Processo Tamoil, stangata sulla dirigenza: quattro condanne per disastro ambientale

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Due condanne per disastro ambientale colposo e due condanne per disastro ambientale doloso. Dopo oltre quaranta udienze a colpi di perizie e controperizie, si è concluso così nell’accaldato pomeriggio di oggi il processo celebrato con rito abbreviato davanti al gup di Cremona Guido Salvini, in cui cinque manager della Tamoil di Cremona  erano chiamati a rispondere dell'inquinamento della falda acquifera causato, secondo l'accusa, dalla raffineria cremonese. Fuori dal tribunale, dalle 17, era attivo il sit-in dei Radicali, da sempre in prima linea nella battaglia contro l'inquinamento della falda acquifera.

A E. G. e G. B. (presenti in raffineria sin dal 2001, epoca dell’autodenuncia dell’azienda) sono state inflitte le condanne più pesanti, ovvero per disastro ambientale colposo: al primo, sei anni di reclusione più sei mesi d’arresto e un’ammenda di 9mila euro; al secondo tre anni di reclusione. Ad  M. S e P. C., invece, colpevoli di disastro ambientale colposo, sono stati inflitti 1 anno e 8 mesi più otto mesi d’arresto e 6mila euro d’ammenda; a loro è stata concessa la sospensione condizionale della pena, subordinata alla prosecuzione dei necessari interventi di bonifica e ripristino ambientale.

E’ stato invece assolto, per non aver commesso fatti, Y. N., dal momento che si è insediato in raffineria solamente nel 2007 senza conoscere la situazione precedente del sito della raffineria.

Per quanto riguarda i risarcimenti, in attesa della quantificazione da definirsi in un processo civile separato, il giudice Salvini ha disposto il previsionale così suddiviso: ai singoli soci delle canottieri Flora e Bissolati, 10mila euro (8mila per i nuclei famigliari); a Legambiente, 40mila euro; al Dopolavoro Ferroviario, 50mila euro.

Al Comune di Cremona sarà convogliata la somma di un milione di euro, riconosciuta a titolo di prevsionale al cittadino Gino Ruggeri (dell'associazione radicale Piero Welby) che si era costituito parte civile al posto dell’Ente, all’epoca sotto la Giunta guidata da Oreste Perri.

Pertanto, quella di oggi «è una sentenza che rende giustizia all’intera città» secondo il pm Fabio Saponara, che ha rivolto un ringraziamento anche ai marescialli del Nas, Giampaolo Perrone e Luca Rizzello«per l’enorme impegno profuso e le grandi capacità dimostrate».

«Un processo importante dal punto di vista professionale – è stato il commento degli avvocati di parte civile . – E’ importante anche per il fatto che finalmente si è stabilita l’esistenza di un inquinamento, anzi di un disastro, proveniente dalla raffineria. In questo processo, un gruppo di avvocati ha lavorato in sinergia attesa la complessità delle problematiche del processo e dell’impegno, dove ciascuno, facendosi carico delle gestioni di diritto del processo, ha lavorato al meglio per sviluppare le questioni di diritto».

L'azienda ha espresso il proprio commento alla sentenza in una breve nota diffusa nel tardo pomeriggio: "Tamoil prende atto con grande rammarico e sorpresa della sentenza emessa oggi pomeriggio dal giudice per l'udienza preliminare dottor Guido Salvini e ribadisce la piena fiducia nei propri manager, certa che abbiano operato nel rispetto delle norme. Tamoil e' convinta che in appello i propri manager verranno assolti".

FOGNE A "COLABRODO" E "INTERVENTI TARDIVI"

Secondo le rivelazioni choc contenute nel fascicolo istruito dal pm Fabio Saponara lo scorso ottobre a partire da un esposto anonimo pervenuto alla Procura di Cremona, ed acquisito agli atti dal gup nell'udienza dello scorso 19 dicembre, all’origine dell’inquinamento vi sarebbero stati la rete fognaria vetusta ed altamente compromessa nonché i ritardi della dirigenza negli interventi. L’azienda si era autodenunciata nel 2001. Solo nel gennaio 2005, sotto la direzione dell’ingegner Claudio Vinciguerra (all'epoca direttore della raffineria), sarebbe stato eseguito dalla ditta esterna Idroambiente, incaricata da Tamoil, uno studio (tramite videoispezione memorizzata su Dvd) riguardante la tenuta del sistema di fognature, quelle cosiddette “bianche” e quelle “nere”.  Il risultato di quello studio sarebbe stato sconcertante: ne sarebbe emerso infatti lo stato altamente preoccupante di tutte le condotte fognarie. A partire da febbraio dello stesso anno poi, sarebbe stato concretizzato un progetto di relying con l’obiettivo di mettere in sicurezza le condotte fognarie, tramite un sistema altamente innovativo (e altrettanto costoso) utile a non intervenire dall'esterno bensì dall'interno, tramite l'inserimento di una calza in vetroresina. Gli interventi sarebbero stati operati dalla ditta Iroambiente di Bollate (Milano) ma soltanto su una parte delle condotte. Nel maggio del 2006 l'ing. Vinciguerra morì e, nello stesso mese, Idroambiente venne sostituita dalla ditta Soncini, che avrebbe terminato l'intervento nel dicembre dello stesso anno, risanando però solo il 15% della rete fognaria.

