Cremona - La crisi dei negozi: centro sempre più vuoto

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Negli ultimi mesi sono state abbassate decine di saracinesche: «E' emergenza totale, occorre che anche le istituzioni agiscano».
Ancora negozi che chiudono nel centro storico di Cremona. Ha iniziato ancora prima della crisi piazza Marconi, dove i negozi sotto i portici hanno finito per chiudere quasi tutti, uno dietro l'altro. Solo i due bar, il negozio di elettronica e quello per l'udito ancora resistono. Poi è stata la volta di corso Garibaldi, partendo dal segmento più vicino a porta Milano per arrivare via via fino all'area più centrale, nella zona pedonale. Successivamente la crisi è arrivata a colpire anche le vie che sono il vero e proprio cuore dello shopping del centro: corso Campi, dove stanno chiudendo la Sisley e la Benetton e dove Liu Jo ha lasciato gli spazi per spostarsi altrove; la Galleria XXV Aprile, dove diverse vetrine vuote annunciano ormai da tempo che di quell'area, che un tempo era il cuore della città, ora resta ben poco; via Solferino, dove ha chiuso uno storico negozio di casalinghi e bomboniere; via Mercatello; ora anche corso Mazzini, dove ha appena chiuso i battenti Carpisa e dove altri tre negozi (Martelli, Jeans 56 e Mondo del Bimbo) abbasseranno le saracinesche entro l'estate. Si perde, insomma, un patrimonio della città: negozi che, in alcuni casi, erano parte del tessuto commerciale da decine di anni. Se è vero che la crisi è ovunque, a Cremona ha colpito molto duramente. «Il commercio sconta una situazione di carattere generale, una crisi dei consumi interni che riguarda tutti i territori» afferma Antonio Pisacane, segretario dell'area Casalasca e Cremonese di Asvicom.

«Ma se è vero che si tratta di un problema nazionale, anche le istituzioni locali, nel loro piccolo e per il poco che gli compete, hanno il dovere di porsi il problema di cercare delle soluzioni che possano non tanto invertire il trend - cosa impossibile - ma almeno aiutare il commercio a resistere». Serve l'impegno di tutti, secondo Pisacane, per «rendere la città più attrattiva e accogliente. Occorre inventarsi delle iniziative nuove, di tipo culturale, ludico e commerciale, con una cadenza almeno settimanale. Limitare l'animazione ai soliti mercatini, come si sta facendo ora, è ormai superato e non efficace. E' necessario che il Comune e le associazioni di categoria lavorino insieme per trovare delle soluzioni di maggiore appeal, che richiamino gente in centro».

Vi sono città, come Mantova o Piacenza, in cui nel fine settimana il centro storico si riempie di persone e di iniziative. Un fenomeno che forse gli amministratori dovrebbero studiare, per riproporlo anche qui. «E' vero che Cremona deve scontare una società che va verso un'età media sempre più avanzata - evidenzia Pisacane. Il fatto che la città tenda a invecchiare porta a una contrazione dei consumi, in quanto normalmente essi si concentrano tra fasce d'età inferiori. Tuttavia è ora di trovare il coraggio per fare qualcosa di nuovo, magari concentrandosi sull'identità più forte della nostra città: quella della musica e della liuteria. La presenza del Museo del Violino può fare molto in questo senso: partendo da lì, istituzioni e associazioni di categoria dovrebbero lavorare insieme per trovare un'unica identità cittadina e convogliare su essa tutti gli sforzi». Questo è però solo un passaggio. In contemporanea servirebbe un lavoro istituzionale «per aiutare i commercianti a resistere in trincea - conclude il segretario Asvicom. Come normalmente durante una crisi si aiutano le grandi aziende, così servirebbe un meccanismo locale di aiuto per i piccoli negozi. A partire da una riflessione sugli affitti troppo alti. Bisogna trovare il modo di sgravare il piccolo commercio dalla pressione fiscale, in attesa della ripresa. I sindaci devono rendersi conto che senza il commercio viene meno anche una funzione sociale per la città». La riflessione deve essere complessiva e andare a toccare tutte le difficoltà che i commercianti cremonesi incontrano, a partire dagli affitti troppo alti. «E' questo uno dei maggiori motivi per cui i negozianti decidono di mollare - evidenzia Giorgio Bonoli, direttore di Confesercenti. Abbiamo un bilancio di chiusure decisamente drammatico, che ci porta a dover riflettere. Le chiusure di negozi sono all'ordine del giorno e diventa difficile anche programmarle nel tempo.

E' qualcosa che accade all'improvviso. I motivi sono tra i più svariati, in primis, come dicevamo il caro affitti. Ma oltre a questo c'è lo scarso appeal che offre la città, oltre alla concorrenza senza quartiere della grande distribuzione organizzata, che sposta molta possibile clientela lontano dal centro. Naturalmente poi c'è il grosso problema della pressione fiscale: la Tares, dove applicata, ha comportato innalzamento delle tasse sui rifiuti fino a tre volte». La sfida per chi prenderà la guida del Comune sarà grande: «Bisogna far ripartire il centro attraverso una politica mirata. Si dovranno incentivare i proprietari dei muri dei muri ad abbassare gli affitti piuttosto che tenere i negozi vuoti. Si deve poi invogliare la gente a recarsi a fare spesa in centro. E questo non lo si fa certo con tariffe dei parcheggi così alte, quando poi nei centri commerciali sono gratuiti. Bisogna poi puntare su un arredo urbano accattivante, su una viabilità più snella e lineare e su eventi di maggiore appeal. Chi amministrerà la città dovrà avere il coraggio di prendere decisioni diverse: è finito il tempo delle parole, la città ha bisogno dei fatti. Noi ora vediamo solo i negozi chiusi, ma il numero di commercianti che stanno decidendo se tenere aperto o se alzare bandiera bianca è davvero altissimo. Un emergenza che non può più passare sotto silenzio».

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