Tradizione e folclore nel Falò di Carnevale a Pescarolo

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CREMONA Con centinaia di persone in girotondo accanto a quintali di legna in fiamme ai piedi della quercia svettante sulla catasta di legna, anche quest’anno si è svolto il tradizionale Falò del Martedì Grasso di Pescarolo, all’ombra della chiesa in piazza Garibaldi, organizzato dalla Pro Loco e giunto alla 349° edizione, in presenza delle massime cariche del paese, oltre che dei Vigili del Fuoco, dei Carabinieri di Vescovato, dei paramedici del Soccorso e dei volontari del Gruppo di Protezione Civile Ostiano-Volongo. Come ogni anno, dopo aver trasportato la quercia sino sul posto il giorno precedente, alle 20, ora in cui la campana scandisce l’Ave Maria, le torce accese del gruppo “Amici del Falò” hanno dato il via alle danze. Perché anche di danze si è trattato, quando la gente ha iniziato il lento girotondo attorno al fuoco, proseguito a lungo ai bagliori sempre più vivi della pira in fiamme.

Certo oggi molte cose sono cambiate. Prima dei trattori, il carro con dentro il rovere veniva trainato con una corda dal luogo del suo sradicamento, sino in piazza: una fatica a cui, assieme ai buoi, partecipavano tutti, grandi e piccini. Una volta in piazza, l’albero veniva posizionato in piedi con corde e scale. Tutto era il risultato della forza delle braccia, compresa la catasta, che veniva eretta pazientemente, fascina dopo fascina. Alla fine sulla brace restante si arrostivano la polenta e le salsicce, assieme alle uova, da mangiare accompagnate da boccali di generosissimo vino Clinto.

Ma nonostante l’avvento della luce elettrica, della meccanizzazione e di trattori sempre più moderni (che hanno sostituito gli animali da traino), il Falò di Pescarolo conserva un’atmosfera ancestrale e quasi magica, scandita dal ritmo lento e quasi ipnotico delle ombre nere in circolo attorno al baluginante chiarore delle fiamme, ripetuti ogni Carnevale da generazioni.

Si perde nella notte dei tempi l’origine di questa tradizione, una delle più antiche e spettacolari manifestazioni della campagna cremonese, in scena ogni anno nella piazza del paesel’ultima sera del carnevale, ed analizzata dal celebre antropologo James Frazer nella sua monumentale opera Il Ramo d’Oro.  «Secondo una tradizione orale ancora viva - ha spiegato Stefana Mariotti, presidente del Museo del Lino di Pescarolo - nell’anno 1630 gli scampati alla peste del paese di Pescarolo si radunarono in piazza per festeggiare la loro salvezza. Decisero di accatastare in piazza masserizie e le cose infette appartenute ai contagiati e di arderle in un enorme falò per distruggere il ricordo della tremenda pestilenza». Tuttavia, prosegue Mariotti, «le origini sembrerebbero molto più antiche del XVII secolo». Mentre per l’origine del falò si fa sentire la mancanza di documentazione, il suo significato potrebbe essere connesso sia allo studio di Frazer, sia al legame tra il carnevale, il riso e il fuoco come strumento contemporaneamente distruttore e rigeneratore che si trova nello studioso russo Mihail Bachtin (L’Opera di Rabelais e la cultura popolare).

LEGGI L’APPROFONDIMENTO COMPLETO SU “IL PICCOLO”, EDIZIONE DI SABATO 8 MARZO 2014

di Michele Scolari


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