Sfide alcoliche, rischio per i giovani

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Un fenomeno sempre più presente sui social, anche tra i cremonesi: bere tutto d’un fiato alcolici e sfidare altri a farlo.
Si diffonde purtroppo anche tra i giovanissimi cremonesi il fenomeno denominato "neknominate", ossia la sfida di "bere tutto d'un fiato" quantità più o meno grandi di bevande alcoliche, registrando un video che poi viene pubblicato sui social network. Amici e conoscenti vengono sfidati a fare lo stesso, e rifiutarsi spesso è motivo di prese in giro o conduce all'obbligo di pagare da bere a chi ha lanciato la sfida. Insomma, un vero e proprio "drink-game" importato in Italia dai paesi del Nord Europa. Un fenomeno davvero preoccupante e purtroppo in forte crescita, che induce gli educatori a fare delle riflessioni. Su questo tema interviene don Paolo Arienti, presidente della Federazione oratori cremonese, che dal suo osservatorio privilegiato guarda al fenomeno con una certa preoccupazione. «Che i ragazzi giovanissimi lancino una forma di sfida alla propria corporeità e ai propri limiti è assolutamente normale, fa parte del gioco e che c'è sempre stato - evidenzia don Paolo . Il problema è che poi ci sono persone di 30-40 anni che si lasciano coinvolgere in questi giochi, come appunto la sfida al neknominate: questo significa sdoganare un non senso e consegnarlo ai giovani». Insomma, non deve né stupire né scandalizzare il fatto che i giovani non sappiano gestire al meglio l'utilizzo del social network. «Deve invece preoccupare l'utilizzo che ne viene fatto dagli adulti - spiega ancora il sacerdote: chi accetta la relazione anche sotto le spoglie un po’ esagerate dell’affettivo “amicizia”? Chi cerca di capire e di proporre? Chi invece usa un social esattamente come il più sprovveduto e fragile dei ragazzi? ». Allora bisogna rimettersi in gioco, trovare delle alternative da proporre a questi giovani, seppur senza diventare censori. «Il divieto e la proibizione non hanno altro effetto se non quello di peggiorare la situazione.

I giovani hanno sempre sfidato l'autorità, in ogni momento della storia». Ogni generazione, nel corso della storia, ha conosciuto linguaggi di rottura e spazi di ribellione, «compresa la messa alla prova del proprio corpo, delle proprie forze, nell’illusione tutta giovanile dell’onnipotenza - continua don Paolo Arienti. Ma da sempre il vero problema è l’intelligenza degli adulti che devono raccontare cose valide, far spazio e proporre spazi, senza cadere nelle trappole dei due grandi nemici del fatto educativo: la censura oscurantista fine a se stessa, repressiva, priva di motivazioni comunicabili e l’indifferenza che tutto permette e nulla vede». Il mondo adulto deve quindi imparare a ragionare con i giovani, ad offrire loro «delle alternative belle e sane. Devono riscoprire quelle esperienze che sul territorio esistono, dalle attività proposte dagli oratori e dalle varie associazioni, fino all'impegno nel volontariato. L'educatore e l'adulto devono imparare a dare risposte che sia allontanino da quelle sbagliate a cui spesso si accostano i giovani. Giovani che non hanno la percezione del rischio a cui vanno incontro in determinate circostanze». Don Paolo chiede quindi una grande attenzione a temi come il volontariato, soprattutto in un'epoca in cui vi sono moltissimi giovani ancora disoccupati: «Intanto che un giovane cerca lavoro, dovrebbe poter accedere a proposte significative, come può essere appunto quella del volontariato.

E' allora compito della società civile di mettere in campo dei progetti strutturati che portino avanti delle valide alternative come quella del servizio civile, che conducano i nostri giovani verso l'età adulta con consapevolezza ». La grande contraddizione, secondo il presidente Focr, sta nella comunicazione degli adulti, che spesso risulta «incoerente tra parola e azione; come vendere le sigarette e scriverci sopra "il fumo uccide". E ricordiamo che al bar ad ubriacarsi non ci sono adolescenti ma 25-30enni. Questo denota una fatica a crescere da parte di coloro che dovrebbero essere gli educatori e che invece vivono loro per primi in un modo depressivo». Il ruolo degli educatori oggi, allora, è quello di trovare una dimensione di confronto con i giovani in merito alle scelte che quest'ultimi fanno. «Anche il fatto che i genitori siano sempre più impegnati con il lavoro e quindi costretti a lasciare i figli ai nonni incide: con generazioni così diverse, infatti, il confronto per un ragazzo è difficile. Cosa possono saperne dei 70-80enni di Facebook e dei problemi del virtuale? Teniamo presente che oggi il cambio generazionale si verifica ogni 5 anni e non ogni 15 come accadeva in passato. Forse i più giovani stanno aspettando qualcuno con un po’ più di coraggio, disponibile alle vere arti dell’educare: l’ascolto, il tempo condiviso, la stima, il perdono, la fiducia».

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