Nelle udienze tra gennaio ed aprile, gli ex manager Tamoil Piergiuseppe Savaresi e Lucio Ambrosio, gli ex dipendenti della raffineria John Kemp, Albino Cosma, nonché i dipendenti delle ditte Soncini e Idroambiente Luigi Tomaselli, Stefano Carlo Dini e Marco Bastoni, avevano confermato quanto già raccontato nelle deposizioni al Nas contenute nel fascicolo istruito dal pm. In particolare, Ambrosio aveva riferito come sia la parzialità che i continui rimandi dell'intervento potessero essere presumibilmente riconducibili ad «un discorso di risparmio economico»: in sostanza, «l’indirizzo generale era risparmiare ovuqnue» - tranne che nel già citato periodo di direzione di Vinciguerra. Inoltre, il teste aveva spiegato come «certe trattative non erano trasparenti in raffineria, soprattutto nel caso di interventi economici di rilievo», come appunto la messa in sicurezza delle fognature.

Dopo la scomparsa di Vinciguerra e l'arrivo di Colombo prima, e poi di Gilberti e Abulaiha, vi sarebbe stato un rallentamento nei lavori di risanamento. «Nelle varie riunioni si parlava di continuare a verificare lo stato di conservazione della rete fognaria, alla luce di quanto era stato rilevato nel 2005», aveva raccontato Ambrosio, «ma agli incontri non seguiva alcun fatto concreto». Il teste aveva riferito anche di una sottoscrizione tra Tamoil e Idroambiente, un «accordo per informazioni confidenziali» che «non costituisce una prassi solita richiestaci dalle aziende». Dal canto suo, Cosma, addetto al trasferimento di carburante nelle cisterne ed al loro drenaggio (pensionato nel 2011), aveva spiegato che lo scarico dei serbatoi del grezzo era collegato alla fogna nera (o oleosa), mentre lo scarico degli altri serbatoi (di benzina e gasolio) era immesso nella fognatura bianca: entrambe conducevano il drenaggio alle rispettive vasche di trattamento degli impianti. Quando nel 2008 si decise di eludere la rete fognaria per inviare il drenaggio dai serbatoi all'impianto di trattamento tramite condotte superficiali, con degli aspiratori "biospurghy" attaccati allo scarico di fondo delle cisterne, alcuni operatori cominciarono a notare nelle vasche un aumento sensibile di prodotto inquinante. E questa, come già la maggiore quantità d'acqua che arrivava al separatore acqua-oleosi dopo il primo parziale risanamento delle fogne nel 2005, aveva costituito un'altro indizio che la causa dell'inquinamento poteva essere proprio la rete delle condotte fognarie.

LE IMMAGINI CHOC NELLE VIDEOISPEZIONI DI IDROAMBIENTE: CONDOTTE FOGNARIE A PEZZI, TRATTI MANCANTI O INVASI DAL MARCIUME

Dettagli sullo stato altamente compromesso della rete fognaria erano già stati dati nell’udienza del 3 gennaio da Luigi Tomaselli (dipendente Idroambiente): in quella circostanza il teste aveva parlato di erosioni, rotture e veri e propri buchi. Successivamente, in aula erano anche stati visionati alcuni spezzoni video dei DVD dove la ditta Idroambiente aveva memorizzato le video ispezioni della rete fognaria (effettuate nel 2004-2005): dai filmati si sarebbe visto chiaramente che la rete, in alcuni punti, sarebbe stata letteralmente in pezzi: in alcune parti infatti il semicerchio sottostante, ossia la parte della tubazione più critica per la percolazione degli inquinanti nel terreno, presentava grossi fori, mentre in altri tratti sarebbe stato addirittura mancante, con gravi conseguenze di infiltrazioni nel sottosuolo. Fu verosimilmente per questo che nel 2005, una volta completata anche soltanto una parte del risanamento delle condotte fognarie, il separatore Api (separatore acqua-idrocarburi, in prossimità del perimetro dalla parte delle canottieri) cominciò a non sopportare più la quantità di liquido che arrivava (e che prima, verosimilmente, andava dispersa nel terreno percolando dalle fogne rotte). Addirittura, sembra che alcuni punti della rete fognaria versassero in condizioni talmente critiche che, durante la realizzazione della videoispezione, un tratto tubatura, urtato dalla telecamera, sarebbe ceduto e crollato per il marciume.

NELLE FOGNE "A COLABRODO" FINIVANO ENORMI QUANTITA’ D’ACQUA SPORCA DI IDROCARBURI

I faldoni delle schede tecniche relative ai drenaggi dei serbatoi, negli ordini di servizio capo reparto e capo turno nei registri conservati in parte presso l'ufficio della direzione della raffineria, ed in parte in un armadio nella sala controllo del reparto Logistica, sono stati scandagliati dai carabinieri del Nas. Da questi documenti è emerso come dai 150 serbatoi della benzina e del greggio, drenati un paio di volte al mese, sarebbe fuoriuscita nel corso degli anni un’enorme quantità d’acqua sporca di idrocarburi (si tenga presente che i serbatoi hanno la capacità almeno di una piscina). Oltre ai drenaggi, poi, altra acqua sporca di idrocarburi sarebbe fuoriuscita dai drenaggi effettuati durante i rinnovi delle autorizzazioni per i singoli serbatoi. Ogni serbatoio infatti avrebbe una autorizzazione Asl di durata variabile (che occorre per avere la garanzia di tenuta). La procedura di rinnovo prevederebbe che allo scadere dell'autorizzazione il serbatoio venga svuotato completamente, riempito d'acqua e poi drenato; quindi, si procederebbe alle ispezioni ed alle eventuali manutenzioni; dopodiché, prima di essere rimesso in esercizio, il serbatoio verrebbe riempito una seconda volta e, una volta certificato dall'Asl, ridrenato e rimesso in funzione. Tutte le suddette quantità di acqua sporca di idrocarburi, ovviamente, finivano nel sistema fognario, il quale, come riferito dalle testimonianze degli ultimi mesi e come mostrato anche in alcuni dvd prodotti dalla ditta Idroambiente di Bollate, sarebbe stato un vero e proprio “colabrodo”.

di Michele Scolari


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