L’inceneritore e gli interessi economici

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Pezzoni: «Se l’impianto cremonese, come richiesto da Lgh, fosse inserito nella categoria B1, potrebbe essere destinato a ricevere rifiuti da tutta Italia».
Chi percorre via San Rocco, in auto o in biciclette, lo individua immediatamente: svettante, di quel colore azzurro che forse vuol richiamare il colore del cielo, l’inceneritore di Cremona è ormai entrato a far parte del paesaggio. Eppure ai cremonesi questo paesaggio non piace. Chiedono di spegnerlo, ormai da tempo. E le amministrazioni locali hanno risposto che sì, lo avrebbero spento. L’attuale amministrazione ha addirittura promesso che lo farà entro tre anni. Ma a quanto pare è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto valutando l'articolo 35 della legge “Sblocca Italia, in cui si prevede l’utilizzo degli inceneritori attualmente sottoutilizzati per bruciare i rifiuti provenienti da altre regioni: per il governo, un modo rapido e indolore di risolvere il problema dei rifiuti, per i gestori degli impianti un nuovo modo di fare business. L'inceneritore di San Rocco potrebbe essere proprio uno di quelli atti a ricevere rifiuti: questo denunciano le associazioni ambientaliste di Cremona, che nei giorni scorsi si sono riunite a Palazzo Cattaneo per discutere della situazione. “Nei mesi scorsi Aem Gestioni ha avviato l’iter per ottenere dalla Regione Lombardia il riconoscimento R1 per l’inceneritore di San Rocco. Una bella autocandidatura per favorire il proprio ingresso nella Rete nazionale integrata, cosa che consentirebbe di classificarlo come impianto con recupero di energia – spiega Marco Pezzoni (CreaFuturo). E la Regione, che da un lato intende dichiarare l’incostituzionalità dell’articolo 35, dall’altro sta portando avanti la pratica per concedere questo riconoscimento, che porterebbe l’inceneritore cremonese ad essere visto con particolare interesse dai livelli nazionali, per diventare uno di quegli inceneritori adatti a ricevere rifiuti da fuori. Questa ambivalenza della Regione potrebbe spiegarsi con il fatto che ad ogni tonnellata di rifiuti in più ricevuta i gestori dovranno pagare un tot alle Regioni a titolo di compensazione”.

Scopo delle associazioni ambientaliste è quindi quello di impedire che il governo inserisca l’inceneritore di Cremona nella Rete nazionale integrata, cioè tra gli “impianti di preminente interesse nazionale destinati a bruciare i rifiuti solidi urbani senza vincoli di provenienza e fino a saturazione del carico termico”. «Come già detto, per l’inceneritore di San Rocco, che brucia 50.000 tonnellate all’anno, potrebbe significare una disponibilità ad accogliere altre 70.000 tonnellate/anno per i prossimi 5-10 anni, alla faccia dello spegnimento entro tre anni di cui si è parlato» attacca Pezzoni. Intanto il tempo stringe: nell’articolo 35 infatti viene specificato che il governo, su proposta del Ministero dell’Ambiente , entro 90 giorni con proprio decreto “individua a livello nazionale la capacità complessiva di trattamento dei rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio con l’indicazione espressa della capacità di ciascun impianto”. E di giorni ne sono già passati dieci. «Certo, si parla di gestire una fase di emergenza, ma non sfuggirà a nessuno che quel “progressivo riequilibrio” può durare anche oltre un decennio, che la durata della fase di emergenza dipende dall’esclusivo giudizio del governo e che intanto sono solo due le Regioni che hanno una capacità di incenerimento superiore alla propria produzione regionale di rifiuti: Lombardia ed Emilia Romagna. Così come non sfuggirà a nessuno che la tecnologia adottata prioritariamente sia ancora quella dell’incenerimento». Insomma, si continua a utilizzare una vecchia modalità che in molti ritenevano ormai superata, «invece di incentivare i nuovi piani industriali, che prevedano il trattamento a freddo» conclude Pezzoni.

dalla redazione de Il Piccolo

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