteri che rimandano alla tradizione esoterica del Graal e della Maddalena.
Sulla parete di fondo del refettorio (edificato nel 1478) campeggiava la copia dell’Ultima Cena di Leonardo dipinta dal domenicano Gerolamo Bonsignori (attualmente è stata sostituita da una fotografia mentre l’originale è conservata al Museo Civico di Badia Polesine). Anche in questo cenacolo Giovanni presenta i tratti di una donna con i capelli biondo-rossi: un altro caso in cui dietro Giovanni si cela la Maddalena? Non si sa. Ma il Giovanni estremamente femminile accanto a Gesù in quella tela è straordinariamente simile a quella Maddalena coi capelli rossi che si trova in primo piano sotto la croce nell’affresco sulla Crocifissione di Rinaldo Mantovano nella Chiesa di S. Andrea a Mantova, costruita in un luogo originariamente dedicato proprio alla Maddalena (sorge infatti sulle ceneri di un oratorio romanico fatto erigere da Beatrice di Canossa su un ospedale dedicato inizialmente a Maria di Magdala e poi a S. Andrea).
Inoltre, da un articolo di Alberto Cavazzoli, apprendiamo che presso la Pinacoteca di Monaco esiste una copia di più modeste dimensioni del Cenacolo di Bonsignori, che pur se attribuita ufficialmente ad un anonimo, alcuni esperti sostengono dipinta da Nicolas Poussin, lo stesso pittore che conosciamo molto bene per il famoso dipinto I pastori d’Arcadia, che presenterebbe numerosi indizi della tradizione esoterica legata al Graal, alla Maddalena ed alla “morte di Gesù”. Perché Poissin avrebbe dovuto riprodurre la copia del Cenacolo leonardesco fatta da un frate mantovano? Forse perché certi particolari ancora allusivi in Leonardo erano completamente manifesti nel Cenacolo del Bonsignori?
Entrando nella chiesa dell’abbazia la prima cappella a sinistra è dedicata a S. Simeone ma, ai lati, accanto alla statua del santo, c’è quella di Maria Maddalena. E ancor più indicativa, fa notare Cavazzoli, è la strana rappresentazione sulla pala interna della Cappella (sempre dipinta dal Bonsignori): ufficialmente vi sarebbe raffigurata la Fede, ma lo è con le sembianze di una donna avvolta in un mantello rosso con il volto coperto da una nube; inoltre, l’indice della mano destra è disteso (in questo caso verso l’alto) come in alcune rappresentazioni di Leonardo e la destra sorregge un calice (il Graal?). Non solo il mantello rosso è un particolare frequente nelle rappresentazioni della Maddalena, ma c’è da chiedersi perché la Fede sia adornata da un mantello rosso, dato che il rosso è associato all’elemento terreno e il blu a quello divino. Anche questa cappella, come si ipotizzava per quella del SS Sacramento nella Cattedrale di Cremona, poteva essere dedicata originariamente alla Maddalena? Ma tutta la chiesa di Polirone è piena di riferimenti a Maria di Magdala, che ammicca anche da un tondo sopra la quinta cappella della navata sinistra, e ai piedi della croce in un affresco nella Sala Consiliare.
Altrettanto misterioso poi è colui che, tra il 1510 e il 1514, commissionò al Bonsignori la copia del Cenacolo di Leonardo e la pala nella cappella di S. Simeone. Secondo Cavazzoli, costui è Gregorio Cortese: umanista, grammatico, filosofo e teologo, fu lui ad commissionare a Giulio Romano, “maestro” di Giulio Campi, il restauro della chiesa e del monastero. Ufficialmente scrupoloso seguace della Riforma Cattolica e nominato cardinale, si sa che in realtà Cortese intrattenne comunque frequenti rapporti anche con alcuni amici assai vicini a movimenti eretici.
Dunque, in virtù delle sue, più o meno segrete, frequentazioni eretiche, Cortese conosceva e condivideva il messaggio ermetico verosimilmente veicolato dal Cenacolo di Leonardo e legato alla tradizione dell’amore tra Gesù e la Maddalena (e del Santo Graal), decidendo di riprodurlo a Polirone? E, dal canto suo, Giulio Campi avrà voluto immortalare in una delle opere dell’estrema maturità quello stesso messaggio, che poteva aver appreso a Mantova (sotto Giulio Romano), magari proprio nell’abbazia di Polirone?

LE INVENZIONI DE “IL CODICE DA VINCI”

Secondo Lincoln, Baigent e Leigh, autori de “Il santo Graal”, Gesù era sposato con la Maddalena e aveva avuto dei figli da lei prima di morire in croce: il Santo Graal non sarebbe dunque una coppa ma la Maddalena, ovvero il contenitore del “Sang Real” (in francese antico “sangue reale”), la stirpe reale di Gesù. Questi, senza mai pretendere di essere Dio, avrebbe deciso di nominare lei quale fondamento della sua chiesa e guida spirituale della prima comunità cristiana. Non aveva però fatto i conti con gli agguerriti discepoli maschi, che malsopportando di vedersi sopravanzare da una donna, l’avrebbero esiliata, inventando di sana pianta un altro cristianesimo basato su un principio maschile e cancellando ogni traccia del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. L’imperatore Costantino avrebbe poi fatto ratificare il nuovo cristianesimo maschile al Concilio di Nicea del 313 d.C. con la complicità della Chiesa, pronta a esprimersi favorevolmente con un voto, e un risultato a maggioranza risicata, nientemeno che sulla divinità del figlio di Dio. Il piano sotteso prevedeva da un lato la soppressione dei vangeli che provavano la verità e lasciando sopravvivere soltanto gli «innocui» testi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Dall’altro l’eliminazione fisica di tutti i discendenti di Gesù e la Maddalena alla quale però questi si sarebbero sottratti fuggendo in Provenza e dando origine alla stirpe dei Merovingi. Il compito di difendere questa stirpe “reale” sarebbe stato devoluto al Priorato di Sion, creato da Goffredo di Buglione in Terrasanta, al quale sono collegati i Templari e la massoneria. Di questa organizzazione segreta avrebbero fatto parte alcuni dei maggiori artisti e letterati della storia (tra cui Leonardo e Ferrante I Gonzaga). In realtà, molti fatti di entrambi i best seller risultano mistificazioni: a cominciare dal gioco di parole tra “Santo Graal” e “Sang Real” (infatti non si parla di Graal prima del XII secolo - il primo a nominarlo fu Chretienne de Troyes e in quel caso "graal" non aveva inizialmente alcuna implicazione religiosa - e non è attestata la leggenda secondo cui Giuseppe D’Arimatea avrebbe raccolto il sangue di Gesù con la coppa usata nell’ultima cena); poi la fantasiosa trovata della discendenza gesuana dei merovingi (anche questa storicamente infondata), sino al magistrale falso storico del Priorato di Sion (la setta che Goffredo di Buglione avrebbe creato per proteggere la stirpe di Gesù e Maddalena) che è risultata in realtà una dotta invenzione dell’estremista destrorso Pierre Plantard nel secolo scorso. Ma, come già specificato sopra, questo non esclude l'esistenza di una radicata tradizione esoterica sull'amore tra Gesù e la Maddalena e il fatto che abbiano avuto discendenti.

di Michele Scolari
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