Biodigestori, timori ingiustificati?

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Prima autori zzazione nel cremonese all’uso di cloruro ferroso nel biogas. Secondo un ingegnere di Bologna, esisterebbe il rischio di produzione di diossina.
Da alcuni documenti comparsi sull’albo pretorio della Provincia di Cremona, si evince che un impianto a biogas del cremonese è stato autorizzato a modificare il piano di alimentazione dell'impianto con i sottoprodotti provenienti da attività agricola e di allevamento nonché da sottoprodotti provenienti da attività alimentari ed agroindustriali. Nell’elenco compare anche il cloruro ferrico, impiegato, secondo quanto specificato nei documenti, come «integratore per la biologia».

Proprio questo composto non ha mancato di suscitare qualche preoccupazione. I timori sarebbero relativi al rischio di produzione di diossina (inserita nell’elenco delle sostanze cancerogene per l’uomo da parte dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) derivato dall’utilizzo del composto indicato nello specifico contesto della biodigestione. Ad argomentare tecnicamente questa incognita è uno stimato ingegnere bolognese, Pietro Petroni, che si è già occupato della questione relativamente alla zona dell’Emilia Romagna. «Anzitutto – spiega l’ingegnere – va premesso che il cloruro ferroso è un materiale che va gestito con attenzione per motivi di sicurezza. Solitamente arriva in sacchi è soggetto a manipolazione. Talvolta accade che venga fatto sparire quando si ha sentore che arrivi un’ispezione. E spesso – puntualizza Petroni - non è dichiarato nei piani di sicurezza. La sua funzione, comunque, è quella di additivo al biogas per rimuovere l’acido solfidrico, sostanza estremamente tossica e corrosiva delle parti meccaniche dell’impianto ». Ma da che cosa deriva il rischio connesso all’utilizzo del composto? E’ noto ormai che le diossine possono prodursi ed essere emesse non intenzionalmente nei processi termici che comportano la presenza di materie organiche, ossigeno e cloro, come risultato di una combustione incompleta.

Nel caso specifico, prosegue l’ingegnere, la reazione del cloruro ferroso con l’acido solfidrico libera composti di cloro nel biogas. Nel processo di combustione il cloro può trasformarsi in diossina, che però non verrebbe distrutta alla temperatura di 500-600 gradi tipica dei motori a ciclo Otto». La conseguenza? «In definitiva l’uso del cloruro ferroso potrebbe contribuire all’aumento delle diossine, comunque già presenti in questi gas di scarico e nel digestato». Digestato che poi viene sparso sui campi come fertilizzante (in base al cosiddetto «uso agronomico »). Differente è però il parere di Massimo Delle Noci, incaricato di posizione organizzativa del Servizio Produzioni vegetali, Sviluppo agricolo, Aia ed energia del Settore Agricoltura e Ambiente della Provincia di Cremona. «Il cloruro ferrico viene usato per ridurre i solfuri nel biogas onde evitare che si bruci il motore, ma viene utilizzato in piccolissime quantità: si parla di alcune palettate in digestori da milioni di metri cubi. Ed è una tecnica che ormai è ampiamente diffusa, sia in Italia che all’estero (soprattutto in Germania). Inoltre, mi risulta che la ricerca di diossina da parte dell’Arpa di Bologna abbia dato sin ora esiti negativi.

Per quanto riguarda la nostra provincia, questa è la prima richiesta che ci è stata sottoposta. Che poi ci siano altri impianti che ne fanno uso senza dichiararlo, questo non ci è dato di sapere». Difatti, l'utilizzo del composto deve essere dichiarato nei piani di sicurezza dell’impianto. Ora, se questo non venisse fatto quali conseguenze si potrebbero profilare per il titolare? «Innanzitutto si procederebbe con la valutazione delle matrici – prosegue Delle Noci – ma le dosi minime nelle quali viene utilizzato questo composto lo collocano nella sfera dei microelementi, che non fanno parte della ricetta vera e propria. In sostanza, io non vedo rischi, sia per le minime quantità d’impiego, sia per i controlli che frequentemente vengono svolti da Arpa e Asl».



dalla redazione de Il Piccolo

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