Dilaga il falso made in Italy: un grave danno economico

+ 16
+ 13


Paolo Voltini (presidente Coldiretti): «In Europa l’Italia ha il dovere di impegnarsi per la trasparenza, per la difesa della qualità e della salute dei cittadini».
L' Italia è nota come il Paese dell’agroalimentare, eppure troppo spesso, tra i banchi del supermercato, capita di acquistare prodotti che apparentemente sono italiani, ma le cui materie prime provengono dall’estero. Un fenomeno sempre più diffuso, che purtroppo trae in inganno il consumatore. Ne parliamo con Paolo Voltini, presidente di Coldiretti Cremona. «Oltre la metà della spesa degli italiani è anonima per colpa della contraddittoria normativa comunitaria, che obbliga ad indicare la provenienza nelle etichette per la carne bovina, ma non per quella suina o per i prosciutti, per l’ortofrutta fresca, ma non per quella trasformata, per le uova ma non per i formaggi, per il miele ma non per il latte - spiega -. Il risultato è un flusso ininterrotto di prodotti agricoli, che ogni giorno dall’estero attraversano le frontiere e che servono a riempire barattoli, scatole e bottiglie da vendere sul mercato come Made in Italy. Basti dire che gli inganni del finto Made in Italy sugli scaffali riguardano due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all'estero, ma anche tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro, che sono stranieri senza indicazione in etichetta, oltre un terzo della pasta ottenuta da grano che non è stato coltivato in Italia all'insaputa dei consumatori, e la metà delle mozzarelle». Recentemente l’Europa ha approvato una normativa che concede di produrre formaggio senza latte, vino senza uva, ecc. Quali conseguenze può avere un simile provvedimento? Quanto danneggia l’agroalimentare italiano? «Ci sono il formaggio senza latte e il vino senza uva, ma anche il cioccolato senza cacao, la carne annacquata, il vino zuccherato, il miele contaminato dal polline biotech senza nessuna indicazione in etichetta, come pure i formaggi similgrana low cost prodotti all’estero e venduti senza indicazione di provenienza. Tutto questo è permesso dall’Unione europea ed è in commercio anche nel nostro Paese. Purtroppo negli anni in Europa si è verificato un appiattimento verso il basso delle normative, per dare spazio a quei Paesi che non possono contare su una vera agricoltura e puntano su trucchi, espedienti e artifici della trasformazione industriale per essere presenti sul mercato del cibo. Questo rappresenta un danno gravissimo per il nostro sistema agroalimentare e per la nostra economia. Come più volte denunciato da Coldiretti, contraffazione e falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy fanno perdere all'Italia oltre 60 miliardi di euro di fatturato all’anno». Parliamo di latte e di olio, due prodotti di cui l’Italia abbonda. Eppure accade che quello che spacciano per latte italiano provenga dall’estero. O che la materia prima contenuta nella bottiglia di olio industriale che acquistiamo al supermercato, per quanto di marca italiana, non sia prodotta sul territorio nazionale… Quanto è esteso questo fenomeno? «Proprio grazie al pressing della Coldiretti, in Italia il 7 giugno 2005 è scattato l’obbligo di indicare la zona di mungitura o la stalla di provenienza per il latte fresco. Una garanzia fondamentale per il consumatore. Ma purtroppo restano ‘anonimi’ il latte a lunga conservazione e tutti i prodotti lattiero-caseari fuori dal circuito delle produzioni Dop. Si consideri che l’anno scorso in Italia sono stati consumati 2,05 milioni di tonnellate di latte a lunga conservazione, ma di questi solo mezzo milione è di provenienza italiana mentre il resto è stato semplicemente confezionato in Itala o addirittura è arrivato già confezionato, con un impatto negativo sul lavoro e sull’economia del paese.

Ma ad essere importati sono anche semilavorati come cagliate, polvere di latte, caseine e caseinati che vengono utilizzati per produrre all’insaputa del consumatore formaggi di fatto senza latte. Il falso Made in Italy colpisce anche i formaggi più tipici con la crescita esponenziale delle importazioni di simil-grana dall’estero per un quantitativo stimato in 83 milioni di chili all’anno, che fanno concorrenza sleale a Grana Padano e Parmigiano Reggiano ottenuti nel rispetto di rigidi disciplinari di produzione. L’Italia è anche il più grande importatore mondiale di olio di oliva nonostante una produzione nazionale di alta qualità che raggiunge 480mila tonnellate. Le importazioni di olio dell’Italia superano la produzione nazionale e sono rappresentate per il 30% da prodotti ottenuti da procedimenti di estrazione non naturali (olio di sansa, olio lampante e olio raffinato) destinati alla lavorazione industriale in Italia. In pratica la qualità del nostro olio viene “contaminata” dalle importazioni e in media la metà dell’olio di oliva consumato in Italia proviene da olive straniere, ma l’etichetta di provenienza che per questo prodotto è obbligatoria risulta di fatto non leggibile, perché scritta in caratteri minuscoli posizionati nel retro della bottiglia, mentre si fa largo uso di immagini e nomi che richiamano all’italianità». In che modo è possibile arginare questa invasione di prodotto esterno nel mercato del made in Italy? Quanto può essere importante l’indicazione di origine in etichetta? «All’inizio della legislatura era stata approvata all’unanimità dal Parlamento italiano una legge fortemente voluta da Coldiretti che prevede l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del prodotto (Legge 3 febbraio 2011 , n.4 “Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari”). In gran parte essa è rimasta inapplicata, perché mancano i decreti attuativi, per paura delle minacce comunitarie di una procedura di infrazione.

Le cose stanno però finalmente cambiando: saranno infatti resi pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per la produzione alimentare, e questo è senz’altro un risultato dei presidi di Coldiretti al Brennero e delle molteplici iniziative che abbiamo messo in campo al fine di contrastare le aggressioni al vero Made in Italy. Il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin ha accolto la richiesta presentata dal Presidente di Coldiretti Roberto Moncalvo di togliere il “segreto di Stato” sui dati inerenti agli scambi. Questo significa che finalmente potremo smascherare quanti importano ‘materie prime’ straniere, e poi rivendono il prodotto per italiano, all’insaputa dei consumatori e a danno delle aziende agricole e di tutta la nostra economia». Cosa vi aspettate dal Governo italiano? «Che si proceda con determinazione sulla strada della trasparenza. Che il ‘segreto doganale di Stato’ venga subito cancellato e che rappresenti un primo passo, rapidamente seguito dalla piena attuazione della legge che impone di indicare in etichetta l’origine del prodotto. Ci aspettiamo anche che si sia più coraggiosi e determinati al tavolo dell’Unione Europea: l’Italia ha il dovere di essere capofila in Europa nell’impegno per la trasparenza, la difesa della qualità e la tutela della salute dei cittadini. Dobbiamo e possiamo essere noi a guidare questo ‘cambiamento di rotta’, a vantaggio delle nostre imprese e di tutti i cittadini, italiani ed europei. Prima obiettivo da raggiungere: l’origine in etichetta per tutti i prodotti agroalimentari. L’appuntamento dell’anno prossimo con Expo2015 deve vedere concluso questo processo di trasparenza, per il bene dell’Italia, dei suoi cittadini e delle sue imprese agroalimentari virtuose che hanno capito che il nostro valore sta nel vero Made in Italy e delle imprese agricole che sono decisive per mantenere così grande il nostro Paese».

dalla redazione de Il Piccolo

Segnala questo articolo su