Crema - Danone, lavoratori in lacrime

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Lo stabilimento di Casale Cremasco chiuderà tra un anno. A casa 87 dipendenti.
Tra un anno esatto, nell’estate del 2015, lo stabilimento della Danone, a Casale Cremasco, cesserà l’attività, lasciando a casa 87 dipendenti, più altri 10 a Milano. A comunicarlo, nei giorni scorsi, la stessa multinazionale, che ha giustificato la sua decisione con la ridotta domanda dei consumatori sul mercato interno. «Danone Italia», lo hanno confermato anche le forze sindacali, proporrà ai lavoratori una serie di soluzioni personalizzate, per minimizzare quanto più possibile l’impatto di questa decisione. Di fatto, però, un altro centinaio di persone, nel nostro già provato territorio, si troveranno nel giro di un anno senza lavoro e la tensione non è mancata nell’assemblea in cui la multinazionale ha comunicato la decisione ai suoi dipendenti. L’emozione era palpabile e alcuni lavoratori hanno sfogato nelle lacrime il loro sconcerto. Sì, perché, come ci spiegano i sindacati, è stato un fulmine a ciel sereno: nessuno si attendeva una notizia del genere. «Per ora» interviene Alessandro Cerioli, della Cisl, «l’azienda ha espresso delle intenzioni di principio, per quanto riguarda il piano sociale che avrebbe pronto per aiutare i suoi dipendenti a trovare un nuovo lavoro. Aspettiamo di saperne di più. Di sicuro, siamo contrari a una chiusura tout court dello stabilimento. C’è una flessione nel fatturato ma, come nel caso di altre aziende nella stessa condizione, ci si potrebbe affidare agli ammortizzatori sociali. Chiederemo, perciò, alle istituzioni di cercare di far rientrare la Danone da questa decisione drastica.

In ogni caso, dal momento che il sito produttivo di Casale è di alta qualità, ci attiveremo per tentare di trasferire in loco un’altra azienda dello stesso settore, perché una cosa che non tutti sanno, forse, è che la Danone non è proprietaria dello stabilimento, ma paga l’affitto alla Galbani». Quello della Danone, comunque, è solo l’ultimo di una serie di dati negativi che affliggono il territorio cremasco, dove, durante il primo trimestre dell’anno, il numero di domande di disoccupazione è salito a 1.000 circa, più 120 di mobilità. Contro la situazione cremonese che, tra disoccupazione e mobilità, vede un totale di 1.273 domande. Per quanto riguarda il secondo trimestre si può già dire che la situazione non è migliorata, in quanto i dati di avviamento al lavoro sono sempre minori rispetto a quelli della cessazione. Per tracciare una panoramica dello status quo, ne abbiamo parlato con Giuseppe Sbarufatti, responsabile della Cisl cremasca e con Rita Brambini, della Cgil. «La situazione, nel suo complesso, non è migliorata sensibilmente» commenta Sbarufatti. «È vero, c’è qualche micro-segnale positivo, per quanto riguarda produttività ed export ma, rispetto ai dati dell’ultimo trimestre - quelli di aprile, maggio e giugno li avremo solo a luglio - mi sento di dire che il trend rimarrà sostanzialmente lo stesso: molto, molto pesante. Lo possiamo dire proprio sulla scia del caso Danone: un segnale negativo che appanna i pochissimi elementi positivi. È presto per tirare un sospiro di sollievo, la crisi non è finita». Quali sono i settori che soffrono di più? «La situazione più preoccupante la sta subendo il settore metalmeccanico, seguito dal commercio e dai servizi. Nella sola Crema, in particolare, si conferma un dato negativo tipico per questa città: quello relativo alle cooperative sociali, colpite da cassa integrazione e licenziamenti. Un po’ distanziati, rispetto a questi settori, troviamo quelli del legno, del tessile e della gomma plastica. Seppure, in quest’ultimo caso, vi siano anche aziende in controtendenza: è il caso della Sister, per esempio. L’unico settore che, nel suo complesso, dimostra di non subire la crisi rimane quello della cosmesi». Anche qui, però, segnali preoccupanti sul fronte dell’impiego non mancano, come invita a osservare Rita Brambini: «Non parlo delle aziende più grosse ma abbiamo a che fare con una marea di aziende-satellite, che lavorano per conto terzi, in cui il livello di ricatto per i dipendenti, si è alzato moltissimo. C’è sempre stato chi ti diceva che o stai alle condizioni o te ne vai, il problema è che, oggi, questi lavoratori ricattati non hanno alternative.

Anche in altri settori, ci sono molte piccole o piccolissime aziende che chiudono. Non fanno rumore ma l’emorragia occupazionale che ne deriva è tanta. Siamo in una situazione in cui sempre più persone senza un lavoro si rivolgono a noi sindacati, come se fossimo un ufficio di collocamento ma tutto quello che possiamo fare è dare loro indicazioni relative alle occasioni di aggiornamento, perché si sa: più tempo passi lontano dal mercato del lavoro e più difficilmente riuscirai a rientrarci. Il problema di fondo, però, è che oggi manca proprio il lavoro. Sono molto preoccupata. Il segnale arrivato dalla Danone, a un anno da un Expo dedicato precisamente al tema dell’alimentazione, è molto scoraggiante».

dalla redazione de Il Piccolo

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