Tamoil, rischio esplosione al serbatoio A5 scongiurato dalla squadra di primo intervento della raffineria

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Giampaolo Beati (Arpa): «Giunti sul posto, olfattivamente abbiamo percepito ben poco». Massimiliano Russo (Vigili del Fuoco): «Al nostro arrivo la squadra di primo intervento della raffineria aveva erogato la schiuma antincendio sul tetto del serbatoio»

CREMONA All’arrivo dei vigili del fuoco la raffineria aveva scongiurato il rischio di esplosione attivando il piano di emergenza ed erogando schiuma antincendio alla sommità del serbatoio e, inoltre, i valori dei rilevamenti alle postazioni risultavano nella norma». E’ quanto emerso nell’udienza di oggi, mercoledì 5 marzo, nell’ambito delle prime testimonianze del processo, celebrato davanti al giudice Francesco Sora, in cui Enrico Gilberti (difeso dall’avvocato Carlo Melzi d’Eril), manager preposto alla gestione della Raffineria Tamoil di Cremona, è chiamato a rispondere all’accusa della Procura di Cremona, secondo la quale il manager «avrebbe causato per colpa un disastro ambientale, esponendo a pericolo collettivamente un numero indeterminato di persone», per un problema al serbatoio “A5” (situato in prossimità del perimetro meridionale della raffineria, di fronte alla Società Canottieri Bissolati), verificatosi il 27 agosto 2009, quando numerosi soci delle canottieri allertarono il comando dei Vigili del Fuoco riferendo di percepire un fortissimo odore di idrocarburi nell’aria.

Nel corso dell’udienza sono stati sentiti come teste Giampaolo Beati, ex direttore dell’Arpa di Cremona, chiamato a testimoniare dal pm Silvia Manfredi, e Massimiliano Russo, ingegnere dei Vigili del Fuoco: entrambi intervenuti il 27 agosto presso la società canottieri Bissolati e la Raffineria Tamoil. L'audizione dei due teste ha permesso di ricostruire i fatti di quel giorno.

BEATI: «Olfattivamente al nostro arrivo abbiamo percepito ben poco»

Beati ha riferito che, giunto presso la società canottieri il pomeriggio del 27 agosto (attivato dalla società e dai Vigili del Fuoco), mezzora dopo le segnalazioni della società e della dottoressa Cinzia Piccioni (allora Pubblico Ministero) che si trovava sul posto, «l’odore di idrocarburi era appena percepibile e si trattava sostanzialmente di qualche residuo di benzene». L’ex direttore ha riferito che in quel momento in raffineria stavano svuotando il serbatoio A5 per operazioni di manutenzione e che «il tetto della struttura si era inclinato in modo anomalo». Spostatasi dalla Canottieri all’interno di Tamoil, l’Arpa effettuò alcuni campioni sui residui, che, analizzati a Monza, risultarono «compatibili con una miscela di gasolio». Poi, ha spiegato Beati, «Tamoil fece un piano di caratterizzazione ed effettuammo due sondaggi geognostici a varie profondità con sei campionamenti (dei quali due nel primo metro)» dalle cui analisi sarebbe emerso che «la contaminazione riguardava solamente la parte superficiale senza intaccare le profondità». Inoltre, ha riferito ancora Beati, nei giorni successivi alla data dell’incidente (a partire dal 29 agosto), l’Arpa aveva allestito in quattro punti della città quattro postazioni per una campagna di rilevamento della qualità dell’aria (richiesta dal Comune): presso il Politecnico, presso la società canottieri, presso un’abitazione di Viale Po e presso la centralina di rilevamento di Piazza Cadorna. Si trattava di strumenti posizionati «per verificare i livelli di xilene, benzene e toluene» e «con un alto grado di attendibilità, in ragione di microgrammi per metro cubo». I risultati di questo monitoraggio, ha riferito Beati, «non si sono discostati da quelli normali, non è stato individuato alcun picco particolare».

