La tragedia di Kiev nelle parole di un’ucraina

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Ludmila Kushnir, ucraina in Italia da 13 anni e residente al confine tra le province di Cremona e Brescia: «E’ straziante assistere impotenti e da lontano al massacro tra i propri connazionali. Non pensavamo di arrivare a tanto». «Vi sono ancora alcun euroscettici, ma per molti Europa significa progresso, futuro e libertà»

Dopo i fatti degli ultimi giorni l’Ucraina sembra sul punto di una svolta con l’elezione del nuovo premier. Mentre alcuni blindati russi (giovedì) e successivamente 2mila paracadutisti (venerdì) hanno raggiunto Sebastopoli, in Crimea, e sull’ex presidente Victor Janukovych pende il mandato d’arresto emesso dalla Procura Generale Ucraina con l’accusa di «uccisioni di massa», nei giorni scorsi, a Kiev, la Rada ha votato come nuovo presidente del consiglio Arseni Iazeniuk, braccio destro di Yulia Tymoshenko, leader dell’opposizione scarcerata a febbraio. Dopo i sanguinosi scontri dell’ultimo periodo (che da più parti definiti una vera e propria «guerra civile»), il bilancio ufficiale stilato dalle autorità ammonta a oltre 90 morti e 45 feriti. E’ il tragico epilogo di un dramma generato da una situazione assai complessa, della quale la contestata sospensione dell’accordo tra Ucraina e Ue nei mesi scorsi da parte del governo di Janukovych rappresenta solamente l’ultimo tassello. Di questa situazione abbiamo parlato con Ludmila Kushnir, ucraina, originaria di Ivano-Frankovs’k (città di 220mila abitanti, capoluogo dell’omonimo oblast’, “distretto”) ma da 13 anni residente in Italia, a Verolanuova, a cavallo tra le province di Brescia e Cremona, dove lavora come operatrice familiare, nonostante la laurea in Economia e Commercio conseguita all’Università di Cernovcy (succursale della sede di Kiev).

Le immagini tragiche giunteci in quest’ultimo periodo parlando di una situazione estremamente tesa. Come si è arrivati a tutto questo?

«E’ un problema assai difficile da capire per chi non è ucraino, perché è connesso alla storia del nostro paese. Io provengo dalla città di Ivano-Frankovs’k, nell’Ucraina occidentale, la parte del paese che per più tempo ha risentito dell’influenza occidentale: sino alla Prima Guerra Mondiale era parte dell’Impero Austroungarico, poi arrivarono i russi, quando venne inserita nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche».

Ci sono parecchie differenze tra la parte orientale e occidentale del paese?

«C’è una notevole differenza, ma non è un paese semplicisticamente divisibile a metà: non si tratta di una spaccatura netta, ma graduale e indefinita. Nell’ovest e nel nord siamo di lingua ucraina e più indipendenti come mentalità, rispetto al settore orientale e meridionale; noi, ad esempio, siamo d’accordo per l’ingresso del paese nell’Unione Europea. Ma questo è un cambiamento non è ben visto nella parte orientale, di lingua russa e di mentalità più disponibile all’influenza della Russia nella vita del Paese. Una differenza che si sente anche sul piano culturale e addirittura religioso. Nell’ovest, da dove provengo io, le chiese sono tutt’ora in attività e la vita religiosa è assai attiva, mentre nell’est il passaggio dei sovietici ha fatto terra bruciata».

Rispetto a voi dell’ovest, parte orientale è quindi più legata alla Russia per motivi culturali ed economici?

«In un certo senso sì, ma occorre avere ben presente una circostanza: è vero che c’è più immobilismo e votano in maggioranza per il candidato più vicino a Mosca. Ma va detto che lì le persone non non sono messe in condizioni di capire e di poter scegliere. L’informazione è poca e filoguidata dalla propaganda dei media russi, non c’è affatto il pluralismo che c’è nei Paesi occidentali. Ricordo un grosso imprenditore che aveva in progetto di installare nei luoghi pubblici o nei supermercati dei teleschermi che avrebbero dovuto veicolare un’informazione più realistica e plurale: si trovò costretto a dover fuggire. L’informazione influenzata dai mezzi di comunicazione russi non spiega come stanno le cose: ancor oggi non si sa che fine abbiano fatto trecento persone che sono sparite e non hanno più fatto ritorno a casa. Tuttavia, con i disordini, i primi morti e, successivamente, le immagini della vita che conduceva Janukovych, anche in loro qualche cosa si sta svegliando, stanno cominciando a prendere coscienza della situazione».

Una situazione che è sfociata nel dramma della guerra civile. Come la vedete voi da qui?

«Quando tre anni fa ho visto le immagini cruente dei moti di piazza nelle “primavere” arabe ho provato un immenso dispiacere per quelle tragedie. Ma la vista dei miei connazionali uccidersi tra loro per le strade mi ha toccato profondamente il cuore, e non nascondo di aver pianto più volte davanti a quelle immagini: un pianto che nasceva, e nasce tutt’ora, dal dolore derivato anche dalla coscienza di non poter far nulla per fermare quanto sta accadendo, e dalla lontananza dal mio Paese in un momento in cui avrebbe bisogno della vicinanza di tutti i suoi cittadini. E’ una situazione che qualche anno fa non ci aspettavamo, anche se c’erano già tensioni gravi e pericolose. Ma il dolore è addolcito dalla vista di quanto sia i miei connazionali qui, sia l’Occidente, Italia compresa, stanno facendo per portare il proprio aiuto, sia dal punto di vista politico e diplomatico, che da quello più strettamente umanitario. Molti ucraini in Italia stanno inviando a casa moltissimi soldi e prodotti, ed ho apprezzato molto la solidarietà della vostra Chiesa e delle vostre Associazioni. E’ un aiuto di cui i miei connazionali hanno un grandissimo bisogno, anche per le necessità della vita quotidiana».

