Crema - Farmacie comunali: vendiamole

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Sono cinque, 60mila euro di utile: una miseria. Aperte solo per mantenere il personale (20 dipendenti?).
Il Consiglio comunale ha approvato, a maggioranza, il bilancio di previsione delle Farmacie comunali. A far discutere è stato l’utile previsto per l’anno in corso, a dire il vero piuttosto risicato – appena 60mila euro –, se si considera il fatturato pari a 4milioni e 300mila euro. Tant’è che il centrodestra torna a chiedere che queste 5 farmacie di proprietà pubblica vengano finalmente messe sul mercato. «È quanto si fece a Cremona, anni fa, quando anche nel capoluogo la maggioranza era di centrosinistra», ricorda il capogruppo di Forza Italia, Simone Beretta. «In quel caso, si resero conto che una funzione pubblica delle farmacie non aveva più senso: le misero sul mercato e portarono a casa 50 miliardi delle vecchie lire. Ora, non solo il centrosinistra di Crema non si muove nello stesso senso, ma il rischio concreto è che i 60mila euro di utile previsti se ne vadano tutti nel sociale». Infatti, l’anno scorso, il sindaco, Stefania Bonaldi, stabilì infatti che la stessa somma dovesse essere impiegata per questo scopo. Sarà così anche per quest’anno? Non ci sono dichiarazioni ufficiali che facciano pensare diversamente. In questo caso, l’utile sarebbe pari a zero. A questo punto, che investimenti si possono fare? Che tipo di azienda è una che non ha a disposizione nemmeno un euro?”. Quanto a Renato Ancorotti, sempre di Forza Italia, fa notare come, dopo due piani triennali, presentati in merito da questa amministrazione comunale, gli utili delle 5 farmacie in questione si siano dimezzati. «Guadagnare 60mila euro è come dire, pressappoco, che le 3 maggiori farmacie hanno fatturato 20mila euro a testa, mentre le 2 più piccole zero. Risultati ridicoli. Detto questo, come si può sostenere che queste farmacie devono restare pubbliche, per poter svolgere una funzione sociale? Fare interventi sociali presuppone degli utili: più se ne hanno e più possono essere destinati al sociale. In questo caso, invece, abbiamo a che fare con utili molto bassi e mi lascia perplesso il fatto che ci si accontenti di un risultato del genere. Sicuramente, non sono degli utili che un privato si aspetterebbe. Da parte dell’amministrazione comunale, manca una strategia per far sì che queste farmacie vendano di più. Di conseguenza, se non si è in grado di fare business è meglio rinunciarvi e lasciarlo fare a chi ne ha l’attitudine». Non sanno guadagnare, insomma. Ma non èfinita qui. Ancora più grave, sempre secondo Ancorotti, è che, senza utili, è impossibile investire, con il risultato che il livello di obsolescenza delle farmacie comunali peggiora sempre di più.

“Di investimenti, finora, ne sono stati fatti di ben modesti. Ora, va avviata al più presto una analisi di efficienza che, personalmente, avevo già chiesto, ma senza riscontri. Non dico che le 5 farmacie vadano vendute tutte: si può decidere di tenerne una, purché, però, su questa si decida di investire e di farne un centro di eccellenza». Già, ma è proprio la mancanza di investimenti effettuati che potrebbe rendere queste farmacie poco appetibili sul mercato. Gli utili di una farmacia privata, comunque, invitano a riflettere: è vero che, con la crisi, qualcosa è cambiato anche in questo settore ma, grazie alla vendita dei prodotti di cassetto, una singola farmacia privata può fatturare ancora da 1 fino a 3 milioni di euro. Dipende dal suo giro d’affari, come ci precisa un addetto del settore. In media, comunque, al netto delle spese, la loro percentuale di guadagno si aggira sui 7-8%v del totale. Di fronte a questi numeri, alla proprietà comunale delle farmacie ci si potrebbe anche ripensare. Infatti, anche solo il 7% dell’ultimo fatturato delle farmacie comunali, pari a 4milioni e 300mila euro, equivarrebbe a 301mila euro. Diviso per 3, per non considerare le due farmacie più piccole, il risultato è di 100mila euro a testa. Altro che i 60mila racimolati a fatica dalle cinque messe insieme. Magari, come si fece proprio a Cremona, si potrebbe venderle ai privati, mantenendo una piccola quota pubblica, in funzione di controllo. «Ci si domanda anche: che ne sarà dei 20 dipendenti, in caso di vendita ai privati?”, interviene ancora Ancorotti. “Semplicemente, come in tutte le trattative di questo tipo, si stipula un accordo a garanzia dei loro diritti. Non sarebbe nulla di eccezionale ».


dalla redazione de IL PICCOLO

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