RUSSO: «Al nostro arrivo la squadra di primo intervento della raffineria aveva già messo in sicurezza il serbatoio con schiuma antincendio»

Dal canto suo, l’ingegner Russo ha riferito di essere giunto sul posto con la squadra dei vigili del fuoco alle 16.30, un’ora dopo la partenza delle segnalazioni telefoniche al comando di via Nazario Sauro. L’ingegnere ha spiegato che, dopo un sopralluogo alla Bissolati dove non avrebbe percepito «nulla di irrespirabile» e gli strumenti non avrebbero «rilevato nulla», si è recato in raffineria, presso il serbatoio A5, con un mandato firmato dal pm Cinzia Piccioni. L’ingegnere ha riferito che Gilberti gli avrebbe parlato di un problema in corso al serbatoio A5, verificatosi durante le fermate di due impianti di raffinazione (denominati dewaxing e visbraker): impianti la cui fermata deve necessariamente rispettare tempistiche molto precise e definite, indicate nei manuali. Russo ha spiegato di aver appreso in raffineria che dagli impianti di dewaxing e visbraker proveniva il liquido stoccato all’interno del serbatoio: trattasi di “slop”, ovvero, nella tecnologia petrolifera, tutto quel prodotto semilavorato che non ha raggiunto la specifica commerciale ma che è necessario mettere da parte per essere di nuovo lavorato (Russo ha chiarito che, dalle analisi, lo slop contenuto nel serbatoio risultava composto da «una miscela di benzina, cherosene, gasolio e olio combustibile»). L’ingegnere ha anche specificato di aver verificato che il serbatoio destinato allo slop era l’A4 ma che Tamoil aveva deciso di utilizzare l’A5 (tra i due serbatoi, ha puntualizzato l'ingegnere, non persisterebbero differenze strutturali ma solamente di capacità). «Giunti in prossimità del serbatoio A5 - ha proseguito Russo - abbiamo preso atto che la Raffineria aveva già attivato la squadra di emergenza, come prescrive il Piano di Emergenza Interno (Pei) cui sono soggette le aziende a Rischio Incidente Rilevante (Rir): sul posto uno dei veicoli antincendio della raffineria, collegato all’impianto fisso del serbatoio, stava già pompando sulla sua sommità sostanza schiumogena antincendio»: l’unico agente, ha specificato l’ingegnere, in grado di fermare la volatilità dei vapori di prodotto.

Il serbatoio A5 di forma semicircolare, ha tecnicamente spiegato Russo, onde evitare la fuoriuscita di vapori è dotato di un tetto galleggiante, anch’esso di forma circolare, ossia in grado di alzarsi ed abbassarsi a seconda del livello della sostanza contenuta al suo interno. In cima al serbatoio, l’ingegnere ha spiegato di aver «notato, seguendo la periferia del disco del tetto, una specie di falla, con una quindicina di scudi disassati». Gli scudi sono quelle strutture poste sulla circonferenza che permettono al tetto galleggiante di mantenere un’ampia superficie di aderenza alle pareti del serbatoio, “sigillando” efficacemente le possibili vie di fuga dei vapori di prodotto. «L’innesco – ha spiegato Russo – poteva essere dato dalle lamine del tetto, che aveva perso la conformazione originaria, e le scintille potevano nascere dall’attrito con le pareti del serbatoio». «Dalle analisi da noi richieste – ha puntualizzato l’ingegnere – è emerso un punto di infiammabilità inferiore ai 20°C». Il giorno successivo poi, il 28 agosto, «ci siamo recati sul posto per il sequestro del serbatoio predisposto dal pm Piccioni e abbiamo notato, come ci era stato riferito nel frattempo dalla raffineria, che il tetto si era consistentemente inclinato su un lato»: la «situazione peggiore di quelle possibili – ha precisato Russo – perché espone una consistente superficie di liquido all’atmosfera» (inclinazione documentata con immagini delle quali il giudice ha disposto l’acquisizione).

Il rischio di esplosione comunque, in base a quanto riferito da Russo, è stato scongiurato «con l’attivazione immediata della squadra di primo intervento della raffineria, ricoprendo il tetto con un consistente strato di schiumogeno antincendio" sia prima che dopo l'arrivo dei Vigili del Fuoco. La presenza della schiuma è stata verificata dall’ingegnere nel suo sopralluogo sulla sommità del serbatoio, il cui tetto era interamente ricoperto dell’agente antincendio. Anche se, ha precisato Russo, «non mi è dato di sapere l’esatta tempistica intercorsa tra il verificarsi della problematica e l’inizio dell’erogazione di schiumogeno».

L'udienza è aggiornata al prossimo 18 giugno.

di Michele Scolari


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