Com’è la vita quotidiana nel Suo Paese dopo gli accadimenti più recenti?

«C’è un’evoluzione in atto che è difficile da capire. Nei piccoli paesi, la situazione è ancora tranquilla, la vita delle persone non ha avuto grandi scossoni e cambiamenti. Nei centri più grandi invece le condizioni sono di tutt’altra natura (soprattutto a Kiev, come avete potuto vedere), e, oltretutto, il quadro è aggravato dall’aggirarsi di banditi per i centri urbani. Un nostro deputato ha recentemente trovato i documenti di un programma che conteneva innumerevoli nomi di persone, risultate pagate come “provocatori di piazza”: il loro compito era di scatenare disordini, creare disservizi, danneggiare pubblici esercizi ed altre cose del genere. Da parte di molti cittadini c’è invece una grande attenzione alla storia ed alle imprese di Stepan Bandera: il suo volto si vede spuntare spesso sulle bandiere issate tra la folla. Per molti sta diventando un icona della protesta, ed alle sue imprese vogliono ispirarsi coloro che chiedono libertà, indipendenza, fine della corruzione, possibilità di viaggiare liberamente e niente più ingerenze russe nel Paese».

Dinanzi ad una simile situazione, come vede l’inserimento dell’Ucraina in Europa? E’ d’accordo?

«Assolutamente sì, anche se l’ingresso in Ue imporrà molti cambi nel modo di vedere le cose della gente comune. E’ bene comunque che l’Europa sappia che questo passo non è mosso dal desiderio di incamerare fondi bensì dalla volontà di essere finalmente un paese moderno, al passo con i tempi, inserito nel flusso della politica e nella società europea mantenendo al contempo la propria specificità culturale. Non sappiamo ancora se l’ingresso avverrà, ma sarebbe già già un buon inizio essere avvicinarci all’Europa anche senza farne subito parte. L’Europa per noi significa un’Ucraina migliore, progressista e rivolta verso il futuro».

A proposito di guardare al futuro, da voi la cultura e l’istruzione universitaria sono tenute in grande considerazione

«Da noi per la maggior parte dei genitori è estremamente importante la preparazione scolastica e culturale (anche universitaria) dei propri figli e c’è un’alta percentuale di laureati in molte discipline: medicina, legge, economia, lingue, ingegneria, ecc. Purtroppo i nostri titoli non sono riconosciuti all’estero, un problema al quale l’ingresso in Europa potrebbe offrire una soluzione. Recentemente, poi, c’è stato un calo di qualità a causa sia della mancanza di soldi pubblici per l’istruzione sia della corruzione dilagante che impone l’obbligo di “mazzette” anche se il candidato agli esami è perfettamente preparato. Questo ha determinato l’inizio di un abbassamento nella qualità degli studi e nel numero di iscritti alle Università. La crisi poi si è ovviamente fatta sentire parecchio anche da noi, ed oggi anche con una laurea, magari conseguita con sacrifici economici, è ugualmente difficilissimo trovare lavoro. Una circostanza che, seppure in modo meno grave, vedo anche qui in Italia».

Tuttavia, con il nuovo presidente si intravvede la possibilità di una svolta radicale?

«I nostri governanti non vogliono andare via, anche Janukovych ha dichiarato che è ancora lui il presidente. Ma le persone stanno cominciando a prendere coscienza di sé, non credono più ai parlamentari, hanno voluto un nuovo governo senza più la presenza o anche soltanto legami con i collaboratori del vecchio presidente. C’è un grande desiderio di cambiare tutto il paese, anche se non sarà facile per una realtà che conta 45 milioni di abitanti ed un’estensione territoriale doppia rispetto all’Italia. Dopo 150 anni di dominio o influenza straniera, dovremo imparare ad andare con le nostre gambe. Ma bisogna tentare. L’importante è che la Russia faccia un passo indietro, e sarà senz’altro un obiettivo problematico perché attraverso l’Ucraina passa l’unica strada per far giungere il gas russo in Europa».

Un cambiamento che, se avrà successo, potrà permetterle pian piano di rientrare in Ucraina...

«Spero tanto di poter tornare nel mio paese, anche non subito. Spero che il nuovo governo di Iazeniuk possa cambiare le cose, e la stessa cosa la spero per Matteo Renzi. Certo, in Italia la situazione è visibilmente meno critica, in Ucraina ci sono circostanze (ad esempio la povertà) che si sono accumulate per decenni. Ma comunque, anche in Italia mi sembra di vedere la stessa necessità di un ricambio generazionale che c’è in nel mio Paese. Sono qui da tredici anni e, tra i politici, vedo sempre gli stessi volti. Spero che Renzi possa davvero imprimere una svolta».

di Michele Scolari
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