Il fallimento azzurro in Brasile è lo specchio fedele del nostro calcio

+ 70
+ 17


I commenti dopo la cocente sconfitta contro l’Uruguay e l’uscita dell’Italia dai Mondiali 2014: «Solo Prandelli merita rispetto».
«E’ un fallimento nazionale». Gigi Buffon, come sempre, ci ha messo la faccia e il suo mea culpa è giunto lapidario e senza veli dopo la sconfitta contro l’Uruguay che ha determinato l’uscita degli azzurri dai Mondiali brasiliani. Un addio senza se e senza ma (il secondo di fila, dopo quello del 2010, già nella fase a gironi) frutto di una sconfitta destinata a lasciare una ferita profonda e non solamente all’interno della Nazionale (la notizia delle dimissioni di Prandelli e del presidente federale Abete è arrivata pochi minuti dopo il triplice fischio del messicano Rodriguez e ha già fatto il giro del web il battibecco tra Buffon e Cassano sull’aereo al ritorno dal Brasile). La delusione che ha colpito come un fulmine a ciel sereno l’intero Stivale lascia il segno nelle coscienze, più che dei tifosi, degli italiani. Da Palermo a Milano, dai bar ai social network, la sensazione che emerge dalle decine di commenti dopo la débâcle contro i latinos di Oscar Tabarez è quella di un fallimento “nazionale”. E questa ondata di sfiducia verso l’inarrestabile metamorfosi del calcio italiano, che da gioco “sublime e sociologico” (secondo la felice definizione di Enrico Brizzi), sembra divenuto sempre più apatico e distante dalla gente, non risparmia neppure Cremona. Certo non mancano le frecciate dirette all’opinabile arbitraggio di Rodriguez («Espelle Marchisio ma non vede il morso di Suarez a Chiellini?», si chiedono Roberto e Giacomo, impiegato e ingegnere, entrambi delusi come tanti dalla sconfitta); c’è poi chi, come Riccardo, accantona il fair play per concentrarsi sul mea culpa: «Lasciamo stare l’arbitro e giochiamo con tre punte. Se togli un attaccante per mettere un centrocampista ben ti sta, non ci sono espulsioni o altre scuse che tengano». Non manca chi si sforza (non poco) di vedere anche i lati positivi: «Buona difesa – commenta Giovanni su Facebook - soprattutto bravo Verratti, ma in attacco sarebbe stato meglio schierare due attaccanti di movimento piuttosto che un irritante Balotelli». Ma, al di là delle velleità tecniche e dei cavilli da moviola, la delusione si allarga sino ad un pessimismo tanto radicale, quanto generale: «Questa Nazionale è lo specchio del Paese », è il commento lapidario di Paolo. «Mentre i nostri azzurri, pagati non so quanti milioni, non vedevano neppure il pallone puntando il dito contro i 28°C e il 60% di umidità, c’è chi lavorava, pagato alcune centinaia di euro, con 40°C – si lamenta Carlo –. Nessuno lancia alla Nazionale ed ai calciatori accuse di furto, ma sono circostanze che meritano una riflessione profonda. Può dare fastidio, ma se gli italiani dedicassero alla politica la stessa attenzione che dedicano al calcio, forse ne uscirebbe un Paese migliore. Può dare ancor più fastidio, ma se nella ricerca girassero i volumi di denaro del calcio, forse saremmo uno dei primi Paesi del mondo». Si diceva, «lo specchio del Paese».

Un Paese che ha incassato riconoscimenti internazionali per la nuova era Renzi, ma in cui «riusciamo ancora a tirarci delle martellate pazzesche con un’arte invidiabile – ironizza Marco. - E, stavolta, ci hanno pure regalato un motivo per recriminare». E le «martellate» vanno oltre l’Uruguay, estendendosi a tutta la storia recente del pallone italiano, inclusa la tragica notizia della scomparsa di Ciro Esposito, il ragazzo colpito da un proiettile a Roma prima della finale di Coppa Italia. «A che punto è arrivato il calcio? Dopo Calciopoli e il Calcioscommesse, si può definire ancora uno sport o sarebbe meglio “sporc”? – commenta caustica Francesca. – Si può perdere un diritto naturale come la vita per una banale scaramuccia degna della più ignorante tifoseria? ». E, prosegue Marco, «a che punto è arrivato un certo giornalismo, sportivo e non? Mercoledì i falsi allarmi lanciati dai soliti “affamati di copie” senza scrupoli avevano già annunciato, con un cinismo devastante, la morte di Esposito. E la Rai aveva per caso già preconfezionato un bel servizio (in gergo si chiama un “coccodrillo”) da mandare contro Prandelli in caso di sconfitta?». E sono stati davvero in molti a prendere le difese del tecnico bresciano (al quale il presidente della Figc Giancarlo Abete, dimissionario pure lui, ha chiesto un ripensamento) sia come allenatore, sia come esempio di “responsabilità”. «A Prandelli – spiega Giorgio – va il massimo rispetto: così si esce a testa alta dalle sconfitte. Davanti al fallimento si è assunto le proprie responsabilità (forse anche troppe): quello che tanti dirigenti, politici e manager strapagati di questo Paese non fanno mai. Mai. Davanti a lui gli italiani, tutti gli italiani, hanno soltanto da imparare».

di Michele Scolari

Segnala questo articolo su