Donna arbitro in campo con il velo islamico

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Intervista esclusiva a Chahida Sekkafi,15enne italiana figlia di genitori marocchini. La storia di una ragazza che ha deciso di sfidare il pregiudizio.
Ormai è nota come "l'arbitro col velo", da quando domenica 13 febbraio è apparsa sul campo dell’oratorio San Luigi di Pizzighettone per arbitrare una partita di calcio, vestita in tenuta “classica” e con il velo islamico. Il suo nome è Chahida Sekkafi, abita a Sesto Cremonese, ha 15 anni, è italiana figlia di marocchini ed è di religione islamica. Una bellissima storia di sport e integrazione, quella di Chahida, grande appassionata di sport, che ha “dato un calcio” al pregiudizio e alla discriminazione, portando con orgoglio il suo velo sul campo. Non è stato un percorso facile, perché è stato necessario richiedere speciali permessi per poter arbitrare indossando il capo tradizionale, a integrazione della divisa ufficiale dell'Aia (Associazione italiana arbitri). Ma, alla fine, la giovane è riuscita a coronare il proprio sogno. Ha frequentato il corso di due mesi per diventare arbitro, ha sostenuto l'esame insieme ai suoi compagni - sette ragazzi e una ragazza – e, dopo le vacanze natalizie, il 13 febbraio è finalmente scesa in campo per arbitrare l'incontro di campionato della categoria “Giovanissimi” - categoria in cui possono arbitrare i neo-arbitri - tra San Luigi e Stradivari. La sua passione per il calcio nasce da lontano: «In famiglia siamo tutti appassionati di pallone, e io sono una grande tifosa juventina>>, racconta la ragazza, che abbiamo raggiunto presso il campo sportivo, dove stava facendo il suo allenamento settimanale. «Inizialmente avrei voluto giocare a calcio, ma mia madre me lo ha sconsigliato, essendo uno sport troppo duro.

Poi un giorno sono venuti alla mia scuola (Chahida studia al liceo linguistico “Manin”) quelli della sezione Aia di Cremona, perché reclutavano aspiranti nuove reclute. Quel giorno ero assente ma i miei amici, conoscendo la mia passione, mi hanno avvertito di questa opportunità. Così insieme a mia madre siamo andate a parlare con il presidente Marinoni, e ho iniziato il mio percorso». Il corso di preparazione è stato duro, ma Chahida l'ha superato brillantemente, così come ha sostenuto senza problemi l'esame. Così è arrivato finalmente il momento di scendere in campo, accompagnata da una grande paura. «Prima di entrare in campo l'agitazione era forte, incrementata dal fatto di vedere così tante telecamere e giornalisti: non mi aspettavo proprio una cosa del genere. Temevo di commettere molti errori, invece è andata meglio di quanto pensassi». Nessuna paura, invece, nello sfidare il pregiudizio: «Da parte dei miei amici e compagni di scuola ho ricevuto tantissime parole di incoraggiamento. Purtroppo, ho anche letto in giro parecchi commenti negativi per il mio arbitrare indossando il velo, ma ho fatto finta di non vederli e ho proseguito per la mia strada». E la sua sfida al pregiudizio non poteva avere un epilogo migliore. Domenica 2 marzo Chahida arbitrerà la sua terza partita, a Bonemerse. «La difficoltà maggiore nel fare l'arbitro è nel saper essere giusti, nel saper vedere i falli ma soprattutto nel saperli motivare. E' un lavoro di fisico, ma anche di testa ». Chahida ha le idee chiare e grandi aspirazioni: la carriera arbitrale le sembra un'opportunità concreta. «Vorrei diventare un arbitro internazionale, e arbitrare le grandi squadre». Ma è una ragazza con i piedi per terra, e non trascura di lasciare aperte altre strade. «Dopo il diploma? Vorrei studiare scienze diplomatiche».

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